Raccontiamo l’attualità sociale in musica

Ci crediate o no, questo articolo l’ho scritto nel marzo 2036, cioè fra 16 anni. Diciamo che mi sono portato un po’ avanti con il lavoro. Prendetela così. Dunque, qui le cose sono molto cambiate ma neanche poi così tanto. Lo so, voi vorreste sapere come è la musica adesso, ma non è l’argomento di questo articolo (va beh, per farla breve: Jovanotti vince il Grammy Award tre volte di seguito, i Pooh si sciolgono, la musica trap è quasi del tutto sparita lasciando spazio ad uno street pop orrendo anni 70’ in chiave punk, c’è una piccola ripresa della musica classica, Sanremo viene trasmesso tre volte all’anno e nell’ultima edizione ha visto come vincitori Gabbani (ancora), Achille Lauro e i Pooh, che nel mentre si sono rimessi assieme, anche se voci narrano di una nuova possibile separazione. Fine della digressione).

A distanza di anni, c’è sempre chi riesuma esperienza e ricordi: chi per una sana riflessione, chi per uno slancio storico per analizzare i tempi andati o chi per ritagliarsi due o tre minuti di attenzione a tavola con gli amici (questa va per la maggiore). Per fare un esempio: ancora oggi, se si sceglie di passare un sabato sera a casa, si diventa un facile bersaglio per le frecciate ironiche degli amici, dai classici “va che il corona virus è finito ormai eh?”, ai “ti prepari per la prossima quarantena?”, alla più insopportabile “sei rimasto ai telegiornali del 2020?”.

Questo basta a farti capire, caro lettore, la dimensione dell’impatto psicologico portato dal virus a distanza di anni, e che la frase “meglio soli che mal accompagnati” rimane una solida certezza che accompagna con somma sincerità, tutte le esistenze terrene, in qualsiasi periodo storico, culturale ed economico.

A distanza di 16 anni, mi ritrovo qui a scrivere un evento che ha destabilizzato la vita e le abitudini di milioni di persone di tutto il mondo, e dunque, di tutta Italia. Stavo cercando la chiave giusta per raccontarvi quel tempo, ma, questa volta, al posto dei libri, mi è venuto in soccorso YouTube. Il video è stato ripresa nel pieno della quarantena, a Milano. A tutti gli abitanti è stato dato l’ordine di chiudersi in casa e di rimanerci, così da combattere e isolare il virus. A voler essere crudeli, questo è un ottimo presupposto per un articolo drammatico e cupo sui disastrosi tempi che ci portiamo alle spalle, ma la realtà è un’altra. E ora cercherò di mostrarvela. Pronti? Via.

Nel video non succedono molte cose, anzi, succede molto poco. Le uniche cose che vediamo sono: un signore, una tromba, una finestra. Nient’altro: un signore, una tromba, una finestra. Niente di sorprendente, tranne che poi, quel signore, comincia a suonare. Non serve neanche chiudere gli occhi per capire che canzone sia, dopo le prime note lo sai già: “Oh mia bela Madunina”, simbolo ed elevazione poetica di Milano. All’inizio sorridi, ti lasci prendere dall’entusiasmo e da una ingenua allegria. Il che è già di suo magnifico. Ma non è solo quello: perché di persone che trombettano l’inno milanese li potresti sentire quando vuoi, ma quella cosa lì no: non stai ascoltando un signore che suona. Stai vedendo un inno alla libertà e al mondo che vorrebbe essere. C’è un’inferriata che sembra uscita da un film di Wes Anderson. E siccome lo sceneggiatore ha fato bene i compiti, quella finestra assomiglia ad una cella di una prigione malandata. Dentro un uomo che suona e dietro di lui il buio. Ecco cosa è stato il corona virus in quei tempi: una cella di una prigione malandata, una prigione etica più che fisica, e dentro tutti noi, chi suonando e chi ballando. Quell’uomo sta suonando ma con una tale forza che ogni suo piccolo movimento sembra un ballo di una leggerezza e di una leggiadria non di questa terra.

Guardando il video rimani lì, due minuti, a fissare un uomo che suona dietro le “sbarre”. E quel sorriso iniziale lascia spazio ad un sentimento che covi dentro da molto tempo. Un districato filo di emozioni che solo ora riesci a vedere chiaramente: la rivalsa, il coraggio, l’amore folle e un pizzico di follia. Li vedi chiaramente. E tutto ad un tratto non vedi più il signore con una tromba. Ci sei solo tu, prima unico spettatore di un miracolo, ora diventi tu quel miracolo. Non senti la tromba, la stai tenendo in mano. Non vedi le sbarre, ci sei dentro. Ma non importa, perché in quei tre minuti senti il cuore che vola, e non c’è sbarra che tenga.

Ora, togli “Oh mia bela Madunina” e mettici “O Sole Mio” se sei napoletano, “Crêuza de mä” se sei genovese, “Piccolo grande amore” se sei romano. Il risultato non cambia. In ogni caso ti sentirai italiano, fiero e autentico, dimenticando tutti i casini che comporta esserlo. Adesso ditemi, non è grandioso? Un uomo suona con la tromba una canzone, e in quel momento non vorresti essere in nessun altro posto se non lì ad ascoltarlo e ad ascoltarti. Se questa non è poesia, niente lo è. Quando finalmente il tuo cuore raggiunge la cima del mondo e le note della tromba ti fanno osservare la bellezza e il dramma di quel periodo, ecco che senti che arriva la fine. Le note rallentano, appoggi la mano, intuisci un respiro, alzi le punte dei piedi, stringi i pugni; vedi la tromba che punta verso l’alto, come se quelle note non le volesse solamente suonare, ma sparare dritto in cielo facendo riecheggiare tutto il firmamento. Ultimo respiro e poi… Bang!

Una piccola deviazione sonora iniziale, forse dovuta alla commozione, ma il risultato non cambia, quella nota, quell’ultima nota è l’unica nota degna di essere ascoltata in quel preciso momento. Non ci sono sbarre, non ci sono paure, non c’è nessuna ingiustizia. C’è solo quella nota, sparata in alto nel cuore dell’universo e, se vedi il video lo sentirai, anche nel tuo.

Poi la camera, rimasta fissa sull’uomo, finalmente si gira. Ed ecco uno scroscio di applausi, degno dell’ultimo concerto finale degli ACDC, provenire da vari balconi delle case accanto (in realtà saranno non più di trenta le persone che applaudono, ma a te non interessa; se è poesia non è importante quel che percepisci ma quello che provi e ciò che provi in quel momento è che sui balconi lì vicino non ci sono trenta persone: c’è tutto il mondo).
E allora tra le varie grida, senti “Forza Milano!” e allora lì ti alzi in piedi e applaudi e urli e gridi e fischi e ti emozioni anche tu. Se non lo fate, dubito che voi abbiate un cuore. Poi se avete anche un cervello, vi ricordate che quello è pur sempre un video YouTube, e allora vi rimettete seduti comodi accarezzando l’idea di andare da uno psicoanalista.

Signore che hai suonato la tromba, mi rivolgo a te. Io non ti conosco, ma in questo preciso momento, vorrei andar lì da te adesso, vedere la tua tromba e stringerti le mani con le quali le hai suonata. Perché sei veramente un grande, e se c’è qualcuno che, qui nel 2036, scrive di te e della canzone che hai suonato, un motivo ci sarà.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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