Raccontiamo l’attualità con una canzone

Non sarà una rivelazione comunicare all’arguto lettore che è di continua frequenza, in questa pentola bollente che è la vita, imbatterci, nella maniera che ognuno trova più adeguata, in molte frasi. Ci prostriamo a loro con un rituale antichissimo e riserbiamo, in loro, i nostri più arditi sogni e le nostre più tempestose paure. Il più delle volte, va detto, esse sono frivole; altre caparbiamente infide; molte inducono in tentazione il più onesto dei santi; altre invece riescono a far piangere il cuore del più ostile tiranno; ci sono quelle che fanno ridere, spesso sono allusive; altre fanno male alla pelle e agli occhi (quelle sono le peggiori); quasi sempre sono dimenticabili, ma quelle che non si dimenticano forgiano il tuo domani; talvolta si dicono solo per dire qualcosa; alcune si dicono per non passare per idioti (passando appunto per idioti); alcune diventano irreparabili; altre ti salvano la vita; raramente sono davvero importanti, quasi mai diventano indelebili.

Come per incanto, o forse più per pigrizia, mi imbattei l’altro giorno in quest’ultima sezione. Me ne stavo lì, in un paesino della Valle D’Aosta chiamato Saint-Oyen, paese dove tutto appare immobile e il passo lento e quasi immutabile del tempo farebbe risultare le tesi sulla relatività di Einstein una bazzecola, quando ecco palesarmi ai miei occhi, la frase indelebile. Due punti, aperte le virgolette:

“Per il tempo che le parole sono nella tua bocca sei il loro signore; una volta pronunciate, sei il loro schiavo”.

L’ho trovata leggendo un libro sulla Bibbia, che si sa, di frasi mistiche non ne ha poche, ma non è la misticità della frase in sé che mi ha sconvolto: è la sua esattezza. Perché se ci pensate, queste parole e queste frasi che andiamo a urlare e a sussurrare all’orecchio del prossimo, finiscono per diventare, infine, lunghissime catene che a disfarle si diventa matti. Ad esempio, ogni innamorato è il signore del proprio amore; ma quando quell’amore viene palesato, ecco che la propria voce diventa strumento di indelebile ricerca e innegabile giudizio. Come si fa dunque a dire “ti amo” ad una donna, senza rimanere schiavo di quelle due parole quando il cielo nuvoloso del vostro rapporto si fa grigio e tetro? Come si fa a chiedere “scusa” senza sapere se il proprio orgoglio rimarrà per sempre ferito per quella parola? Come si fa a scrivere un pensiero, usando parole che hanno inventato altri popoli chissà quanto tempo fa e alle quali tu ti accingi, come l’acqua nel pozzo, senza sapere se ti salveranno o ti ammaleranno l’anima? Così mi è venuta in mente un’idea, un’idea assurda che può valere come risposta, ma forse più come desiderio.

La anticipo con questa canzone di Luciano Ligabue, forse la più sconosciuta in assoluto: “Rane a Rubiera blues”. Se nell’ascoltarla penserete “ma sono rane queste che sento?” allora penserete giusto. Perché nell’album Buon compleanno Elvis, Ligabue registrava la musica vicino ad un fosso pieno di rane e allora gli è venuta in mente l’idea di incidere un pezzo con solo rane e chitarre. Zero parole, zero frasi. Il limite fra esperimento e buffonata è sottile e ci vuole del coraggio per cavalcarlo. Ligabue qui ce lo ha avuto, e così il mio discorso prosegue, e così anche le rane.

Pensate un attimo come potrebbe essere, allora, un mondo senza più parole, senza più frasi da spiegare. Senza aver più bisogno di dire “ti amo” a nessuno, ma solo una grande forte di volontà nel dimostrarlo. Senza aver bisogno di spiegare perché stai male: si piange e basta, e qualcuno, se Dio vorrà, verrà lì ad asciugare le lacrime. E non ci saranno canzoni che spiegheranno il senso della vita, né nessun politico ad inventare l’ennesima verità; nessuno avrà più paura di dire o di non dire la cosa sbagliata. Un mondo, l’intero mondo, il nostro, avvolto nel silenzio; un po’ di Saint-Oyen in tutto il pianeta. Troppo spesso ci sente rane, in questo tram tram di parole e frasi che si confondono come il gracidare delle rane. Dicendo e ripetendo frasi che non sono le nostre; rivendicano parole che escono dalla nostra bocca ma non nel nostro cuore. Invece il silenzio, sì, il silenzio sarebbe davvero nostro. Si può essere schiavi delle parole che si dicono ma non del silenzio che si tace. Perché nel silenzio non c’è dubbio, non c’è maschera. Il silenzio è il rapporto fra te e il mondo, un rapporto che viene costantemente inquinato da parole e frasi che allontano sempre di più le nostre idee dalle nostre voci. Ma se quel rapporto matura e germoglia, ecco che il nostro silenzio diventa indelebile.

Dovrà essere un pianeta strano, quello lì, taciturno e senza parole. Di sicuro, nel pianeta silenzioso, sarò capace di scrivere articoli chiari e profondi, che non si legheranno a incomprensioni o dubbi; discorsi che apriranno la mente al lettore curioso, e infiammeranno il cuore di quelli più innamorati. Per ora dovrete accontentarvi di queste mie parole poco chiare e poco indelebili, che si confondono e si perdono troppo spesso per strada. 

Cra Cra.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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