Raccontiamo l’attualità con una canzone

C’era una volta un pellegrino che viveva fuori dalle mura della città. Le ragioni per cui lo facesse, se fosse per esilio, manifestata superiorità, alienarsi dal resto, lasciarsi dietro un ricordo, o riscuotere un immediato appagamento fisico, a noi non è dato saperlo. Il pellegrino non diceva e non comunicava. Solo la sua faccia e i suoi piedi raccontavano la sua storia. Una storia che partiva da lontano. Una storia fatta da molte strade, vie, cunicoli oscuri, passaggi sbagliati e notti insonni. La sua storia e i suoi piedi lo avevano condotto lì, sotto le mura della città.

Le osservava, il pellegrino, quelle mura. Le osservava ascoltando il suono della festa provenire dalla città. Nella festa, l’eco di donne che ti fanno sentire a casa, di amici che ti fanno stare al caldo, di un cielo che ti dice cosa ci fai al mondo. Osservava e ascoltava il pellegrino, ben sapendo che gli era negato l’ingresso, in quelle mura senza porta.

L’ingresso doveva conquistarlo. Perché il pellegrino non era fatto per la strada, anzi, essa era una situazione provvisoria. Un giorno, chissà quando, avrebbe fatto breccia nelle mura e sarebbe entrato nella città. E più le notti si facevano oscure e più la città, dietro quelle mura, si illuminava. La nostalgia avvolgeva il suo sonno e i ricordi di facce e di storie riempivano i suoi pensieri.

Era solo, il pellegrino. Si decisi infine a dare battaglia alle mura. Perché sapeva, il pellegrino, uomo di pace e di viaggio, che nessuna terra si conquista senza guerra e violenza. Bisogna combattere per ottenere la propria casa, senza guardare a nessuno, senza permettere a nessuno di farci del male.

Sapeva che doveva lottare, il pellegrino, ma di molte altre cose non era a conoscenza. Non sapeva che nessuno sa di sé prima di agire per impegnarsi totalmente, e che in questa lotta avrebbe dovuto duellare con se stesso. Non sapeva la forza del mare finché non si muove, non conosceva l’amore prima dell’amore.

La città era così bella, così irraggiungibile, così costruita per essere casa sua, come nella canzone “Ma che bella città” di Edoardo Bennato.

Venne la battaglia. Il pellegrino lottò come non ebbe mai fatto, lui, uomo di piedi e di camminate senza meta. Ferì e fu ferito. La lotta durò per lungo tempo. Le parole divennero lame, i gesti e le espressioni si trasformarono in scudi dorati. Il pellegrino fu assalito e assalì. Difese e si attaccò. Nessuna tregua, nessun riposo. La città si faceva sempre più irraggiungibile, tanto che al pellegrino capitò di perdere di vista il premio per cui stesse combattendo. Quella si chiama disperazione, quella si chiama solitudine.

Finché un giorno, quella lotta cessò. Cessarono le armi e il silenzio regnò su tutta la valle. Sanguinante stava il pellegrino, davanti alla città con le porte spalancate. Non sentiva più rumori di festa, delle donne e degli amici. Solo silenzio, quello che sa di attesa. Avanzò il pellegrino, distrutto dalla fatica e dalla lotta. Avanzò ed entrò nella città, e solo allora la città si popolò.

C’era una volta un pellegrino che viveva fuori dalle mura della città. Perché ogni città aspetta di accogliere il suo pellegrino. E anche il pellegrino che è in noi attende di entrarci. Così il pellegrino entrò nella città. La città era lui stesso. Città di Tommaso, se vogliamo dargli un nome.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

By Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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