Raccontiamo l’attualità con una canzone

A volte, c’è da dire, che Netflix regala sorprese inaspettate. L’ultimo film – italiano tra l’altro – sbarcato nella più famosa e celebre piattaforma streaming, sta facendo molto scalpore: L’incredibile storia dell’Isola delle Rose. Non sarà probabilmente un film che entrerà nella storia del cinema, ma è un film che funziona e funziona molto bene: cosa che di questi tempi non è banale riuscire a fare. In primis, si parla quasi sempre dialetto romagnolo, e questo già mi fa impazzire; perché anche se prendessi la persona più brutta e squallida di questa terra e la facessi parlare romagnolo, per lo meno un minimo di simpatia riuscirebbe ad ottenerla. Mettete i più grandi dittatori e assassini della storia e buttateli nella bella Emilia. Sarebbe venuto fuori un altro tipo di mondo, sicuramente più bello – tranne per gli emiliani, si intende.

Ma il film ha l’ambizione, oltre che parlare del tema della libertà con una storia vera e solo qua e là romanzata, di raccontare con leggerezza l’assurdo e sordo dolore che viviamo noi italiani: la mancanza di casa.

Gira tutto intorno a questo, il film. La storia dell’ingegnere Giorgio Rosa, che nel 1967 decide di costruirsi un’isola sua, 500 metri a largo delle acque internazionali italiane. Da lì a poco fonderà lo stato, con tanto di lingua internazionale (l’esperanto!) di bandiera e anche di bar, che non deve mai mancare in un’isola. Bisogna precisare che l’isola è in realtà poco più grande di una villa in periferia, tutta fatta di cemento e poco diversa da una discoteca in mezzo al mare. Ma è nell’idea di libertà, nella visione semplice di evadere da questo e da tutti i mondi, che questa isola divenne in poco tempo un caso internazionale. Non voglio raccontare tutto il film, perché poi passerei per pazzo e non mi credereste. Dirò solo che dietro quella piattaforma artificiale di quattrocento metri quadrati, si nasconde un popolo: il nostro. Che non ha mai avuto tempo per delle rivoluzioni serie, e non ha mai avuto voglia o convinzione di far sentire la propria voce contro gli abusi e le tirannie qui provocate. Perché noi italiani siamo così. Fieri e incauti nelle nostre meraviglie. Spaventati e ammirati dalla freddezza e dalla serietà degli altri paesi. Beppe Grillo, quando era ancora solo un comico, ha riassunto, nella sua proverbiale sinteticità, una battuta in una lapidaria sentenza: ‘noi italiani andiamo in guerra solo per due cose: la figa e la mamma’.

È una battuta, ma è anche il nostro dualismo intrinseco. L’amore per il viaggio e la paura di non essere veramente a casa. La voglia di andarsene e la nostalgia di tornare. Ma che razza di popolo siamo? Abbiamo tutto il ben di Dio possibile e ci innamoriamo di un’isoletta di cemento sognando in essa un vero spiraglio di libertà e di futuro pacifico?

Mentre si cerca la risposta nel film, si sente questa canzone che non posso non riportare qui. Sia perché Edoardo Vianello è il mio mito fin da piccolo, e sia perché ha incarnato per anni quella leggerezza nelle canzoni che era più un’utopia spensierata che una vera terra da abitare. Come in questa canzone, “Il capello”.

Ora con le parole io ho finito. Guardatevi il film, ridete e imparate un po’ di romagnolo che male non fa. Poi sarà un attimo, quando saremo in una spiaggia davanti al mare, e lì allungare lo sguardo cercando l’Isola delle Rose. Cercando un po’ di esperanto. Un po’ di libertà, quella vera. Un po’ di quella follia e di quel Giorgio Rosa che è in noi. Un po’ di casa, insomma. Smanè la vèggia, va!

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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