Raccontiamo l’attualità con una canzone

Le parole non bastano. Sono arrivato a questa amara conclusione. Le parole non bastano per raccontare noi stessi. Sono poche, spesso ripetitive e diamo a loro una riluttante scarsa importanza. Quando siamo innamorati, non sappiamo quali usare. Quando il cuore si spezza, sembrano tutte scivolare nelle nostre lacrime. Se siamo arrabbiati escono fuori male. Se siamo felici spesso stiamo zitti (motivo forse per cui siamo felici). Insomma, questa storia delle parole, proprio non funziona.

Bisognerebbe inventare un nuovo linguaggio, cancellare interi archivi di vocaboli e sostituirli con altri di più nuovi, di più veri, di più belli. Ahimè le parole cambiano lentamente e le persone ancora di più.

Una cosa affascinante che però si può fare è questa: trovare le parole nascoste, sì, quelle che non esistono. Parole intraducibili, parole che esistono solo in un’altra lingua al di fuori dell’italiano. Come se la canzone di Adriano Celentanoprisencolinensinainciusol” fosse traducibile in un altro paese.

Ne riporterò qui otto, gli otto nomi che mi sono garbati di più.

“Fernweh”
Parola tedesca. Significa letteralmente: “nostalgia per posti in cui non ci sei mai stato”. Chi l’avrebbe mai detto che un popolo freddo come i tedeschi avesse l’intuizione e la cura di dedicare una parola a questo sentimento. Anche perché ora sto pensando a vari paesi che non ho mai visto, e mi sale su una fitta nostalgica mica da ridere. Ah come sono fernweh.

“Aware”
Parola giapponese. Ovvero: “la sensazione dolce amara che si ha quando si sta vivendo un momento di grande bellezza.” Provate a passare del tempo con una persona che amate senza conoscere i suoi sentimenti. Chi ha amato, saprà.

“Prozvonit”
Parola ceca: “fare uno squillo con il telefono, sperando che l’altro richiami e non ci faccia spendere soldi.” E qui mi sorge una domanda: ma che razza di gente sono i cechi? Nel dubbio, io non li richiamo.

“Utepils”
Parola norvegese: “stare all’aperto in una giornata di sole, bevendo birra”. Qui non dico niente. Mi alzo e batto le mani ad un popolo che dimostra di essere avanti anni luci anche nelle parole che possiede. Vi meritate tutti gli utepils che volete.

“Tarab”
Parola araba: “lo stato di estasi che si prova quando si viene rapiti dalla musica.” Che strano, io quello l’ho sempre chiamato Bob Dylan.

“Gumusservi”
Parola turca: “il riflesso che la luce della luna produce sull’acqua.” Seriamente, come abbiamo fatto a baciarci in riva al fiume, a fare l’amore sulla spiaggia, ad aspettare l’alba nel lago, tutto senza conoscere questa straordinaria parola?

“Meriggiare”
Questa è una parola italiana: “riposare all’ombra e all’aperto nell’ora più calda del pomeriggio.” Non esiste una traduzione nelle altre lingue. E forse neanche questa usanza. Poveri ignoranti.

“Cafuné”
Parola portoghese: “passare affettuosamente le dita tra i capelli di una persona a cui si vuole molto bene.” Vedete che bello. A volte ci sentiamo dei gran cafoni, senza sapere che sotto sotto siamo solo dei cafuné.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

By Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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