Raccontiamo l’attualità con una canzone

Per quanto il gesto del camminare sia di per sé abitudine poco propensa a suscitare stupore o ammirazione nell’immaginario collettivo, data il suo normale svolgersi nella gran parte delle nostre giornate e nelle nostre vite, ciò che successe al camminatore zoppo fu faccenda alquanto suggestiva. Va detto che nessuno seppe mai come iniziò. È una storia che, se concedete la stranezza lessicale, al posto di iniziare, entrò. O meglio, il camminatore zoppo entrò. Dove? Nella nostra città.

La nostra città non è grande, ma neanche piccola. Ha un nome ben specifico che però può essere sostituito, scambiato, tolto, creato, immaginato, migliorato, rigirato, destabilizzato o semplicemente scelto in corsa d’opera da una qualunque città balenata nella mente del nostro caro lettore. Perché è da sempre in mano a chi la parola la legge, e non a chi la scrive, il potere di ricreare il mondo al di là delle parole e delle belle frasi. Narrato il luogo, raccontiamo il fatto.

Un camminatore zoppo entrò nella città. Entro, come si può ben dedurre, camminando. Non c’era una precisa caratteristica associabile a questo personaggio. E nel caso ci fosse stata, nessuno la notò mai. Di fatto, per i primi tempi, nessuno fece caso al camminatore zoppo. Anche perché altro non faceva che camminare, in maniera piuttosto anonima, lungo i marciapiedi e le strade della nostra città. In silenzio, senza stranezze e senza far notizia.

Non so chi, non so dove, non so neanche in quale momento, ma d’un tratto, come un fulmine caduto in maniera lenta, quasi sussurrando un docile contatto con la nostra robusta terra, qualcuno se ne accorse.

C’è un camminatore, nella nostra città, che non sta fermo un attimo”.

Quale? di chi vai parlando? ma come è possibile?

Le domande erano molte, ma la risposta era sempre e una sola:
“… il camminatore zoppo”.

In realtà, il camminatore zoppo non era affatto zoppo. Anzi, andava con un buon passo, deciso ma non esagerato. Un passo normale, si potrebbe dire. Ma cosa sia normale, chi può dirlo? Normale è un dolce compromesso fatto di varie opinioni. E le varie opinioni constatavano che, nell’osservare il camminatore da dietro, c’era effettivamente, seppur in forma lieve e contenuta, una piccola e pronunciata inarcatura al ginocchio sinistro che rendeva l’appoggio del piede al terreno leggermente girato verso sinistra e non ritto sulla propria rettilinea rotta.

Non serve dire che “zoppicare” sia un concetto molto più grosso e complesso di un semplice piede curvato a sinistra, ma va da sé, il camminatore fu unanimemente etichettato in questo modo e così sia: il camminatore zoppo.

Subito la notizia passò rapidamente in tutte le case e nelle orecchie della gente. Alcune orecchie rigettarono la notizia come l’ennesima stupidata da quattro soldi e si rimettevano ad ascoltare la partita di calcio in televisione come se nulla fosse successo. Altre orecchie, invece, si incuriosirono e commentarono questo fatto come grandioso e incredibile. Per capire questo eccessivo stupore, è opportuno dire che in più casi, le orecchie di queste donne erano perlopiù sposate con le orecchie attaccate alle teste di quelli che guardavano le partite alla televisione.

Ben presto, non ci fu un solo orecchio in tutta la città alla quale non arrivò la notizia del camminatore zoppo. La cosa sarebbe anche potuta finire lì. Del resto, la vita va avanti più o meno nella stessa maniera, sia che un camminatore cammini, sia che stia fermo.

Ma il buon Dio, sapiente nel consegnare a noi uomini i giusti mezzi per contrastare le nostre sbagliate azioni, ci diede oltre che a due orecchie, anche due occhi.

E così lo vedemmo: il camminatore zoppo.

Stava sempre con gli occhi bassi, rivolti verso i suoi piedi. Nonostante fosse una persona in carne ed ossa, quando passava, appariva a noi cittadini come un fantasma. Che so, ad esempio: eravamo seduti al bar a berci il caffè quando ad un tratto sentivi: “Silenzio! Guardate. Arriva il camminatore zoppo!” e tutti si giravano a guardarlo. Lui camminava, senza accorgersi di niente. Senza sapere che lo stessimo guardando.

Nacquero le leggende più variopinte su di lui. Che fosse un’anima del cimitero smarrita, che fosse un evaso di galera, un esiliato politico, un principe vagabondo. Tutto si disse del camminatore zoppo, ma mai nessuno osò chiedergli nulla. Sia per timore di svelare la sua vera identità (d’altronde, chi mai l’ha visto un principe vagabondo?), ma soprattutto, nessuno gli rivolse parola per curiosità. Infatti, il camminatore zoppo fu un vero e proprio tormento per i nostri pensieri. C’era gente che lo seguiva tutta la notte, chi cercava di capire le sue origini dai vestiti, chi si chiudeva in casa al suo passaggio. Affrontarlo a viso aperto sarebbe stata un’offesa a tutta quella, seppur morbosa, curiosità suscitata nei suoi confronti.

Lentamente però, oltre alle varie domande, scoprimmo anche delle piccole cose del misterioso vagabondo.

Due, a dirla tutta:
– Non faceva mai due volte la stessa strada. Era incredibile. Camminava solo nelle strade mai varcate prima. Quando passava per un vicolo, potevi starne certo che di lì non ci sarebbe più tornato. Sembrava ricordare quelle strade a memoria.

– E poi, Il camminatore zoppo aveva gli occhi tristi. Questo lo disse un bambino che lo aveva visto passargli di fianco mentre si allacciava le scarpe. Non sappiamo se mentisse o meno. In ogni caso, una persona che cammina per tutto il tempo senza parlare con nessuno, non può certo stupire se non sprizzi di gioia.

Ricordava in tutto e per tutto la canzone di Vinicio CaposselaCamminante”.

E poi, come una nuvola passeggera, se ne andò. Forse aveva camminato per tutte le nostre strade, forse si era annoiato, forse si era dissolto nell’ombra. Chissà. Dopo un po’, il camminatore zoppo fu un lontano ricordo rarefatto.

Ci pensai spesso. In realtà ci penso tutt’ora. L’altro giorno ho sentito che il camminatore zoppo ha camminato anche in altre città. Sempre in silenzio, sempre varcando una sola volta ogni strada, sempre con gli occhi bassi. Dove sia ora, sinceramente non lo so. La storia potrebbe finire qui. Del resto, ne succedono di cose in questo mondo senza una vera e proprio spiegazione. Accadono guerre, accade che ci innamoriamo, accade che ci intristiamo, accade che moriamo. E mai, ma dico mai, una risposta chiara accompagna queste zoppe notizie.

E così del camminatore zoppo nessuno seppe più niente. Nessuno, tranne me. Ora, non so se sia vero, e non vorrei neanche deludere il caro e paziente lettore. A volte è meglio rimanere nel mistero, perché svelato il trucco si assopisce anche la magia. E non so neanche se sono deluso o intenerito quando mi dissero che una persona, in una terra lontana, una volta lo fermò.

Lo guardò dritto in faccia (effettivamente sì, aveva gli occhi tristi) e gli chiese perché stesse camminando.
Il camminatore zoppo rimase lì, per un po’. Ci pensò a lungo. Poi la risposta gli uscì così.

Sorrise, di un sorriso senza tristezza
“È che proprio non mi ricordo dove sia casa mia.”

Qualche istante di silenzio. Poi riprese a camminare. Non so cosa dire di tutta questa faccenda, sono sincero.
Però mi piace immaginarmelo dire quella frase così.
Sorridendo, senza tristezza. E poi via con il suo passo zoppo.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

By Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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