Francesca De Mori e le sue “Altre strade” musicali – INTERVISTA

A tu per tu con l’artista vicentina che ci racconta l’evoluzione del suo ultimo raffinato disco.

L’universo della canzone d’autore italiana rivive una nuova primavera artistica grazie numerose e talentuose nuove leve, tra cui la l’elegante Francesca De Mori, che lo scorso gennaio ha lanciato il suo ultimo album “Altre strade”, influenzato da forti sonorità jazz. Cinque inediti e tre cover rilette dalla voce e dalla classe dell’interprete veneta, che omaggia tre grandi artisti del calibro di Ornella Vanoni, Franco Battiato e Rossana Casale.

Ciao Francesca, partiamo dal tuo ultimo progetto discografico “Altre strade”, che tappa rappresenta per il tuo percorso artistico? 

«Buongiorno Nico, grazie per l’intervista e un saluto a tutti i lettori di RECENSIAMOMUSICA. Mi considero una persona con i piedi per terra e questo disco rappresenta il mio impegno nei confronti di un lavoro che amo e che porto avanti da più di vent’anni. Senza pretesa alcuna, ma con l’intenzione di procedere nella bellezza, “Altre strade” è il punto d’incontro di altri percorsi, perchè la mia ricerca in campo vocale mi ha permesso di cogliere altre parti di me che altrimenti sarebbero rimaste incompiute. Il punto di svolta è stato l’incontro con Daniele Petrosillo, contrabbassista, che ha scritto le musiche dei cinque brani inediti, e con Salvatore Pezzotti, pianista e arrangiatore del quartetto d’archi Archimia – Paolo Costanzo e Serafino Tedesi al violino; Andrea Anzalone al cello e Matteo Del Soldà alla viola- ospiti nel disco. Completano la formazione musicale Rino Dipace alla batteria e Raffaele Kohler alla tromba e al flicorno».

C’è un filo conduttore che lega tra loro le tracce presenti, se si, quale?

«Forse il filo conduttore non c’è o forse sì, all’inizio qualche indizio l’abbiamo lasciato ma ora, anche alla luce delle risposte che abbiamo avuto negli ascolti, preferiamo che ci sia libertà nell’ascolto».

Ti senti un po’ il peso addosso di rappresentare oggi il mondo della canzone d’autore italiana e una corrente musicale come il jazz?  

«Nessun peso, per carità, anzi a mio modo di vedere è un privilegio. La musica dà sempre tantissimo. Ho prodotto questo disco con gioia, pur attraversando tutte le fatiche che comporta trovarsi da soli a rapportarsi con le figure che si incontrano nella produzione di un disco. L’idea è di riprendere la canzone d’autore italiana, arricchendone la parte musicale. Nei brani originali la scrittura è contraddistinta da influenze jazzistiche e questo contribuisce a non rendere i brani facilmente catalogabili dal punto di vista del genere musicale. Viene data importanza, oltre che alla parte melodica e armonica, anche alla parte ritmica, con tempi inusuali come il 5/4 o il 7/4 e riservando sempre uno spazio all’improvvisazione. Le canzoni sono scritte volutamente in  italiano per tracciare un percorso ripetibile e godibile all’ascolto. Le canzoni d’autore edite, ‘A che servono gli dei’, ‘L’isola’, ‘E ti vengo a cercare’, sono state scelte con la volontà di avviare e completare la riflessione avviata con i temi delle canzoni inedite».

Facciamo un salto indietro nel tempo, quando e come è nata la tua passione per la musica?

«Mi sono ritrovata con un dono fin da piccola, ma non ho mai pensato che avrei intrapreso questa professione. Poi verso i 23 anni, nel frattempo svolgevo  un lavoro in una casa di cura per persone affette da Alzheimer, qualcuno mi ha sentito cantare e mi ha introdotta nella professione. Ho iniziato a vivere di questo fino a studiare canto e a diventare anche insegnante di canto».

Quali artisti hanno ispirato e accompagnato la tua crescita?

«Quasi tutta la musica cantautorale italiana, poi le grandi interpreti italiane e americane, ma anche altri generi come il Gospel e alcune cantanti Blues. Sono davvero ‘onnivora’, musicalmete parlando, non mi sono mai fermata di fronte a nessun genere e di fronte all’ascolto delle voci che restano la mia  fonte principale di nutrimento. La lista è infinita».

Che esperienza ha rappresentato per te il CET di Mogol?

«Un’esperienza felice, ma da paurosa quale ero non sfruttata a pieno. Utile entrare in relazione con alcuni personaggi della canzone italiana. Mi ricordo che Mogol ci fece ascoltare il primo disco di Mina e Celentano e non era ancora uscito».

Cosa rappresenta per te la dimensione live?

«Per me è come trovarmi a casa, è un momento di bellezza e verità in cui posso farmi conoscere per come sono e far conoscere le canzoni che canto».

Tornando al disco, tra gli omaggi presenti, hai ricantato la splendida “E ti vengo a cercare” del maestro Franco Battiato. Cosa rappresenta per te questo pezzo?

«Una canzone che abbiamo stravolto grazie all’arrangiamento di Salvatore Pezzotti, frutto di un suo sogno. Questa canzone rappresenta una riflessione sull’amore in terra, la visione dell’amore divino nell’essere incarnato. Oltre che essere una forte denuncia ai tempi ‘saturi di parassiti senza dignità’ rappresenta per me il rifugio nell’amore».

Sono presenti anche altre due cover, “L’isola” di Ornella Vanoni e “A che servono gli dei” di Rossana Casale. Come mai proprio queste scelte?

«Sono canzoni che da sempre mi accompagnano e che hanno colpito la mia immaginazione, il mio cuore e il mio orecchio. Sognavo di reinterpretarle e grazie ai bravissimi musicisti che suonano nel disco ho realizzato un desiderio».

Quali sono i tuoi progetti per il futuro e/o sogni nel cassetto?

«Per ora mi sto concentrando sui concerti live per questo disco e poi spero di realizzare il secondo album. Ci sono già delle canzoni nuove e non vediamo l’ora di inciderle».

Alla luce di tutto quello che ci siamo detti, per concludere, quale messaggio vorresti trasmettere al pubblico, oggi, attraverso la tua musica?

«Spero che queste canzoni arrivino nel momento giusto, al posto giusto, a portare un messaggio, un incoraggiamento. Ad alcune persone è successo e poi mi hanno scritto raccontandomi della loro esperienza. Se dovesse capitare a qualche vostro lettore, mi scriva pure perchè mi farà solo che piacere».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Nico Donvito

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