martedì, Aprile 23, 2024

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Francesca Michielin, 4 anni da “Feat-Stato di natura”, il piacere di sperimentare

Ad ascoltare il risultato finale, l’operazione è riuscita alla grande. “Feat – Stato di natura” è un disco che suona di Duemilaventi, contemporaneo ed attuale, modaiolo al punto giusto (ci sono gli ormai onnipresenti Dardust, Charlie Charles e Takagi & Ketra, è vero, ma c’è anche il non ancora blastonato Giorgio Poi e qualcuno, come Max Gazzé, che non si concede così spesso). Un disco figlio del suo tempo ma con qui e là riferimenti démodé. Proprio come Francesca, che non smette mai di stupire.”

Quella che avete appena letto è la conclusione della recensione che Rockol 4 anni fa ha scritto per “Feat-Stato di Natura” di Francesca Michielin. Una operazione molto particolare della cantautrice veneta pubblicata il 13 marzo 2020, nei primi giorni di lockdown, quello serratissimo per intenderci. Come esplicitato nel titolo si tratta di un disco di duetti, un modo per misurarsi con altri artisti e mettersi in gioco. “La musica oggi è fluida e ci spinge a sperimentare” disse l’artista in quella occasione. Ed in effetti l’operazione a distanza di 4 anni esatti dalla sua pubblicazione, rimane una delle sperimentazioni più riuscite dell’artista.

“Feat – Stato di natura”, come il titolo stesso lascia intuire, è un album di duetti e collaborazioni che hanno visto la cantautrice veneta confrontarsi con produttori e artisti talvolta vicini al suo mondo, talvolta lontanissimi: dai Maneskin a Giorgio Poi, passando per Fabri Fibra, Gemitaiz, Shiva, Elisa, Dardust, i Coma Cose, Fred De Palma, Takagi & Ketra, Max Gazzé, Carl Brave e Charlie Charles.

Di seguito un sunto della recensione di Rockol :

Un album playlist, pensato come un contenitore di tanti generi, stili e suoni in grado di mettere d’accordo tanto gli appassionati del nuovo cantautorato italiano quanto chi preferisce la scena rap e trap attuale? La metafora è per certi versi scontata e banale, ma fondamentalmente “Feat – Stato di natura” è proprio questo: se nel mettere insieme i pezzi di “2640” Francesca Michielin si era lasciata guidare da una coerenza stilistica e di contenuti (quello fu il disco della sua svolta “indie”, con lo zampino di Calcutta, Paradiso e Cosmo, all’epoca – cavolo, sono successe così tante cose nella musica italiana che sembra essere passato un decennio! – tre nomi di punta della scena, oggi tre protagonisti del nuovo pop tricolore), qui la cantautrice non ha badato troppo all’omogeneità. Tutt’altro: ha provato a far convivere all’interno di un unico disco tante ispirazioni diverse, senza però farsi prendere la mano e mantenendo una certa compattezza nella forma (l’album ha una durata di poco più di trenta minuti, nulla in confronto agli interminabili dischi-mixtape che vanno così di moda oggi, anche nel pop).”

E ancora :

Indossando al tempo stesso i panni di regista e di interprete, Francesca ha chiamato a raccolta autori, produttori e cantanti provenienti da background ed esperienze diverse: dal rock (Tommaso Colliva, già collaboratore dei principali esponenti della scena indie-alternative italiana, che ha messo mano alla title track) all’urban (Charlie Charles e Mahmood, entrambi arruolati per “Cheyenne”), passando per la trap (Shiva, talento milanese al suo fianco in “Gange”), l’hip hop (tre brani sono nati nello studio di Frenetik&Orang3, duo romano già al servizio dei principali nomi della scena capitolina), l’ItPop (Carl Brave, che in “Star Trek” porta idealmente la Michielin a spasso per le strade di una Trastevere baciata dal sole in piena estate) e il pop (Elisa, Dardust).”

Infine :

“L’obiettivo era quello di incidere un disco che potesse unire l’elettronica e l’analogico: non solo suoni ricavati collegando una tastiera Midi al pc, ma anche bassi “reali”, chitarroni graffianti, tastiere analogiche e body percussion, pensando alla dimensione dei live. E sperimentando anche vocalmente, con parti cantate in growl (tipico del rock – ascoltare “Stato di natura” con i Maneskin, un pezzone hard rock à la Led Zeppelin, per credere), fino allo scat jazzistico (“La vie ensemble”, una canzone folk in francese cantata insieme a Max Gazzé)”

La conclusione è quella che abbiamo riportato all’inizio, l’album si può definire una operazione riuscita, forse una delle più interessanti degli ultimi anni, complimenti a Francesca per aver avuto il coraggio di uscire dalla sua comfort zone e sperimentare.