Sanremo

Raccontiamo l’attualità con una canzone

La cosa più strana del Festival di Sanremo, strano a dirsi, non è il festival. Non sono le luci, i vestiti e le stonate dei cantanti. Non è neanche quella sorta di show di vecchi e nuovi talenti musicali, ritrovatesi sul palco per motivi più legati all’immagine che all’arte musicale.

No. La cosa più folle, strana, bizzarra di tutto il festival di Sanremo, siamo noi. Io, te, loro. Tutti noi spettatori. Non so cosa ci prenda in questa settimana. Una febbre di energia comunicativa e critica che assorbe la maggior parte di tutti i nostri discorsi e pensieri. È solo un festival, per dio.

Però va così. Giri canale e ti ritrovi a guardare uno o due minuti di Fiorello che scherza, e magari ti scappa pure una risata. E da lì in poi è la fine. Perché sui social si parla solo di quello. In famiglia, gira che ti rigira, si discute delle canzoni, degli abiti e di quella lì che ha una bella voce però…

È un’alienazione di massa. Si lascia da parte la realtà e si naviga per una settimana intera dentro una terra dove ogni cosa fa scalpore e il niente fa, tuttalpiù, notizia. Dieci milioni di ascoltatori. Un quinto degli italiani, lì, davanti allo schermo, a vedere gente ridere e cantare.

Non è che io sia contro Sanremo, anzi. Amo la musica e amo quando essa fa da tramite per generazioni che crescono e per quelle che non si riescono a riconoscere in altro modo. Però, diamine, qui siamo alla follia. E non entro in tematiche tipo i cantanti, le scelte artistiche, i monologhi pro/contro le donne. Queste cose trovano il tempo che trovano. Mi riferisco a questa straordinaria e schizofrenica capacità del festival di Sanremo di ridare agli spettatori un’immagine credibile, seppur pasticciata, dell’Italia di oggi. Poche cose uniscono più del festival, oltre alla politica e al tifo nazionale.

Certo, uno potrebbe dire che questa cosa sia tremenda (e non avrebbe tutti i torti), ma al posto dell’assenza di uno specchio, anche un palco senza spettatori può andare bene per rispecchiare il volto di un popolo. Èd è forse questo che crea tutte le polemiche. Il festival rappresenta una parte d’Italia: quella più leggera, quella più esagerata, quella più fotogenica e da intrattenimento. E lo fa bene, non c’è dubbio. Ma noi la confondiamo troppo spesso con l’Italia vera; ma d’altronde che alternative abbiamo? Aspettare i mondiali? Affannarci peggio di quello che già non facciamo guardando i talk show politici? No. Bisogna inventarsi qualcos’altro. Un modo nuovo di rappresentare il paese. Chiamatela cultura, chiamatela storia, chiamatela come volete. Ma finché questo abbiamo, di questo parleremo.

Penso, oltre alla canzone Quattro cani di Francesco De Gregori, anche al finale di un libro di Mccarthy intitolato Oltre il confine.

C’è questo personaggio chiamato Billy, che ne ha passate di tutti i colori. Ha visto morire i genitori, ha cavalcato per giorni senza cibo né acqua sul confine del Messico, ha ucciso e si è quasi fatto uccidere, ha tentato di salvare una lupa perdendo così suo fratello. Verso la fine del libro si trova ferito in una casa abbandonata. Si sta medicando le ferite quando arriva un cane zoppo e malandato. Billy prende del fango e glielo lancia addosso. Il cane mugola e resta fermo. Allora Billy gli grida di andarsene, seguendolo e lanciandogli addosso delle pietre. Il cane allora scappa, ululando nella notte con latrati disperati. Quando Billy si sveglia il giorno dopo, del cane non c’è traccia. Allora Bobby va in strada e lo chiama più volte. Vedendo che non torna, si siede sulla strada, china la testa e stringendosi il volto, piange.

Sanremo non è l’Italia, e se lo fosse, ne sarebbe solo un’immagine goffa e pasticciata. Un’idea che guardiamo ma siamo subito pronti a rigettare. Rimaniamo orfani di una rappresentazione vera, e questo fa ancora più male. Così torniamo col capo chino a commentare il vestito di quella, e della falsità di quello, e dei voti truccati da casa…

Che poi chissà dove va, quel cane zoppo, per il resto dell’anno. Magari incrocia un cane bello, forte e saggio. Un cane che rappresenta non solo la musica leggera, ma tutta la musica e con essa un’idea di bellezza nuova e folgorante. Spero proprio che l’incontri, sarebbe davvero una scoperta rivoluzionaria. Per tutti noi.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

By Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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