esame

Il tema musicale mi ha fatto gola, ma alla fine…

Sono uno dei 500mila studenti che mercoledì mattina  ha iniziato l’esame di Stato, in un liceo scientifico di Roma. Scrivo mentre sono a casa, fresco di ritorno dallo scritto di matematica. In preda ai rimpianti, mentre continuo a pensare a come dimostrare quella derivata con cui, neanche dopo sei ore, sono riuscito a fare pace, penso che alla fine l’orale è lontano e che quindi per un pomeriggio si possono mollare i libri e buttare giù qualche opinione personale riguardo lo scritto di giovedì, in particolare sulla traccia di Oliver Sacks, “Musicofilia”.

La mia selezione delle tracce |

Mi perdoneranno i “Giovanni” della nostra letteratura, Pascoli e Verga, ma ad una rischiosa analisi letteraria ho preferito esprimermi su tematiche un pelo più inclini alla mia quotidianità. Escludendo le due tracce su green e Covid, interessanti ma forse un po’ troppo tecniche, e non conoscendo approfonditamente la delicatissima questione razziale e antisemita, la vasta scelta è poi confluita in un bivio. Da una parte un testo argomentativo sulla musica (qui il pdf completo), dall’altra un tema sui rischi dei social e sulla web reputation.

La scelta e i motivi |

Collaboro a questo sito ormai da mesi, ho scritto qualche recensione e non credo di avere un approccio superficiale al mondo musicale. Leggo la parola “musicofilia” e penso “lo faccio”, senza dubbio; “quando mai mi è capitato di scrivere di musica a scuola?” Leggo l’estratto di Sacks e rimango perplesso, soprattutto sulla frase “La musica non ha concetti, non esprime proposizioni”. Qua cambio completamente idea. Il discorso è sulle note, sulla percezione del suono, è praticamente un tema di psicofilosofia. Nonostante la traccia non sia troppo specifica, andare a parlare di cantanti e cantautori, di testi e di Spotify mi sembrava sinceramente una strada un tantino distante dallo scritto dell’autore e, si sa, allontanarsi dalla fonte non è il massimo in un esame di italiano.

Effettivamente, i “Superni”, gli alieni che rimangono stupiti dal rapporto intimo tra suono e animo umano, non hanno tutti i torti. La musica è uno strumento di aggregazione e di svago, non ci sono dubbi, ma è anche contesto, è cultura, è insomma un fenomeno di massa. Se capiti a un concerto di cui non conosci neanche il nome del cantante, il tuo divertimento viene fortemente ridimensionato.

Qualora decidessimo di chiedere a chi 40mila anni fa costruiva i flauti di legno il motivo per il quale faccia musica, magari la faccenda sarebbe meno effimera. Nel 2022, a mio avviso, non è interessante parlare di innatismo: un discorso mirato all’essenza della musica non porta a tesi e argomentazioni, non porta alla discussione critica. Ha veramente senso chiederci perché ci piaccia?

Pensieri da studente |

E’ facile pensare che tutto questo pensiero noioso e materialista sarebbe potuto essere un parere da mettere su carta, ma sono convinto che sarebbe uscito fuori un testo ridondante e stucchevole, insomma troppo, troppo personale. E’ chiaro  che questa opinione si riflette esclusivamente sulle mie capacità, sui miei gusti e sulle mie strategie concrete. Se è stata una delle tracce più svolte, un motivo ci sarà e non metto in dubbio il fascino del tema.

Detto questo, vedo molti diplomati, dai 20 ai 99 anni, che discutono delle tracce come se fossero un argomento di discussione di una cena tra amici. La verità è che, se in questo momento sto ancora riflettendo su quella derivata (e non credo di essere l’unico), vuol dire che in un esame c’è una questione pratica e numerica oltre alle sacre (ma soggettive) idee ed ideologie.

I miei giudizi musicali saranno online ancora per lungo tempo, ma mi è sembrato più interessante e “proficuo” discutere di social, di bolle Twitter e di scelte comunicative. Anche perché, magari, su questo topic potrebbe uscire qualcosa di più interessante dal cervello di un nativo digitale piuttosto che di un cavernicolo.

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