Raccontiamo l’attualità con una canzone

Che siano strani, si può intuire facilmente. Altrimenti non si riuscirebbe a spiegare come da due teste così intelligenti riescono ad uscire personaggi come “Il grande Lebowsky” detto il Drugo, o una storia alla “Non è un paese per vecchi” o delle musiche per “Inside Llewyn Davis” così maledettamente belle. Altri registi hollywoodiani mirano a raccontare storie. Loro raccontano mondi ed esistenze che si intrecciano, poi, anche nelle storie. Le nostre, principalmente.

Già il nome evoca un mito e un destino da anarchici fastidiosi ma puntigliosissimi: i fratelli Coen. DI gran lunga i migliori sulla piazza, là nel deserto sempre fiorito di Hollywood. Per capire il loro mondo non basta certo un articolo ma si possono sempre sintetizzare alcune basilari idee e basi che hanno forgiato l’immaginario dei due registi americani. Ne elencherò cinque, come le dita di una mano, come le vocali nell’alfabeto ma soprattutto come il multiplo perfetto per misurare il volume quando si guarda un film. Anche dei Coen, ovviamente.
E via con le cinque vocali.

A – Ascolto

I film dei Coen sono dei capolavori anche senza guardarli. Le musiche, i suoni, i dialoghi sono di gran lunga più profondi di qualsiasi luce al neon che dissolva la stanza. Per questo i loro film non finiscono mai. Laddove se li è visti, si possono poi riascoltarli. Giusto per riportare qualche esempio. Prova a guardare questo video senza audio. Poi ascoltatevi l’audio senza aprire gli occhi. E infine guardatevelo assieme, audio e video. Se lo fate, – dopo essermi congratulo con voi per la pazienza, non senza manifestare un tocco d’invidia per il vostro gran tempo libero – capirete ciò di cui vi stavo parlando. Ascoltare un film. Robe da pazzi, o da Fratelli Coen.

E – Esagerazione

Tutto nei loro film è esagerato. Le storie sono spesso assurde. I dialoghi surreali. Ma ciò che fa tenere in piedi tutto sono i personaggi. Perché sono tutti quanti, ognuno di loro, eccetto i protagonisti, dei mostri. Mostri buoni, mostri cattivi, mostri noiosi o maledettamente divertenti. Nella cinematografia dei Coen questo è chiaro fin da sempre. La mostruosità dei personaggi non dipende dal loro carattere intimo, ma dagli occhi di chi li guarda. Se il protagonista del film è l’uomo più pigro del mondo, è ovvio che qualsiasi individuo vestito in divisa militare apparirà a noi come una mostruoso macchina di odio fascista. Con questo piccolo slittamento geometrico, tutto ci verrà presentato come assurdo ma non per questo meno credibile. Perché nella vita tutto è assurdo, ma è ancora più assurdo cercare di non dare un briciolo di senso all’assurdità che assistiamo.
Esempio? Via.

I – Innocenza

Eccolo qui, il lato intimo e profondamente drammatico/tenero del loro mondo. L’innocenza. Nonostante tutto quello che accade nelle loro storie (ed accadono veramente un sacco di cose) i personaggi preservano sempre un lato ingenuo, bambinesco e inspiegabilmente puro nel loro animo. La cosa che rende ancora più straziante – sia che si parli di commedia o di tragedia – è che questo lato intimo sia svelato solo a noi spettatori. Nessun amico capisce gli eroi dei Coen. Nessuno ha pietà per loro. Al contrario, tutti li guardano strani, come delle meteore impazzite, come degli errori nel sistema. Insomma, l’innocenza più vecchia del mondo. Solo che ogni volta noi ci caschiamo. E giù a piangere, o a ridere. Quello, vedete voi.

O – Omaggio

Il cinema dei Coen è un lungo omaggio. Ogni film, ogni scena, ogni inquadratura omaggia un cinema che non c’è più. Quello che volgarmente chiamiamo “classico” ma che racchiude dentro di sé la radice di ciò che guardiamo oggi. Per questo è romantico vedere il loro modo di raccontare come un lungo processo nel dire “grazie” a chi li ha preceduti. È molto poetico pensarlo così, e credo neanche troppo inverosimile.

U – Umiliato

Ebbene sì. Se c’è una certezza quando si guarda un film dei Coen, è questa. I protagonisti non vincono mai. Nemmeno ci vanno vicino. Perdono sempre, ogni volta, in ogni modo. Le provano tutte ma alla fine vengono schiacciati, colpiti, umiliati. Il che è triste, certo. Ma forse neanche così tanto. Perché se ci pensate bene, nessuno nella vita vince definitivamente. Certo, piccole vittorie quotidiane ci sono sempre. Ma nessuna che rimanga indelebile come vogliono farci credere i film. Invece gli eroi dei Coen vivranno tutta la vita (quella di un film) a cercare quella salvezza che forse già sanno di non potersi permettere. Ed è quell’illusione che fa andare avanti il mondo, che fa azionare la macchina da presa e ci fa incantare davanti a teli giganti che si colorano di luce e di storie. Vincere e perdere diventa una notizia poco importante, alla fine della fiera. Ciò che conta è che quando riguardi i Coen, sai già che gli eroi le proveranno tutte per raggiungere quell’utopia lì, che si può nascondere in un tappeto, o in una chitarra o in un tesoro. Senza quell’illusione non siamo niente. Anzi, siamo dei mostri come i personaggi secondari dei Coen. Il che è infinitamente peggio.

Mi accorgo solo ora che non ho messo la canzone collegata all’articolo. Però mi sembrava scontato metterla. Ne basta trovare una che concili musica e cinema, e anche un tocco di follia. L’unico nome che mi viene è Ennio Morricone con “Cinema Paradiso”. Eh sì. Mi sa che metterò proprio quello.

Basta parole, per oggi. Solo il suono dolce della tenerezza e della bellezza di un mondo. Quello dei fratelli Coen. Dove è dolce e lieve perdersi. Dio, quanto è dolce.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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