Fabrizio Grecchi: “La musica può anche essere imperfetta se arriva l’essenza” – INTERVISTA
A tu per tu con Fabrizio Grecchi per parlare di “Beatles Piano Solo”, il suo concerto dedicato al genio dei Beatles. La nostra intervista al pianista e compositore milanese
Il pianista e compositore milanese Fabrizio Grecchi torna a coinvolgere il pubblico sulle note di “Beatles Piano Solo”, il suo concerto dedicato al genio dei Beatles. Un repertorio creato ad hoc insieme ad improvvisazioni e aneddoti creano un evento da non perdere per chi ama i Beatles. A brani famosi come “Michelle”, “Yesterday”, “Yellow Submarine” o “Come Together” vengono affiancate canzoni per i super fan quali “A Day in The Life” e “I Want You (She’s So Heavy)”, in un concerto dove il pubblico viene coinvolto partecipando al concerto attivamente.
Fabrizio Grecchi ha portato “Beatles Piano Solo” sia in Europa che negli USA, dove ha suonato al Warwick Summer Festival e in diversi Club di New York. Negli scorsi anni anche al Cavern Club di Liverpool e in vari Festival, tra cui Villa Arconati, il Festival Orme, Naturalmente Pianoforte e il Caorle Piano Street, oltre a quindici edizioni di Piano City Milano consecutive. Inclusa quella di quest’anno. Gli spettacoli hanno raggiunto più di 40 mila persone e sono arrivati anche a Parigi, Lione, Marsiglia, Liverpool, Montpellier, Brescia, Bergamo, Ginevra, Torino, Roma, Palermo, Novi Sad, New York, Milano e Pavia, sempre con grande successo di critica e di pubblico. Ecco cosa ci ha raccontato.
Fabrizio Grecchi racconta “Beatles Piano Solo”, l’intervista
“Beatles Piano Solo” non è un semplice concerto ma un vero e proprio concept: quando hai capito che le canzoni dei Beatles potevano potevano avere una seconda vita al pianoforte?
«Nella rielaborazione del repertorio Beatles si sono cimentati migliaia di artisti, da Elvis a Sinatra da Pat Metheny a Bollani. Trovo interessante che ognuno possa dare una sua visione personale di brani che comunque hanno la loro unica anima e vita nelle versioni originali. Per me è divertente riportare non tanto un’elaborazione ma provare a far capire quale sensazione mi ha trasmesso quel dato brano brano. Le versioni rielaborate possono piacere o meno. Io stesso ho ricevuto delle critiche ma la regola e sempre la stessa. Se non ti piace non sei obbligato a sentirlo. Nessuno continuerebbe a mangiare una cosa che non gli piace, per la musica vale lo stesso».
Quanto è sottile il confine tra reinterpretazione e fedele adattamento dell’originale? È uno spettacolo che consiglieresti anche alla frangia più estremista di fan dei Fab Four?
«Gli originali in gran parte sono brani eseguiti con le chitarre. Questo già crea una distanza notevole. Poi bisogna vedere cosa si intende per “fedele adattamento” se si tratta di rispettare il brano in ogni dettaglio ed eseguirlo semplicemente con un’altro strumento e un conto. Se invece si vuole essere fedelissimi, allora non c’è discussione,bisogna essere minimo in quattro. Quello che faccio io a volte è istintuale. Mantengo la melodia originale e cambio tutto il resto. Riguardo ai fedelissimi hanno tutto il mio supporto e non sono obbligati a venire a meno che non siano curiosi di capire cosa faccio. Il concerto è interattivo e c’è l’occasione di sentire brani come A Day in The Life ad esempio, in versione Piano Solo».
Tra i brani in scaletta ci sono hit universali e pezzi più “da intenditori”: come costruisci l’equilibrio e l’ordine di esecuzione?
«Hit Universali mi piace come definizione.Ci sono molti brani che non posso non fare, Eleanor Rigby, Let It Be e molti altri. Quindi l’equilibrio in parte è costituito da scelte forzate.Con questo non intendo dire che non mi piacciono i brani famosi e che lo spazio per i brani più ricercati si riduce. Ogni volta e un Tetris, per chi se lo ricorda, con l’aggravante che se mi viene in mente un brano lo faccio anche se non è in scaletta».
Hai portato questo progetto in tutta Europa e negli Stati Uniti: che differenze hai riscontrato nel modo in cui il pubblico vive i Beatles?
«Le loro canzoni sono talmente famose che l’effetto è identico piu o meno dappertutto. Quello che può cambiare è la reazione spirituale del pubblico, c’è il concerto dove ci sono maggiori reazioni e quello dove il pubblico è un pò più freddino. Ad Atene ad esempio c’è voluto qualche brano prima che si aprisse la scena, a Parigi e a Marsiglia invece era già Sold Out dopo 3 giorni di prevendita».
Il pianoforte è il tuo strumento. Cos’hanno per te quegli 88 tasti che altri strumenti non possiedono?
«Gli strumenti sono tutti belli, sono molto affascinato anche dalla batteria a dire la verità. Non dico più del piano ma siamo a pari merito. Io vedo tutti gli strumenti dal punto di vista del ritmo. Il ritmo e la percussione sono le anime pulsanti della musica. A mio parere arriva tutto da li. Il piano è uno strumento percussivo alla fine perchè c’è un martelletto che si sposta con la pressione del tasto e colpisce una corda. Si vedono a volte chitarristi che suonano colpendo lo strumento proprio per generare ritmo. Poi il piano è stato inventato da Bartolomeo Cristofori che era Italiano e l’italia e un paese che conosce la passione. Se uniamo ritmo e passione otteniamo una magia meravigliosa».
Tra le tante attività, insegni pianoforte: cosa cerchi di trasmettere prima ancora della tecnica ai tuoi allievi?
«Cerco di spiegare che una delle strade maestre è la curiosità. Se sei curioso automaticamente aquisisci anche la tecnica, la comprensione dell’armonia e tutto il resto».
Quando sei curioso senti tante cose diverse e hai il desiderio di capire come sono state fatte per poterle ripodurre. Un certo passaggio da che note e composto? Perchè è fatto cosi ? Come si raggiunge quel tipo di agilità?
«La curiosità unita alla grande quantità di strumenti didattici disponibili oggi permette davvero di raggiungere delle competenze notevoli. Quindi ascoltare diverse versioni di un brano, diversi pianisti ma anche diversi generi di musica. Poi cercare il modo per riprodurla. L’unione di tutte le informazioni, elaborata dalla propria creatività, sarà la madre dello stile personale di ognuno».
Sei ormai un veterano del “Piano City Milano”. Come valuti l’evoluzione negli anni di questa manifestazione?
«Piano City Milano è uno dei fiori all’occhiello della cultura a Milano. E in una città come la nostra dove ci sono tante proposte non è facile mantenere il livello cosiì alto per tanti anni consecutivi. Tra l’altro migliorando ogni volta. Tutto lo staff di Pianocity fa un gran lavoro e riesce a portare a Milano il meglio dei talenti pianistici anche internazionali».
Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver imparato dalla musica fino ad oggi?
«Potrei cavarmela con un bel “non si finisce mai di imparare” sarebbe perfetto. Ci vorrebbero venti pagine sono per questa risposta ma non credo le abbiamo. Però mi piacerebbe dire una cosa diversa dal solito. Si direbbe la disciplina, la precisione, la puntualità, la precisione. Io piuttosto direi la calma. Imparare a non prendersela se le cose non vanno come vorresti, se magari quel giorno hai un concerto e le cose non girano perfettamente. La musica può anche essere imperfetta se arriva l’essenza. La ricerca continua della perfezione è una bellissima spinta purchè non sia fine a se stessa. non penso sia possibile dire se è più bravo un musicista che non sbaglia una nota o uno che trasmette una grande anima mentre suona. Probabilmente il grande musicista è quello che riesce a fare entrambe le cose. E ne abbiamo di grandi, anche qui in Italia».