Raccontiamo l’attualità con una canzone

Al forum d’Assago, grande tempio del nulla, c’era lui: Hans Zimmer. Per chi non lo conoscesse, appare come un uomo sulla sessantina, mezzo calvo, pancia che straborda e faccia di un cicchetto di troppo al bar. Per chi lo conosce, invece, è un genio. C’erano più di diecimila persone sedute a guardarlo e ad ascoltare il suo inglese un po’ acciaccato, e ognuna di loro era adagiata su una convinzione: quell’uomo lì è un genio.

Se siete nella prima fetta di persone, vi do una dritta. Se vi è mai capitato di commuovervi guardando il gladiatore, alzarvi sul divano quando c’era Jack Sparrow nei pirati dei Caraibi, o pianto come coccodrilli nel viaggio di Cooper in interstellar; bene, dovete sapere che per gran parte il merito è suo: Hans Zimmer. Il compositore delle musiche di quei film.

Ero lì mentre lo guardavo suonare ogni tipo di strano strumento sul palco di Assago. C’erano diecimila persone lì, ma a sentire cosa? Non di certo per vedere lui dal vivo, che, mi perdonerà il genio, non è proprio un Don Giovanni. La sua musica forse, ma la realtà è che se si affronta la paura del covid per tre ore di concerto in cui i momenti più belli sono quelli in cui chiudi gli occhi e ti perdi nei tuoi pensieri, allora la musica come risposta non può bastare. Ci deve essere qualcosa di più.

Ero lì che meditavo, tra urla, applausi e brividi dietro la schiena. Meditavo e mi domandavo la stessa domanda che mia madre si chiede quando sente una canzone che le piace: “ma dove le avrà cacciate fuori?”.

Già, dove le cacci fuori quelle robe Hans? Quei suoni, quei temi romantici e quei temi gloriosi. Che vita deve fare uno per assorbirli e poi sputarli fuori in queste meraviglie che poi noi chiamiamo colonne sonore?

Non può c’entrare solo con la musica, mi spiace ma non ci credo. L’emozione deve toccare qualche punto dell’anima, qualche nervo teso della nostra storia. Non può essere solo lavoro da artigiano.

Poco dopo l’intervallo, quando inizi a guardare l’orario e l’arte lascia il posto a esigenze ben più urgenti come, Domani mi sveglio presto, Sono già le 10:00?, Quanto mancherà?, Dove ho messo la macchina?, Dio, se è scomodo sto posto; arrivò l’assolo.

Assolo, forse, non è la parola giusta. Era una musica che non avevo mai sentito prima, forse di un film che non ho ancora visto. Una voce da donna cominciò a farsi strada nel palazzetto. Incominciò dalle prime file, e poi sù sù, fino in cima. Lo vedevo in maniera chiara, nel mio posticino su in piccionaia.

La musica rincorreva, lenta ma sicura, il suo spazio. C’erano altri strumenti, ma nella testa di diecimila persone, in quel momento, c’era solo quella voce. Non esistevano domande, non c’era il vicino dalle gambe lunghe, un sole che sarebbe sorto l’indomani o una notte da dimenticare. No.

C’era quella voce.

E io la vedevo. Giuro. Si poteva vedere.

Pensavo a quella voce che aveva un unico grande desiderio: uscire fuori. Prendere uno spiraglio, una porta aperta o una finestra semichiusa. E lì, uscire. Nel mondo.

Pensate che follia sarebbe stata, una voce che rapisse tutti. Un momento, anche solo piccolo, in cui tutto il mondo si sarebbe disinteressato di sé e avrebbe ascoltato quella voce. Fermando chi fa la guerra, fermando chi fa l’amore, fermando chi non crede né in uno né all’altro. E tutta l’umanità lì ferma. Ad ascoltare quella musica.

Se mi prendete per buonista, allora vi consiglio di andare ad ascoltarlo questo Hans. Perché quando quella voce timidamente ritorna nella bocca di chi l’ha cantata, ecco che ti ricordi di respirare. Ecco che il mondo ritorna a girare e un momento magico si dissolve come la polvere nell’aria.

La stessa brutale dolcezza che si sente quando ci si imbatte in Miserere di Ennio Morricone.

Forse non le ha cacciate da nessuna parte, Hans, quelle musiche. Come anche tutti gli artisti, gli scrittori e i musicisti. Semplicemente è che non sono cose loro. Loro le trovano come le troviamo tutti noi quando ci innamoriamo, quando soffriamo, o quando semplicemente veniamo rapiti da qualcosa che non capiamo fino in fondo.

Hans le avrà trovate lì, per strada. Tra un pensiero e l’altro. Le avrà toccate un po’ e diecimila persone (e molte di più), ecco che ci si perdono dentro.

Quando il concerto finisce, uscimmo fuori e ci scontrammo con i rumori del mondo. Caotici, disordinati e rozzi. Eccolo qui, la vita che non si ferma, la realtà che non si concede il lusso di andare a tempo con la musica, con l’arte e con la poesia. Aziono forte il pedale al verde del semaforo per non far partire il clacson dietro di me (che però parte lo stesso. It’s Milan, baby.) e penso a me e alle diecimila persone al forum.

Non è per la musica che eravamo lì. È per restituire il momento. Un momento di ordine, di chiarezza, di allineamento con i propri pensieri. La bellezza di sentirci coerenti con le proprie emozioni. Nella tristezza e nell’amore, nella rabbia e nell’avventura.

Incredibile cosa può insegnarti un uomo sulla sessantina mezzo calvo a cui non daresti due lire.

Si, lo so che è scattato il verde. Adesso parto.
È che vorrei rimanere fermo nei miei pensieri solo un altro po’. Soltanto un altro po’.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

By Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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