Francamente: “L’individualismo è il problema più grande del nostro tempo” – INTERVISTA
A tu per tu con Francamente per parlare del suo primo album “Bitte Leben”, disponibile da venerdì 17 aprile 2026 per Carosello Records. La nostra intervista alla cantautrice
Un invito a vivere, senza filtri e senza paura di cambiare. Si intitola “Bitte Leben” il primo album di Francamente: un manifesto personale e collettivo insieme: un viaggio che attraversa luoghi, suoni e relazioni, mettendo al centro il bisogno urgente di riconnettersi con ciò che ci rende umani.
L’artista dà forma a un disco che nasce in una dimensione profondamente laboratoriale, quasi artigianale, dove ogni giorno in studio diventa occasione di ricerca e sperimentazione. Nove tracce, racchiuse tra un intro e un outro, che compongono un racconto coerente e stratificato, capace di intrecciare cantautorato ed elettronica, passato e presente, intimità e apertura verso l’esterno.
“Bitte Leben” è molto più di un titolo: è una dichiarazione d’intenti. Un’esortazione a sporcarsi con la vita, ad accettarne le contraddizioni, a riconoscere nell’incontro con l’altro una possibilità di crescita. In un tempo segnato da individualismo e distanze, il disco si propone come uno spazio condiviso, un luogo in cui le esperienze si intrecciano e diventano narrazione collettiva.
Un esordio che segna una direzione chiara e che troverà una nuova dimensione anche dal vivo, nei concerti previsti a maggio. Nel frattempo, Francamente ci ha raccontato la genesi e il significato di questo primo, importante capitolo.
Francamente racconta l’album “Bitte Leben”, l’intervista
Come si è svolto il processo creativo delle canzoni che hanno dato forma al disco?
«Questo lavoro ha avuto come fulcro una dimensione profondamente laboratoriale. È stato anche il motivo che mi ha spinta a trasferirmi nuovamente in Italia, a Milano, dove vivo da più di un anno. L’idea era proprio quella di utilizzare lo studio come un’officina: microfono, sintetizzatori, chitarre, tutto sempre pronto per creare giorno dopo giorno».
Sui social lo hai descritto come “un piccolo manifesto di musica plurale”, un invito a “sporcarsi” con la vita. Quali sono, secondo te, le principali criticità della società di oggi?
«Sicuramente l’individualismo. Può sembrare una banalità, ma credo che inquini qualsiasi ambito: lavorativo, affettivo, umano. Spesso non ci rendiamo conto che è proprio attraverso la condivisione e la collaborazione che si può crescere più velocemente. Mi spaventa questo invito costante alla mitomania, all’essere miti di sé stessi. E da qui nasce anche una certa indifferenza verso il mondo, come se ciò che accade fuori non ci riguardasse. Questo per me è uno dei problemi più grandi del nostro tempo».
A livello musicale, che tipo di lavoro c’è stato in studio dietro la ricerca del sound?
«Abbiamo fatto diverse settimane di raccolta di reference. Ho portato con me tutti gli ascolti che mi accompagnano da sempre: il mondo degli anni Sessanta, da Woodstock ai Jefferson Airplane, il punk poetico di Patti Smith, fino al cantautorato italiano degli anni Ottanta con Battiato, Alice e Giuni Russo, che per me è una stella polare. Poi abbiamo guardato anche al presente, ad artiste contemporanee come Lola Young, che mi ha ispirata tantissimo. L’obiettivo era costruire una palette sonora comune, capire i nostri punti di contatto e anche quelli di distanza».
In tracce come “Telephone Tango” o “Zagara” si sente un forte dialogo tra culture diverse. Quanto è importante per te la contaminazione in musica?
«Per me non è solo importante, è imprescindibile. L’idea di poter essere “non contaminati” è un’illusione. Siamo continuamente influenzati dalle persone che incontriamo, dai luoghi in cui viviamo, dai colori che ci circondano. L’identità immobile è una favola: siamo dentro il mondo e ne facciamo parte, quindi inevitabilmente cambiamo e ci lasciamo influenzare».
Hai vissuto anche a Berlino: come ti spieghi il fatto che in Italia si guardi soprattutto al mondo angloamericano e meno alla musica europea più vicina a noi?
«Credo che sia soprattutto una questione di egemonia culturale. Gran parte di ciò che consumiamo arriva da quel mondo, quindi è naturale esserne influenzati. Però vivere in Europa è un grande privilegio: in uno spazio relativamente piccolo hai accesso a culture, lingue e tradizioni diversissime. Questo per me è un valore enorme. Viaggiare e confrontarsi con linguaggi anche lontani è sempre una scoperta meravigliosa».
In questo disco c’è un bellissimo equilibrio tra cantautorato ed elettronica, molto misurata. Tu che ne pensi del rischio che l’elettronica possa invecchiare presto un brano?
«Il rischio esiste, certo, ed è per questo che per noi l’elettronica è sempre stata al servizio delle parole e delle immagini. Non è mai stata un vezzo estetico. In alcuni casi serviva a dare più potenza, in altri più delicatezza. Siamo partiti sempre dal principio di non fare nulla che non sentissimo davvero. Se un suono ci convinceva, restava; se sembrava eccessivo, lo toglievamo».
Mi incuriosisce l’ordine della scaletta: il disco si apre con un intro e si chiude con un outro. A livello narrativo, come è stato concepito questo viaggio?
«È stata una delle cose più divertenti da fare. L’intro e l’outro erano abbastanza naturali, ma tutto il resto è stato pensato come un percorso. “5 di mattina”, per esempio, per me rappresenta un inizio, quasi l’alba di una giornata e simbolicamente anche di una fase della vita. Poi ci sono brani che ho sempre percepito come momenti di transizione, altri come pause tra due atti. Mi piaceva l’idea che l’album avesse davvero una sua narrazione interna».
“Bitte Leben” sarà presentato dal vivo con quattro concerti a maggio. Cosa ti aspetti da questi appuntamenti e cosa può aspettarsi il pubblico?
«Cerco sempre di tenere le aspettative molto basse, ma quello che desidero è dare tridimensionalità a questo disco. Fino a quando non lo porti sul palco, rimane come un vestito appeso: finalmente ora posso indossarlo. Il pubblico, spero, possa aspettarsi un live in cui si possa ballare, condividere, stare bene insieme. In questo periodo storico penso che il sano divertimento e la condivisione siano cose preziose».
Per concludere: cosa ti rende soddisfatta del tuo percorso e, in particolare, di questo disco?
«La cosa che mi rende più soddisfatta è averlo fatto insieme ad altre persone. Per me quest’anno è stato dedicato a capire come costruire un progetto in modo collaborativo, senza competizione. È una sensazione bellissima, quasi come quella che hai con i compagni di università quando dici: “Ce l’abbiamo fatta”. Vorrei portarmi dietro sempre questa consapevolezza: che fare musica insieme è più ricco, più fecondo e anche più umano».