Raccontiamo l’attualità con una canzone

Esiste – tra i molti posti laddove i giovani cercano un po’ di riposo, un saltuario divertimento o una semplice serata in compagnia – il locale. Il locale ha in sé una piacevole contraddizione. Sono lì inchiodati, tra la polvere sulle sedie e il ticchettio delle dita sui tavoli, i momenti più noiosi, passabili e di gran lunga dimenticabili della nostra vita.

Poche se non nessuna cosa grandiosa nella nostra vita accade nei locali. Anzi, possiamo dire che il locale è un momento vuoto, estemporanea e difatti scollegato dal resto della vita. Ci si beve una birra, i più temerari puntano sul drink, e il resto è chiacchiericcio di più o meno intensità, nel paziente obbiettivo di combattere ogni ed eventuale tipo di spasmodico silenzio. Nulla è infatti più triste e demoralizzante di una compagnia silenziosa in un locale.

Così, vuoi i giovani nel loro laborioso modo di ricostruire qualsiasi battuta su un dibattito sessuale, o gli adulti nell’estrapolare vecchie glorie e fantasmi di quando erano giovani ed eccitati a parlare di sesso, ogni tipo di gruppo si racconta. Chi più, chi meno. Tirando serata, e scacciando il più possibile il domani.

È un rituale strano. Una monotonia distraente. Nulla di grandioso può accadere e nessuno si aspetta qualcosa di diverso da ciò che nel locale avverrà. Un elogio all’immobilità. Cambiano i discorsi, ci si documenta sulle ultime novità, ma il mito persevera da generazione a generazione.

Capirà bene l’attento lettore, che ci sono recentemente andato, in uno di questi locali. Non tanto per trovar pace ai miei sentimenti, ma per fuggirvi, una volta tanto, e che sia il mondo (anche se il mio) a sbrigarsela da solo. Stesse facce, stessi pesi, me ne stavo lì con la mia birra (ovviamente non un drink) a cogliere particolari e sfumature per questo articolo. Ciò che però costatavo attorno a me, era un inno alla normalità.

Gente felice, gente sorpresa, facendo cose che di felicità e di stupore ci azzeccano ben poco. Ma non dico questo come offesa nei loro confronti, giammai. È più una capacità sistematica ad annullare se stessi, o meglio, quella parte di se stessi che turba l’anima. Rimane una casa di mattoni senza l’argilla. E così facendo, ogni sera, nel locale, ogni gruppo smonta e rimonta il mondo come esso preferisce.

Chi ridendo, chi rimpiangendo i vecchi tempi, chi tentando di conquistare qualche cuore. Il mondo cambia faccia e si ricompone al levar del sole. Ritorna l’argilla e ritorna il dolore.

E non c’è male, in questo, a dimenticarsi se stessi e perdersi in iperboliche discussioni che passano con agilità dal senso della vita alle prosperose curve della cameriera. Passeggia la notte, attaccata alla malinconia. I più bravi non varcano mai il confine. I solitari, nel confine, ci vivono. Lo raccontano, in chiave ironica, gli Elio e le storie tese nella loro canzone Una sera con gli amici.

Scrivo questo articolo per salvare una serata che non doveva e non voleva essere salvata. Sono sere, queste da locale, che passano e non tornano più. Non ci emozionano più di tanto, ma siamo già pronti a rimpiangerle, quando arriva domani. 

Anzi, a pensarci bene una cosa da salvare c’è stata. C’era questo bambino, nel locale, (e già mi chiedo che razza di famiglia porta un bambino alle 10:30 di sera in un locale per giovani) che vagava tra i tavoli. Dava il pugnetto alle persone, con un sorriso contagioso e a tratti evangelico. Quello che hanno i chierichetti a fine messa, per capirci. Passava tra i tavoli il bambino, ma all’improvviso si è bloccato ed ha iniziato a chiamare sua madre. Faceva dei gesti che nessuno capiva e tutti i discorsi sessuali nei vari tavoli dovettero fermarsi.

Indicava in alto saltellando come un coniglio. Quando arrivò sua madre, gli diede un bacio e lo portò al tavolo dei “grandi”. Il bambino però non la smise di indicare in alto e a saltellare. Capì quasi subito cosa volesse fare. Voleva dare un pugnetto alla luna, il bambino. Così bella, così luminosa, l’opposto di tutti quelli che lo circondavano nel locale, in quel momento.

La gente tornò quasi subito a parlare di sesso e delle curve della cameriera. Ma questa cosa del bambino mi fa pensare una cosa. Che alla fine, anche nei posti dove puoi sentirti solo, triste e vuoto, ci sarà sempre qualcuno che in quel posto vedrà una luna e gli verrà voglia di andare a toccarla.

Così cominciano le storie d’amore, così cominciano quei momenti che poi chiameremo “momenti felici”. Spero proprio che un giorno a quel bambino gli capiti di toccarla, quella luna. Penserò a questo la prossima volta che sarò in un locale, sotto un cielo stellato.

Sempre la stessa luna, ma sarà tutta un’altra serata.

The following two tabs change content below.

Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

By Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Commenta qui...

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.