Filippo Graziani, il significato delle canzoni del nuovo disco “Verso casa”
Tempo di nuova musica per Filippo Graziani che, a partire da venerdì 23 ottobre 2026, ha reso disponibile l’album “Verso casa”
Da venerdì 23 ottobre, è disponibile “Verso casa”, il nuovo album di inediti di Filippo Graziani, pubblicato da INRI Records su tutte le piattaforme digitali e in vinile.
A quasi dieci anni dal precedente lavoro di inediti, “Verso Casa” segna il ritorno discografico di Filippo Graziani con un album nato da una nuova urgenza di scrittura e da un punto di osservazione profondamente cambiato. La nascita del figlio Ludovico sposta lo sguardo dell’artista e il passato, più che qualcosa da ricordare, diventa materia da rileggere e comprendere per rimettersi in movimento.
Il titolo racchiude questo passaggio. “Verso casa” è un movimento verso un luogo insieme personale e sonoro: l’infanzia, l’adolescenza, la provincia, Milano, i rapporti, le fughe, le figure rimaste impresse, ma anche il repertorio di Ivan Graziani, che Filippo ha attraversato per anni sui palchi, cantandolo, risuonandolo, facendolo entrare nel proprio modo di scrivere. Il solco musicale della famiglia Graziani diventa qui un linguaggio acquisito, memoria fisica attraverso una continuità che prende forma in canzoni nuove, con una voce autonoma e pienamente riconoscibile.
Filippo Graziani scrive con gli occhi di un padre che ripercorre la propria infanzia per consegnarne qualcosa a suo figlio e, nello stesso tempo, ritrovare qualcosa del proprio padre. Ivan compare non solo come memoria familiare e musicale, ma anche attraverso un suo inedito, “Le tre chiavi”, che diventa uno dei fili più intensi tra radici, eredità e voce personale.
Ad aprire la tracklist è “Selvaggio”, il brano più autobiografico del disco, una finestra sull’infanzia e sull’adolescenza di Filippo, su una generazione cresciuta senza telefoni, senza connessione permanente, in un rapporto più fisico, diretto e istintivo con il mondo. “Lambrate” racconta invece le prime esperienze milanesi, la vita adulta che comincia dentro stanze piccole, tra intimità, fatica quotidiana e un rock and roll boogie di matrice americana. “Ragazzi perduti” attraversa la noia della provincia anni Novanta e le traiettorie spezzate di chi, crescendo, prende strade da cui non sempre si riesce a tornare. “Povero me”, primo estratto dall’album, è un racconto nato mentre l’artista era bloccato nel traffico: fughe dalla realtà, desiderio e una passione che prende forma soprattutto nella testa, tra ironia e malinconia. “Silvia” guarda alla crudeltà sentimentale dell’adolescenza, a quell’età in cui il desiderio arriva prima degli strumenti per capirlo, dentro una scrittura acustica vicina alla tradizione dei cantautori folk americani. “Panico (Punk77)” parte dalla figura di Danny, mito scolastico e ribelle, per raccontare ciò che resta da adulti delle persone che abbiamo idealizzato, temuto o inseguito da lontano. “Nella musica” è una lettera al figlio Ludovico, una promessa affidata alla canzone, costruita su una forma acustica semplice e vicina alla tradizione country. Nei formati fisici, la chiusura è affidata a “Le tre chiavi”, brano inedito scritto da Ivan Graziani che sarà presente solo nel formato fisico.
Proprio “Le tre chiavi” rappresenta il punto di contatto più diretto con Ivan, una presenza naturale in un disco costruito sul dialogo tra memoria, scrittura, suono e continuità. Filippo ha scelto di inserirlo nel disco dopo aver ritrovato un’intervista in cui il padre raccontava l’immagine da cui nasceva la canzone: due cani che lottano per strada a Milano, uno con il collare e uno senza. Da quella scena Ivan traeva un’allegoria essenziale: il padrone che muove l’azione, il cane con il collare che la esegue, il randagio che la subisce. E poi l’imprevisto, il destino, ciò che arriva senza poter essere governato.
Filippo Graziani, il significato delle canzoni di “Verso casa”
SELVAGGIO
Probabilmente il brano più autobiografico del disco e per questo apre l’album. È il punto di partenza, una specie di canovaccio di tutto quello che succede dopo. È una finestra sulla mia infanzia e sulla mia adolescenza, su quel modo di crescere che appartiene alla mia generazione. Eravamo senza telefono, senza connessione, senza quella mente ad alveare che oggi tiene tutti collegati. La connessione si creava quando uscivi di casa e incontravi davvero le persone. C’era più individualismo, certo, ma anche un modo molto fisico e diretto di stare nel mondo. Scrivendo questa canzone mi sono reso conto di che cosa mi manca di quel periodo e di che cosa, in qualche modo, mi piacerebbe potesse vivere anche mio figlio. So che non potrà essere la stessa cosa, perché i tempi sono cambiati, ma dentro quel ricordo c’è una fantasia, una speranza, il desiderio che almeno una piccola parte di quella libertà possa arrivare anche a lui.
Musicalmente il pezzo nasce acustico, come spesso succede alle mie canzoni. Poi ho voluto vestirlo con gli stilemi della musica che amo: Dylan, The Band, Neil Young, l’americana anni Settanta. È una dichiarazione d’intenti anche dal punto di vista sonoro, perché mette subito in chiaro la direzione del disco.
LAMBRATE
Dentro questo pezzo ci sono le mie prime esperienze milanesi, il periodo dei vent’anni, quando iniziavo a vivere dentro una grande città.
Racconta la contraddizione di vivere in una grande città ma dentro uno spazio piccolo, come succede a tanti che si trasferiscono per la prima volta da soli nelle metropoli. In quello spazio ci sono due persone che provano a convivere, a costruire qualcosa, finendo inevitabilmente anche per darsi fastidio. Mi interessava raccontare quell’intimità quotidiana che nasce quando vivi molto vicino a qualcuno: i gesti minimi, gli specchi, le frasi dette per stanchezza, la noia, l’irritazione, ma anche una forma di vicinanza molto reale. È una canzone su un’età precisa, su quel momento in cui ti affacci alla vita adulta, hai voglia di fare, di muoverti, di stare dentro le cose, ma vivi ancora in una dimensione fragile, provvisoria, spesso scomoda.
Dal punto di vista musicale mi sono lasciato andare a un rock and roll più boogie, molto americano, con chitarre slide, assoli e un passo classico. L’ispirazione più forte, in questo caso, sono stati i Little Feat, soprattutto per la divisione del tempo e per il tipo di movimento ritmico, ma anche i Rolling Stones. Una particolarità del brano è che ci sono due batterie che si muovono insieme. Qui diventa più evidente il mio modo di suonare, basato sul feeling, sul linguaggio, sull’istinto. Credo che le canzoni funzionino proprio perché hanno quel tipo di approccio umano e non perfettamente accademico.
RAGAZZI PERDUTI
Una storia semi-biografica. Racconta due ragazzini che crescono insieme, fino al momento in cui uno dei due prende una strada in cui l’altro non può seguirlo. È la strada della droga, della deriva, di qualcosa che a un certo punto ti porta via.
Mi interessava raccontare la noia della provincia negli anni Novanta. Quella provincia poteva davvero ammazzarti, soprattutto se non avevi gli strumenti per capire quello che ti succedeva dentro. Non esisteva l’educazione emotiva, non c’era un linguaggio per dire certe cose. Se eri triste, la risposta era: “esci, vai fuori!”. E così ti portavi fuori la stessa tristezza, solo che fuori poteva diventare una cazzata, una dipendenza, una strada sbagliata.
Oggi ci sono altri problemi, i social hanno aggiunto nuove forme di pressione e di solitudine, ma credo che quel senso di smarrimento appartenga ancora a tanti ragazzi. La canzone nasce da lì, da quel vuoto, da quella sensazione di essere lontani da tutto, di guardare la grande città come un posto in cui gli altri sembrano più pronti, più furbi, più vivi.
Il titolo nasce anche da un cortocircuito tra due immaginari che ho amato da ragazzo: i ragazzi perduti di Peter Pan e il film The Lost Boys. Mi piaceva questa idea di adolescenza sospesa, di ragazzi che sembrano non voler crescere e allo stesso tempo rischiano di perdersi davvero.
Musicalmente è uno dei brani più moderni del disco, anche se è stato suonato con lo stesso approccio degli altri. Ha avuto una genesi più complessa, l’ho cambiato molte volte prima di trovare la sua casa. All’inizio era più veloce, più spinto, aveva una divisione ritmica diversa. Per un po’ non riusciva a trovare il posto giusto. Quando ci siamo arrivati, ho capito che quella era la forma del brano.
POVERO ME
È il brano che ha inaugurato questo nuovo percorso discografico e il primo estratto da “Verso Casa”. Un racconto che ho immaginato mentre ero bloccato nel traffico. Racconta fughe dalla realtà, desiderio e una passione travolgente che prende forma soprattutto nella testa: un sentimento immaginato, inseguito, vissuto tra ironia e malinconia. Dal punto di vista musicale, anticipa l’approccio artigianale che attraversa tutto il disco. È un lavoro diretto, essenziale, costruito sul suono reale e tangibile degli strumenti, senza effetti superflui o orpelli. Al centro ci sono le chitarre, la sezione ritmica, la voce e la vibrazione fisica degli strumenti.
SILVIA
Forse la canzone più autoesplicativa del disco. Racconta una cosa che credo abbiano vissuto in tanti: innamorarsi perdutamente di una ragazza della propria età e rendersi conto che lei guarda altrove, quasi sempre verso qualcuno più grande. A quattordici o quindici anni questa cosa può sembrare spietata. Tu sei lì, completamente cotto, convinto che dovresti essere tu quello visto, scelto, considerato, e invece ti trovi fuori campo. I ragazzi più grandi hanno la patente, hanno un altro fascino, sembrano già dentro un mondo a cui tu non hai ancora accesso. È una canzone sulla frustrazione di quell’età, ma anche sulla crudeltà naturale della crescita. A un certo punto ti accorgi che la vita non segue l’ordine romantico che avevi in testa. Ti mette davanti persone, desideri e delusioni, e spesso prima ancora che tu abbia gli strumenti per capirlo.
Qui si sente il mio amore per Jim Croce e per quel mondo di cantautori folk americani che scrivevano e cantavano con l’acustica. Volevo una canzone che avesse quella semplicità lì, quella capacità di stare in piedi su una scrittura, una voce, uno strumento, senza bisogno di sovraccaricare il racconto.
PANICO (PUNK77)
“Panico (Punk77)” parte da Danny che diventa il pretesto per raccontare ciò che resta, da adulti, dei miti della giovinezza. Quando sei adolescente ci sono persone che sembrano incarnare tutto quello che ti spaventa e ti attrae. Sembrano più libere, più pericolose, più avanti. A volte sono fragili, a volte sono fuori posto, ma proprio per questo diventano figure enormi nel tuo immaginario. Le guardi da lontano, le idealizzi, le temi, magari vorresti essere come loro, o magari non sai nemmeno bene perché ti colpiscono così tanto. Il Punk 77 del titolo è questo, non soltanto un riferimento estetico o musicale, ma il nome di un immaginario che sopravvive alla propria epoca. A distanza di anni non restano solo il senso di rottura, la provocazione. Resta anche una forma di tenerezza, di nostalgia, quasi di romanticismo. Mi interessava raccontare come persino la ribellione, quando la riguardi da adulto, possa diventare una forma di malinconia.
Musicalmente è uno dei brani più immediati e trascinanti del disco. Ha una spinta rock, un ritornello molto corale, riff di chitarra incisivi e quel tappeto di piano elettrico/organo che porta avanti il movimento. Nel finale le chitarre si aprono, si contorcono, diventano quasi fisiche. È un pezzo che doveva tenere insieme l’energia del racconto e quella sensazione di panico, attrazione e memoria che c’è nel testo.
NELLA MUSICA
Una lettera a mio figlio Ludovico che nasce dal desiderio di lasciargli qualcosa che possa ascoltare quando vuole, in qualsiasi momento della sua vita. Gli ho scritto quello che forse avrei voluto sentirmi dire anch’io. Non perché non mi sia arrivato amore, ma perché certe cose, quando cresci, vorresti poterle ritrovare in una forma chiara, disponibile, sempre lì. Una canzone può diventare anche questo: un messaggio che resta, una specie di promessa, qualcosa a cui tornare nei momenti in cui se ne sente il bisogno. Dentro c’è il mio nuovo punto di vista di padre. Tutto il disco nasce anche da questo cambiamento: da figlio sono diventato padre, e il modo di guardare la vita, il passato e il futuro si è spostato. “Nella musica” è forse il brano in cui questo passaggio diventa più esplicito.
È uno dei pezzi più vicini alla tradizione country del disco. È molto acustico, costruito su un suono diretto, caldo, essenziale, con quella matrice americana che attraversa tutto il lavoro. È una canzone che non aveva bisogno di essere appesantita: doveva conservare la sua forma più semplice e sincera, perché il centro resta la voce, il racconto, il messaggio.
LE TRE CHIAVI
“Le tre chiavi” è un brano scritto da mio padre Ivan. L’ho inserito nel disco dopo aver ritrovato un’intervista in cui mio padre raccontava l’immagine da cui nasceva la canzone: due cani che lottano per strada a Milano, uno con il collare e uno senza.
Il cane con il collare viene aizzato dal padrone contro un cane randagio, libero e vagabondo, che prova a difendersi come può e riesce a salvarsi soltanto grazie a un imprevisto. In quell’episodio vedeva un’allegoria molto chiara. Parlava di tre chiavi per leggere la scena: il regista, l’esecutore e la vittima. Il regista è il padrone, l’esecutore è il cane con il collare, la vittima è il vagabondo, che forse ha scelto la libertà o forse è semplicemente nato figlio di nessuno. Poi c’è una quarta presenza, che non si può davvero governare: l’imprevisto, il destino. Quello che arriva e cambia tutto senza che nessuno possa dargli una forma precisa.
Dentro il percorso del disco, “Le tre chiavi” diventa anche un punto di contatto diretto con lui. Non è un omaggio messo lì per nostalgia, ma un brano che entra naturalmente nel discorso di “Verso Casa” che diventa una casa fatta di suono, memoria, scrittura e continuità, dove quello che è venuto prima può ancora parlare al presente.