Raccontiamo l’attualità con una canzone

Scelga il lettore uno dei suoi desideri più profondi e lo riassuma in un’unica parola; poi la ripeta molte volte di seguito. Quello che succederà,  avrà fatto bene questo esercizio, sarà una perdita vertiginosa del senso più aulico del proprio desiderio, e dunque, per dirla in parole povere, il suo desiderio avrà perso quel fascino che lo rende tale. A questo punto nascerà nel lettore un urgente bisogno di riscoprire l’unicità del proprio sogno nella sua maniera più pura, bella e diversa da quella di tutte le altre persone – illusione che prima o poi si insinua nel cuore e nell’ego di tutti.

Se troverà l’introduzione pretenziosa – parola bellissima, tra l’altro – il lettore la dia per non letta. Non l’avrei scritta se non avessi trovato davanti ai miei occhi la parola (e il suo desiderio) che resiste ad ogni mio tentativo di polverizzazione: non per niente da secoli andiamo dicendo che l’eccezione conferma la regola.

Tale parola è “Vorrei”. Sono arrivata a pronunciarla 46 volte e, confermato una volta per tutte il mio vittorioso distacco dal rotacismo, mi sono ritrovato in uno stato di illuminazione e grazia, sintomi che si manifestano in rare occasione: quando si è di fronte ad affascinanti scoperte, e nell’ammirazione genuina verso la prima puntata di una incredibile serie tv ancora sconosciuta – che è poi anch’essa un’affascinante scoperta. Forse, in fondo all’articolo, spiegherò qual è il mio desiderio collegato ad essa, ma ora, invece, cercherò di investigare su un altro mistero. Per lo meno questo è quello che vorrei. E così siamo a 47 volte.

Volere, secondo la definizione corrente, è ciò che si pone come meta da raggiungere. Il che, bisogna ammetterlo, è tanto stoico quanto poco poetico (a meno di essere un pellegrino o uno scalatore, obvioulsy). Ma è nella sua forma al condizionale che la grammatica le consegna il suo risvolto magico. L’ho notato grazie al hashtag che sta divagando su Instagram: “e poi vorrei “. Questo, oltre ad insegnarmi come si scrive correttamente hashtag, mi ha incuriosito non poco. Su internet le persone completano quella frase con diverse azioni: “e poi vorrei” andare in quel bar, “e poi vorrei” fare due passi al parco, “e poi vorrei” portarti in un posto… Insomma, sdolcinatezze da quattro soldi, siamo d’accordo. Solo che in questa quarantena si ricoprono di un’eleganza monumentale che mi viene da riassumere così: desiderare la normalità. Nella sua forma più semplice, più nuda e cruda. E sarebbe bello, molto bello, se solo non si attivasse quell’invisibile meccanismo intrinseco nella trama della vita, capace di far combaciare il nostro desiderio alla realtà, svuotando però le attese e illudendo le prospettive; così che quando tutto sarà finito, i bar rimarranno bar, un parco solo un parco, e la frase “e poi vorrei” solo una tardiva richiesta detta al salumiere. Leopardi docet.

Il mio articolo scivolerebbe sempre più giù verso questa piega di negativismo e di crudo cinismo, schiantandosi poi su un finale disastroso per il futuro, sospettoso verso il presente, e nostalgico (di cosa poi?) sul passato. Scivolerebbe di sicuro, se solo non ci fosse un altro tipo di illuminazione che, come ormai il mio fedele circolo di tre/quattro lettori avrà intuito, si manifesti sotto forma di una canzone.

Tale illuminazione viene da Francesco Guccini e si intitola “Vorrei”. Qui metto la splendida cover di Brunori Sas; lo scrivo nel caso qualche spavaldo lettore volesse incautamente inviare questo mio articolo a Guccini, e non sia mai che mi si dia del pretenzioso – parola, lo ripeto, bellissima – mentre qui si tratta solo di pura e semplice prevenzione.

 

Guccini scriveva quasi tutte le sue canzoni nell’arco di una sera o al massimo, se esagerava col vino, nella mattina seguente. Per dire, nel tempo che io scrivo questo articolo, lui aveva già finito di comporre “Dio è morto”, “La Locomotiva” e ”Auschwitz”. Lo so, un giorno imparerò anch’io a ottimizzare al meglio il mio tempo. Questa canzone invece è l’eccezione: per scrivere “Vorrei” Guccini ci ha impiegato dieci anni. Letteralmente, non scherzo. A primo impatto, è una lunga lista di cose che l’autore vorrebbe fare, ed effettivamente lo è davvero, ma con una bellezza e la tenerezza di un altro mondo.

Vorrei che tutti gli anziani mi salutassero
Parlando con me del tempo e dei giorni andati
Vorrei che gli amici tuoi tutti mi parlassero
Come se amici fossimo sempre stati”.

E ritorniamo ancora qui: desiderare la normalità. Forse è questo che significa essere davvero innamorati: desiderare ciò che si ha. Ma il problema sta sempre lì: prima o poi il desiderio si polverizza o, peggio, si concretizza… e allora cosa rimane? Come riuscire a tenersi stretto il nostro sogno, la nostra unicità, la nostra sfrontata giovinezza? Ed ecco che arriva la frase più bella, nella mia personale opinione, di tutto il repertorio vastissimo di Guccini, a darci una risposta, anzi, (correggo), la risposta a questo dilemma.

“E lo Vorrei
Perché non sono quando non ci sei
E resto solo coi pensieri miei… ed io”.

Non credo di essere in grado di spiegare. È qualcosa di troppo bello, di troppo piccolo per rientrare nelle fragili pareti delle parole. Però penso a tutti quegli hashtag, a tutte quelle piccole cose normali che vorremmo fare in questo momento, a tutta quella vita semplice che ora come ora ci sembra così lontana. Nessuno è degno del proprio desiderio, caro lettore, ma non è questo quello che conta. Quello che rende quel “e poi vorrei” davvero bello, è la scelta della persona alla quale lo dedichiamo; perché senza affidare il nostro sogno a qualcuno, si rimane soli con i nostri pensieri. Ma se c’è un qualcuno che vede il nostro desiderio, ecco che il bar diventa molto più di un bar, ecco che il parco non rimane più solo un parco, ecco che la frase “e poi vorrei” non rimane solo una frase ma si trasforma in qualcosa di molto più di un pretenzioso – lo dico sinceramente, è veramente una parola fantastica –  di un titolo della rubrica “fuori il mondo come va?”.

E poi vorrei. È un desiderio che vorresti non finisse mai. Per questo resiste ad ogni polverizzazione, ad ogni banale situazione. L’unico errore sarebbe quello di vivere il proprio desiderio da soli; ma quando riesci ad amare qualcuno che ti ama, allora bisogna non smascherare mai i suoi sogni. Il più grande, e illogico, sei tu. Così, quel vorrei, diventa eterno.

Voilà. Questo era (o voleva essere) la spiegazione di una delle frasi più importanti per il sottoscritto. Poi ce ne sarebbero molte altre della stessa canzone che sarebbero, comunque, da citare. Come del resto sarebbero degni di nota molti momenti di questa quarantena: come i silenzi, le vecchie foto rispolverate, le storie di famiglie narrate verso la sera, le passeggiate serali e un po’ fuorilegge con i propri congiunti. Roba che non finisci più. E perciò mi fermo qui.

P.S. Il desiderio legato al mio “Vorrei” era quello di poter scrivere un articolo bello, divertente da far ridere e profondo da far riflettere. Va beh… sarà per la prossima volta. Mi sa che per ora è meglio rimanere solo con i pensieri miei. Ed io.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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