Fuori il mondo come va

Raccontiamo l’attualità con una canzone

Forse il giorno piovoso è responsabile di questa malinconia. Siamo macchine complicate, noi. Pieni di fili che si intrecciano tra passato e futuro senza capirci mai niente di questo presente. C’è una casa, nella malinconia di questa confusione. Dentro la casa c’è un uomo, illuminato da uno schermo anonimo e da una tastiera muta. Tutti gli oggetti tacciono e lo guardano. Rimane fermo, l’uomo. Che cosa pensa, lo saprà solo il buon Dio, ma a ben vedere, forse, neanche lui. È solo, l’uomo, e imperscrutabile, come un film di Sorrentino o – se proprio vogliamo essere colti – una poesia di Leopardi. Pare sia l’uomo più solo sul pianeta. Si trascina dietro più di cinquant’anni di una vita difficile, di fatica e lavoro. E tuttavia, è un uomo saggio, silenzioso e introverso, che apre bocca solo per dire parole importanti o imbecillità senza senso – che sono poi le uniche due cose che valgono la pena di dire, qui, in questa breve vita concessa su questa terra. Di fianco a lui c’è una finestra, e fuori da essa un mondo imperscrutabile che si accinge a guardarlo, immortalando ogni sospiro, ricostruendo ogni sua lacrima. Pioggia e sole, foglie e polvere; la natura osserva l’uomo fermo e silenzioso con la testa accuratamente appoggiata sopra il dorso della sua ruvida mano da lavoratore, in quella posa da quadro romantico seicentesco. È un’immagine ordinaria, senza bellezza, terribilmente anonima.

Ma l’uomo che c’è lì, vero nei suoi dolori e distaccato dalle sue conquiste – sorriso e amarezza nel suo volto -, quell’uomo, è mio padre. Un tempo non era molto diverso dal riflesso che vedo nel mio specchio. Spezzato, dubbioso e animato da una ferita nell’animo che si tenta goffamente di ricucire con la nostalgia. Nello stesso tempo, però, pieno di vita, vivace e lottatore incallito per le piccole e utopiche cause. Un eroe, uno di quelli non visti, uno di quelli non amati e idolatrati dalle folle: ma comunque un eroe, a suo modo. Quel suo mondo lì, ora, si è inasprito; la terra si è fatta arida, e gli anni sono piombati come un macigno improvviso dentro il cuore. Rimane un riflesso, uno sguardo anonimo. Dei piccoli frammenti che si raccolgono quando si è bambini e si rimettono assieme quando si è più grandi. Il quadro, in là col tempo, si fa incompleto: grossa disgrazia per tutti i figli. Così si prendono da sé, i pezzi. Ci si attinge nella vita, negli errori, nei consigli venuti a mancare. Crescono in questo modo domande che durano una vita. Domande che sono delle intere vite.

Chi sei, dunque, papà? Dove sono quei pezzi che non ho saputo cogliere da piccolo? Forse un tempo eri un poeta. Leggo le tue poesie e lacrime scendono dal mio orgoglio, perché sono come le mie. Lo stesso dolore, la stessa energia ingabbiata dentro un cubo troppo piccolo, la stessa diffidenza per la certezza delle cose vane. O forse mi vien da piangere perché non riuscirei a scriverle, quelle poesie, e con esse quella vita, la tua. Vedo come adesso e ripenso a quando vivevi nell’età che porto io ora. A quando eri un ragazzo uguale a molti altri di questa terra, un ragazzo senza opportunità, forse un De André perduto sotto una spessa coltre di impossibilità, un filosofo (chissà), un visionario non visto dai tuoi coetanei.

Ho tante domande che travesto in articoli, in canzoni e in chissà cosa che finiscono per non essere più domande. Quindi tanto vale farle più esplicite a te, che sei sempre stato un uomo schietto e diretto. Cosa rimane di quella purezza che abbiamo da giovani, papà? Cosa ne è di noi? Del nostro povero ed effimero dolore? Ti guardo e non so più se pongo queste domande al ragazzo che eri o all’uomo che sei. Ma papà, ve lo chiedo ad entrambi: perché l’uomo si spezza?

Riprendo una tua poesia e uno strascico di risposta forse la intravedo. Quando dici che “il carabiniere è per tutti, ma nessuno è per lui”. Mannaggia, papà. Alla mia età eri già più saggio e poetico di me. Non meno solo, ma di certo più forte e coraggioso. Non ti stupire se il titolo di questa rubrica è preso da una tua poesia. È che alla fine mi hai insegnato e mi hai dato molto più di quanto io possa realmente rendermene conto. E lo so che provi tutt’ora a insegnarmele, tutte quelle cose che servono per affrontare la vita a testa alta, per non farsi fregare, per rimanere uomini retti, nonostante tutto. Ti chiedo scusa se ci metto tanto a capirle, ma vedi… io sono fatto così (altro titolo di una tua poesia).

Meglio rifugiarmi nei Pink Floyd, gruppo che mi hai fatto scoprire te. Sopratutto la canzone che più parla di noi due, della nostra tristezza, della nostra utopia, delle (nostre) domanda: Goodbye cruel world. E anche se non dovrei pubblicarla perché questo è un sito web che parla solo di musica italiana, faccio uno strappo per te, papà.

Lascio dunque che queste parole riempiano questo schermo e, con esso, i miei sentimenti: nella speranza che tu non le leggerai mai. Perché è e rimane nel nostro tacito e silenzioso vivere che le (nostre) domande ci danno la forza di camminare. È nella nostra muta ed eterno dialogo che continuo a rispecchiarmi in te e mi perdo nei miei pensieri come tu con i tuoi. Due mondi distati chilometri, ma quanto amore per avvicinarli. L’amore tuo, papà. L’amore tuo.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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