Raccontiamo l’attualità con una canzone

Si domanderà, il lettore, il perché dell’urgenza di scrivere cose ovvie a persone che io, lo scrittore, non conosco. Leggerà dunque il titolo di questo articolo e penserà qualcosa come “Dio mio, ecco un altro finto poeta spendere parole e pensieri su dei gesti normalissimi come l’abbracciarsi, o il tenersi compagnia”, e così dicendo, chiuderà la finestra di questa pagina e chi si è visto si è visto.

C’è poi una minuscola fetta di lettori che andrà avanti a leggere questo articolo, cercando chissà quale illuminazione riguardo un gesto – l’abbracciarsi – così comune e, ahimè, così sottovalutato. Scriverò, qui, per loro.

Pensate al folle, ingenuo, ma a suo modo geniale uomo sulla Terra ad abbracciarne un altro. Immaginatevi quella scena. Sarà partita, che so io, con una caccia andata male, una ferita mortale subita dal capo villaggio, un inverno più gelido del solito; decidete voi. In mezzo a tutto quel dolore, a tutta quella sofferenza, a qualcuno sarà venuta un’idea nuova, inizialmente anche sciocca (come tutte le idee nuove rivelatesi poi geniali).

L’idea di andare lì, dall’uomo o dalla donna che stava soffrendo, e senza dirgli nulla, abbracciarlo. Quello avrà pensato che lo stesse strangolando, o quantomeno che si stesse prendendo beffe di lui. Invece i due corpi rimanevano lì, fermi, senza guardarsi ma solo sentendosi.

Un gesto, che è poi la sintesi perfetta di un linguaggio che sarebbe incomprensibile a parole. Da allora chissà quanti altre braccia si saranno avvinghiate in altri corpi nel tentativo di alleviare il dolore, scoprire un sentimento, o per sentirsi un poco più umani, nonostante tutto.

Penso questo, e mi torna in testa una bellissima canzone degli Eugenio in via di gioia che si chiama per l’appunto: “Non vedo l’ora di abbracciarsi.”

La parola abbracciarsi dal latino è composta da due parti: una è amb (intorno) l’altra è “plectere” (intrecciare). Si crea un’armonia riservata al tatto e alla percezione, senza quella noiosa preoccupazione del vedersi. Si sente il respiro dell’altro sulla propria pelle. Si sente la stretta della mano dell’altro sulla propria schiena. Si sentono i capelli dell’altro cadere e accarezzare il proprio collo, o per lo meno chi ce li ha. Una geometria intima di corpi. E nient’altro.

Perché non c’è parola, nei veri abbracci. C’è il silenzio, quello che accompagna il momento dall’attimo all’eterno, dal presente alla memoria di tutti e due. Che poi accada in un campo da basket, fra due innamorati, fra amici o parenti, il risultato è sempre quello: un modo, straordinariamente semplice ed efficace, per dire che noi umani, in fin dei conti, da soli non ce la facciamo.

Abbiamo sempre bisogno di intrecciarci negli altri, nelle paure e nei fallimenti di chi ci sta intorno. Non per invadenza, ma per conoscerci. Non per invidia, ma per crescere. Poi si cade nel rancore, nella disgrazia e nelle gelosie nascoste nei silenzi cupi, quelli di un orologio che scolpisce una nuova ora sprecata, o di un fiume che scorre nonostante tutto intorno a te dovrebbe fermarsi.

Ma siamo pur sempre umani, boys. Non si scappa mica. Si può però stringersi ad un’ancora e darci supporto a vicenda, così da non riconoscere più dove inizia l’abbraccio dell’altro e dove finisce il tuo. Un modo di dire:

Dove sei?,

Sono qui,

Allora è ok,

Si amico, allora è ok.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

By Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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