Basta chiacchiere e siparietti: torniamo a concretezza e competenza

Chi ieri sera ha visto la terza puntata della diciannovesima edizione del talent show di Canale 5 Amici di Maria de Filippi saprà già, probabilmente, dove sto andando a parare con questo piccolo editoriale che di moralista non vuole avere proprio niente ma si limita a voler provare a trarre qualche insegnamento dall’accaduto e, magari, dare qualche suggerimento che possa far bene al programma, alla gara, ai talenti che si mettono in gioco e, di riflesso, anche a noi spettatori che ci troviamo a guardare lo show e, poi, a sentire in ogni dove i brani e i lavori di quegli stessi ragazzi che per qualche mese vediamo costantemente in TV.

La questione che, a mio modo di vedere, deve essere collocata al centro di quanto accaduto ieri alla corte di Maria de Filippi è una ed una sola: il talent show vive un momento di crisi televisiva (e discografica) sicuramente a causa dell’eccessivo sfruttamento del format e della sovrapponibile (in alcuni casi) dimensione del web nello scouting di nuovi artisti ma, proprio per questo, ha estremo bisogno di trovare una nuova ricetta di fruizione, di rinnovarsi o, viceversa, di recuperare le proprie radici.

I talent show, questo è indubbio, sono andati, via via nel processo della propria naturale evoluzione, sempre più verso una professionalizzazione e spettacolarizzazione: ragazzi sempre meno improvvisati si sono trovati alle prese con una macchina artistica divenuta, passo passo, sempre più grandiosa, efficiente, lustrata e proiettata al domani. Ciò ha comportato una progressiva marginalizzazione dell’ambito scolastico e di formazione (tanto caro agli esordi di Amici ma presente, comunque, in tutti i talent show con i vari coach impegnati a dare suggerimenti, consigli e lezioni varie) a vantaggio, invece, di una (forse) miglior resa artistica. Niente più battibecchi nelle giurie (salvo rarissimi casi), niente più stonatura plateali o piroette eseguite male a vista d’occhio, niente più gare nel vero senso della parole ma, piuttosto, uno show da proiettare nelle case degli spettatori utilizzando coreografie mastodontiche che, però, di danza hanno elementi minimi piuttosto che prove canore che puntano tutto (o quasi) su di una rilettura personale dei brani per mezzo di arrangiamenti o rifacimenti particolari. Nessuno ha più nulla da imparare ma tutti hanno qualcosa di già consolidato da mostrare.

Problema: se nessuno ha nulla da imparare (e questi ragazzi, in più, hanno spesso l’aggravante di non voler imparare) allora nessuno è ben disposto ad ascoltare il giudizio di un qualunque personaggio chiamato a giudicare. D’altronde, l’abbiamo detto poco fa: di gara non si tratta più per stessa ammissione dei creatori del format che, piuttosto, puntano a definirla una “passerella”, un “trampolino di lancio”, un “inizio” di una carriera o una “possibilità” di fare ciò che amano per alcuni mesi.

Può essere scambiata per arroganza ma, in realtà, quella messa in scena in modo plateale dai ragazzi di ‘Amici 19’ nel corso dell’ultima puntata del serale nient’altro è che l’esplicita richiesta di professionalità da parte di tutti: non si può pensare di avere i migliori talenti del mondo in una gara dove a giudicare ci sono dei non-esperti. E non me la prendo soltanto con Vanessa Incontrada, Gabry Ponte e Christian De Sica che ieri si sono trovati una situazione piuttosto imbarazzante e pesante. In tale discorso vanno inclusi anche insegnanti di canto che di note sanno ben poco: Rudy Zerbi ha fatto il discografico ma non ha mai studiato quella disciplina artistica che è il canto, Anna Pettinelli fa la conduttrice radiofonica per cui al massimo lancia un pezzo in radio ma non sa come si scrive una canzone e Stash Loredana Bertè non significa che, visto che sono cantanti, siano reali conoscitori, buoni giudici e insegnanti della propria materia. I fatti lo dimostrano. E allora, io che sono quasi un professionista del mio settore dovrei accettare di farmi giudicare da un qualcuno che non c’entra nulla con tutto ciò o che non dimostra competenza oggettiva e professionale? Temo sia difficile da accettare se non con una capacità di sopportazione legittimata solo dallo scopo di finire un programma che mi restituisce davvero grande popolarità.

Come se ne esce? A Maria (ma anche ad X-Factor e a qualsiasi altro talent) non restano che due strade: o si sceglie di professionalizzare completamente tutto (i ragazzi già lo sono visto che spessissimo non hanno bisogno di alcuna formazione perchè sanno già cantare o ballare meglio di tanti altri) e quindi si va alla ricerca di persone davvero competenti nel giudicare o che, almeno, sappiano argomentare tecnicamente ciò che esprimono (perchè l’emozione non può essere sempre e solo l’unica discriminante di un giudizio) oppure, viceversa, si torna a s-professionalizzare andando alla ricerca di ragazzi che abbiano davvero bisogno di una scuola per coltivare il proprio talento e per imparare quel mestiere (a patto che, comunque, gli insegnanti con cui poi i ragazzi lavorano siano davvero insegnanti e non improvvisati televisivi). A voi, cari autori, la scelta.

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Ilario Luisetto

Direttore di "Recensiamo Musica" e suo fondatore dal 2012. Sanremo ed il pop (esclusivamente ed orgogliosamente italiano) sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci che possano accompagnarmi.

Di Ilario Luisetto

Direttore di "Recensiamo Musica" e suo fondatore dal 2012. Sanremo ed il pop (esclusivamente ed orgogliosamente italiano) sono casa mia. Mia Martini è nel mio cuore sopra ogni altra/o ma sono alla costante ricerca di nuove grandi voci che possano accompagnarmi.

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