Fuori il mondo come va?: fra rapimento ed eternità va in scena la “Tosca” di Puccini

Guardiamo all’attualità per mezzo della musica

Ci sono dei particolari sabato sera che possiedono un talento beffardo. Iniziano con il calar del sole e ti sussurrano all’orecchio, con un particolare colore nel cielo e una lieve brezza nel vento, una illogica speranza: quella sarà una sera diversa da qualunque altra. Quella sera sarà, semplicemente, eterna.

Si, sa. Noi uomini con il concetto di eternità abbiamo sempre parlato tanto e quagliato molto poco. L’eternità è invincibile, almeno fino a quando la domenica mattina ti bussa alle porte. A volte ancora l’eternità cessa quando (in bei tempi o in vecchi nostalgici) il braccio del giradischi raggiungeva con disinvoltura il perno di centraggio. Donando, però, alle orecchie in vicinanza, qualche minuto di estasi e di, appunto, eternità.

Ieri sera più di tre milioni di persone, seppur nelle loro case al caldo, sono state rapite da 4 ore di inspiegabile immortalità che sarebbe inopportuno non chiamare con il suo elegante ed elevato nome: La Tosca. Non servono parole, non servono spiegazioni, e non c’è neanche bisogno di raccontare gli effetti speciali all’avanguardia (e ce ne sono state di strepitosi) per ciò che si è potuto vedere su Rai 1 l’altra sera. C’era la musica. E basta. Un rapimento, pulito e semplice. Di noi stessi, per noi stessi, grazie ad una miscela artistica che confluisce in una sofisticata e perfetta combinazione di forme d’arte che hanno portato l’opera di Puccini, in una magnifica apertura stagionale della prima alla Scala.

La musica classica ha dentro di sé questa straordinaria capacità: riportare in una somma di note, tutta la gamma delle emozioni umane, (ascoltare “Le Nozze di Figaro” per credere) dal più piccolo gesto, talvolta anche puramente fisico, al più profondo irrequieto stato d’animo umano.

Quando Tosca, interpretata dalla straordinaria Anna Netrebko, canta il suo celebre “Vissi d’arte, vissi d’amore”, niente, e ripeto niente, ha più importanza. Il mondo, quasi, non lo senti più. Tutto ciò che senti è che c’è una donna che in quel momento ti sta guardando e che con la sua voce ti ha appena rubato gli occhi, e tu non puoi fare altro che guardarla. La guardi. Un gesto semplice. Non c’è più rumore, non ci sono più incomprensioni o frivoli pensieri per la testa. La guardi. Ed il mondo sembra mettersi a posto da solo, nel semplice gesto di guardare ed ascoltare. C’è la tua vita… e quella voce. Una voce di una delicatezza disumana. Una voce che sta innalzando la tua vita, i tuoi occhi, te stesso, a qualcosa di più grande. Un rapimento, pulito e semplice, del mondo in cui viviamo.

In quel momento, e in quel momento soltanto, la vedi. L’eternità. E non ci sarà nessuna domenica mattina, nessuna sveglia, nessuna noia al mondo che te la farà dimenticare. Non serve capirne poi tanto di musica classica per vedere dentro la sua bellezza.

Ed è così che provo, e spero, di riassumere ciò che è successo a tutte quelle persone sintonizzate davanti allo schermo in un sabato sera, apparentemente, come tanti altri. Ha dell’incredibile se ci si pensa un attimo. Milioni di persone ferme davanti allo schermo, rapite da una voce. Non una voce qualunque, certamente. Ma una voce che, anche se per una serata soltanto, ci ha dato un’immagine di incanto e purezza. Quella che solo la musica classica è in grado di offrirti. Una voce che ha tenuto fermo, per un instante eterno, il cuore del mondo.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista e chitarrista (squattrinato) di una band (altrettanto squattrinata). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Tommaso Leotta

Scrittore, regista e chitarrista (squattrinato) di una band (altrettanto squattrinata). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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