Raccontiamo l’attualità con una canzone

Incorreggibile fabbricante di illusioni, l’uomo (io, tu, lui) non lo è mai tanto come l’ultimo giorno dell’anno. Indifferente come quasi sempre, l’orologio batte o dodici rintocchi. Si ascolta in silenzio, con attenzione e riverenza. Milioni e milioni di persone sospendono ogni occupazione (grave o spensierata) per ascoltare la risultante sonora di un meccanismo cieco. Mentre l’orologio scocca questi dodici colpi (e ciò richiede ben un minuto, dunque nessuno saprà mai quando l’anno è realmente cominciato), le nazioni si trasformano in giganteschi tribunali della conoscenza. Se il mondo finisse in quelle decine di secondo, non ci sarebbe posto in paradiso per tanto angeli e santi- ai quali non hanno dato il tempo di diventarlo.

Riassunto di tutto questo? Una canzone, ovviamente. L’unica canzone che parla di un capodanno con un taglio tragicomico. A cantarlo è la regina del tragicomico trasposto in musica: Levante. Chi non ha mai canticchiato nella testa “che vita di merda” posticipato di una serie di vocali sparse che a buon orecchio paiono sembrare un vero e proprio urlo? Pochi. E se siete fra questi dovete correre ai ripari. La canzone in questione è ovviamente: Alfonso. Essa ha una forza incredibile nel trasportare in tragedia una “normale” festa. Quantificare il disagio in una canzone con il giusto ritmo e le giuste frasi.

E viene alla testa “La grande bellezza” di Sorrentino con la celebre frase “i trenini di Roma sono belli, perché non vanno mai da nessuna parte”, quando la nostra Levante canta “se parte il trenino mi butto nel camion”. Soliti rituali vuoti, molte facce sconosciute, troppe frasi prive di interesse. Ogni fine anno (o inizio anno? Chi lo sa) la solita tortura. Per questo è quantomeno pregevole il tentativo di dare un senso poetico anche in una sera, quella di capodanno, che di senso ne ha poco.

Liberandoci dai soliti cliché, abbracci e festeggiamenti per una festa che celebrano tutti, ma che non riguarda in realtà nessuno. Come nessuno è il signor Alfonso, un uomo che potrebbe essere tutti e che, appunto, è anche nessuno. E si rimane così, con un po’ di vuoto dentro e un qualche dolore mascherato.

Il giorno dopo è ironico e autentico: arriva con le bilance di precisione dove saranno pesate le intenzioni, e siccome le virtù per le quali abbiamo optato e desiderato nella sede precedente (nella misura delle nostre capacità) non arrivano a equilibrare la fedeltà, fedelmente torniamo a essere quel che eravamo, quel che non avevamo mai cessato di essere. E a questo non v’è rimedio? Ebbene, purtroppo non c’è. Dopo le prime ore del primo giorno dell’anno, tutto ritorna come prima. Con qualche acciacco in più, con qualche dolorino interiore più evidente.

Chissà, forse da quello stato di confusione potrà nascere qualcosa di davvero bello. Così è successo con Alfonso di Levante. Sono sicuro possa succedere a tutti noi che serbiamo nel cuore la speranza di festeggiare qualcosa di realmente bello e non solo apparente. Qualcosa di autentico e di davvero Nostro.  Un giorno troveremo il modo di festeggiare cotanta bellezza senza aver bisogno di una festa senza passato e futuro ma radicata nei nostri presenti.

Con questo vi mando il mio più dolce augurio di felice anno nuovo e di felicità (vere) da raggiungere. Tranne ad Alfonso, ovviamente.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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