Festivalbar

I nostalgici sognano il ritorno del Festivalbar, ma oggi non sarebbe più lo stesso

Se bazzicate su Twitter saprete che, ad ogni messa in onda di Battiti Live, Power Hits Estate o del novello Tim Summer Hits, si richiede a gran voce il ritorno del Festivalbar. Soprattutto se si è intorno ai 30 anni o più, è inevitabile sentire un forte senso di nostalgia solo a sentirne il nome. E capita di preferire le sue repliche su Mediaset Extra (attualmente in onda l’edizione del 2002, a cui qui una nostra guida) agli attuali festival estivi. Eppure la soluzione migliore è proprio quella di lasciarlo dov’è oggi. Solo nella memoria. Vi spieghiamo perché.

Poca spontaneità |

Non è il Festivalbar a mancare. È l’epoca del Festivalbar. Il solo pensare alla manifestazione porta chi ci è cresciuto agli anni della giovinezza, della scuola che finiva e dell’estate che iniziava, dei primi amori e delle prime amicizie forti, del gioco e della spensieratezza. Diceva Arthur Schopenhauer che “talvolta noi crediamo di sentire la nostalgia di un luogo lontano, mentre in verità abbiamo nostalgia del tempo che laggiù abbiamo trascorso, quando eravamo più giovani e più freschi“. La nostalgia nei confronti del passato caratterizza da sempre l’essere umano, e così il Festivalbar risulta strettamente collegato all’adolescenza.

Quelli sono gli anni delle prime scoperte musicali e chi occupava le posizioni d’alta classifica di allora era lontanissimo dal modo di fare musica oggi per riuscire a raggiungere certi risultati. Le proposte erano autentiche, sincere, genuine. I successi sbocciavano spontaneamente e non venivano costruiti a tavolino. Pensate, solo riferendovi alle ultime edizioni, a quanti tormentoni, in gran parte episodici, nascevano proprio su quel palco. Sono ricordate ancora oggi “Cleptomania” degli Sugarfree, “Parlo di te” di Pago, “Calma e sanguefreddo” di Luca Dirisio, “Boyband” dei Velvet, “Gattomatto” di Roberto Angelini…

Questo avveniva perché il Festivalbar aveva il coraggio della scommessa e garantiva un adeguato spazio anche agli emergenti. E i loro brani memorizzati dal pubblico quanto quelli dei big della musica. La TV, invece, oggi non potrebbe costruire un successo di sua totale proprietà se non supportato dallo streaming. E questo sconfesserebbe la missione del Festivalbar di centrare il focus prima sulle canzoni che sui cantanti. Oggi non si potrebbe fare nulla di diverso da quello che è una riproposizione pigra di una playlist Spotify. Il cast potremmo anticiparlo di anno in anno, senza sorpresa alcuna.

Proposta musicale poco variegata |

Non sarebbe la stessa manifestazione del passato anche per una scelta che oggi è decisamente meno variegata. La forza del Festivalbar era proprio in un cast composto non solo da hit estive e che riusciva ad accontentare tutte le età, unito ad un budget – che oggi non ci sarebbe – che consentiva di portare in Italia nomi di grande caratura internazionale.

La scaletta era quindi un continuo movimento tra artisti del calibro di Robbie Williams, Muse, Eminem, Red Hot Chili Peppers, Britney Spears… e i nostri più giovani. Vedeva i classici tormentoni alternati da brani come “Due destini” dei Tiromancino, “Infinito” di Raf, “La rondine” di Mango, “Speciale” di Gianluca Grignani, “Iris” di Biagio Antonacci, “Un’emozione per sempre” di Eros Ramazzotti, “Io no” di Vasco Rossi… E non è un caso che ad essere premiate alla fine erano quasi sempre questo tipo di proposte.

Oggi, se tornasse, lo vincerebbero i Boomdabash con Annalisa o Rocco Hunt con Elettra Lamborghini e i vari “mi manca il Festivalbar” si trasformerebbero facilmente in “non è più il Festivalbar di un tempo“.

In conclusione |

Colpa dei nuovi format quindi? Assolutamente no. È il mercato discografico ad essere cambiato. A voler essere incastrato nella stagionalità e a non avere più l’ambizione di resistere al tempo. Si preferisce più uscire ogni volta con lo stesso tormentone usa e getta che costruire una canzone che può essere ascoltata anche tra 20-30 anni. Il pubblico si è adeguato e gli attuali festival estivi non fanno altro che proporre ciò che viene richiesto.

Non è il Festivalbar quindi a mancare, perché oggi vedrebbe partecipare comunque gli stessi cantanti e le stesse canzoni che sentite ogni giorno. È la qualità musicale di un tempo che manca. Ecco perché è meglio lasciarlo nel mito. Altrimenti non rimarrebbe più neanche il bel ricordo.

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Nick Tara

Classe '92, ascoltatore atipico nel 2022 e boomer precoce per scelta: mi nutro di tradizione e non digerisco molte nuove tendenze, compro ancora i cd e non ho Spotify. Definito da Elettra Lamborghini "critico della sagra della salsiccia", il sogno della scrittura l'ho abbandonato per anni in un cassetto riaperto grazie a Kekko dei Modà, prima ascoltando un suo discorso, poi con la sincera stima che mi ha dimostrato.

By Nick Tara

Classe '92, ascoltatore atipico nel 2022 e boomer precoce per scelta: mi nutro di tradizione e non digerisco molte nuove tendenze, compro ancora i cd e non ho Spotify. Definito da Elettra Lamborghini "critico della sagra della salsiccia", il sogno della scrittura l'ho abbandonato per anni in un cassetto riaperto grazie a Kekko dei Modà, prima ascoltando un suo discorso, poi con la sincera stima che mi ha dimostrato.

One thought on “Festivalbar? No, grazie – I motivi per cui è meglio lasciarlo nel mito”
  1. Assolutamente in disaccordo con ciò che ha scritto l’autore dell’articolo.
    Se esistono i vari Summer Hits, Coca Cola Summer, Power Hits..vuol dire che i vari festival/vetrine funzionano ancora in TV. Sicuramente la musica si è evoluta, i tormentoni sono diversi da quelli di un tempo ma la voglia di rilassarsi con canzoni che si sentono ovunque è rimasta. L’esempio negativo delle TV, delle case discografiche e degli sponsor di mettersi in gioco è stata data, per esempio, a Master KG che quando uscì con Jerusalema non venne invitato una sola volta in Italia. Di contro, bisogna capire che ai vari Boomdabash, Baby K, Lamborghini, Giusy Ferreri si sarebbe dato il premio “tormentone dell’estate” e non la vincita totale della kermesse, quest’anno sicuramente vinta da Jovanotti. I nuovi artisti (Rhove, Albi, Shade, etc) avrebbero tranquillamente preso il posto degli allora Luca Dirisio, Valeria Rossi, Roberto Angelini.
    Altro discorso sarebbero le compilations che non venderebbero più come prima (ma che potrebbero essere ugualmente prodotte) per via delle varie piattaforme nate negli ultimi anni (leggi Spotify) che però porterebbero nel nostro paese un po’ di musica straniera (Lady Gaga, Glass Animals, Sam Ryder, Imagine Dragons, Kungs, Black Eyed Peas, Alvaro Soler solo per citarne alcuni). Non si potrebbero nemmeno più mettere a condurre la Hunziker, la Blasi o la Marcuzzi…ma andrebbe pensato un montaggio veloce, senza teatrini vari con conduttori che dovrebbero essere giovani e vicini ai ragazzi).

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