Fuori il mondo come va

Raccontiamo l’attualità con una canzone

Grazie a Dio esiste questa rubrica. In realtà, oltre a lui – Dio intendo – devo dire grazie anche al direttore e a tutte quelle persone che mi spronano e mi incoraggiano ogni settimana. Tutti e venti. In realtà, se questa rubrica non esistesse, non è che cambierebbe poi molto. Certo, internet avrebbe un opinione in meno nel suo circo ambulante di pareri e verità, ma non credo che ne soffrirebbe poi più di tanto. Il più sofferente sarebbe di gran lunga il sottoscritto. Non di una sofferenza grave. Per carità, si scrive e (ci) si descrive solo con l’aiuto dell’esagerazione, ma nella vita le cose sono di gran lunga molto più tranquille e lente di quanto uno voglia poi ammettere. Nel mio caso, non prendere un’ora alla settimana per raccontare il mondo, aprirebbe un piccolo vuoto – tra i tanti – che rimarrebbe privo di senso dentro di me come un pensiero confuso – tra i tanti – per poi riempire in maniera ancora più goffa questa già goffa esistenza.

Per essere onesti dirò subito che ciò di cui vi racconterò adesso non ha nulla di eccezionale ma è, anzi, una cosa che si potrebbe sentire e leggere meglio e con più accortezza in altre penne e in altra menti più raffinate. La tentazione quindi di lasciar perdere e affrontare temi molto più attuali è alta. Ma cosa rimarrebbe, dico io, se non ci prendessimo la briga di raccontare quelle poche briciole di vita che ci capita di incontrare, di tanto in tanto, nell’arco di una settimana? Per me niente.  Per ciò, meglio di niente, rimane questa briciola qui. Nata e finita in una chiesa.

Era una chiesa ortodossa. Nulla di diverso rispetto ad una chiesa cattolica; tranne per qualche parete d’oro e un cartello alla porta con scritto in maiuscolo una frase poco propensa a interpretazioni: CHIESA ORTODOSSA. Il regista ammirava la chiesa come se ci fosse entrato per la prima volta – in realtà la visitava spesso. Il resto della troupe invece la ignorava come se l’avesse già vista chissà quante volte – in realtà era la prima volta. Si da il ciak e gira. Una storia di immigrati o chissà cosa. Facce stanche, luce forte, due parole strascicate a fatica. Due ore in totale. Il regista finisce di girare l’ultima inquadratura e così la troupe comincia a smontare le luci. Nessuno parla e chi parla dice fesserie. Le parole fanno fatica a trovare un senso, quindi tanto vale stare zitti. Luci sistemate, ultimo sguardo alla chiesa e poi tutti via per un altro racconto. Dopo qualche minuto ritorna un elettrico in chiesa perché si era dimenticato un guanto. Lo trova su una panca e di fianco ad esso ci trova un vestito elegante da prete e, dentro di esso, un prete sorridente. Parlare con un elettrico in qualsiasi situazione, per giunta a fine set, è sempre un pericolo. Perché nulla importa ad un elettrico se non il tempo che gli manca alla pausa o (se fortunato) alla paga settimanale. Ma questo prete, nonostante fosse mandato sulla terra per scoprire e consolare le più ardite zone del cuore umano, non conosceva altrettanto bene le dinamiche che dimorano negli uomini riguardo lo strano mondo del cinema. Dunque ci parlò lo stesso.

Chiese come fossero andate le riprese e se le luci fossero ok. L’elettrico, indeciso se mandarlo al diavolo o rispondere educatamente, scelse la seconda opzione. Valutò che non è una opportuna cosa mandare un prete al diavolo in una chiesa. Ortodossa, per giunta.

Parlarono a lungo e con entusiasmo. Il prete non la smetteva di sorridere e interessarsi alle cose che interessavano anche all’elettrico. Il che è quasi scientificamente impossibile perché nessuno capisce bene gli interessi degli elettrici. Ma questo prete andava avanti e l’elettrico riacquistava a poco a poco entusiasmo. Almeno fino a quando il regista entrò in chiesa e – osservandola come se ci fosse entrato per la prima volta – gli consigliò vivamente di uscire perché c’era un altro set da allestire. Dunque l’elettrico salutò il prete e andò per la sua strada. Poco prima di uscire però, il prete lo chiamò e gli disse questo: “le vostre prediche vanno ben più lontane delle nostre. Siete voi i nuovi predicatori. Vai con Dio, amico mio”. L’elettrico andò, non sapendo se con Dio o meno. Poi prese il computer e scrisse questo articolo su questa rubrica.

Ancora oggi all’elettrico risuona la canzone di Ligabue Non dovete badare al cantante di Luciano Ligabue. La ascolta e la riascolta e ci vede sempre il prete sorridente.

Un prete che forse sarà ignoto a tutti ma che ha saputo dire e spiegare con naturalezza la sua minuscola importanza nel flusso delle cose. Ad un elettrico, per giunta. Il tutto senza piangere, senza commiserarsi. Anzi, augurando al prossimo la fortuna informandolo  che è ben più importante e capace di lui. L’elettrico di questo non si capacita. Perché l’elettrico si arrabbia e si arrovella il cervello al solo pensiero di non essere indispensabile in questo mondo. Eppure quel prete gli ha sorriso e l’ha benedetto nominandolo “nuovo predicatore”.

Ora l’elettrico è triste perché nulla ha di meglio che queste parole sullo schermo. Parole confuse, parole dubbiose, parole perse. Non certamente parole sante come le ha pronunciate quel prete. L’elettrico andrà a dormire questa sera ripensando a quella frase riguardo i nuovi predicatori e cosa essi dovrebbero predicare. Cosa lui dovrebbe predicare.

Ci penserà molto e probabilmente non quaglierà nulla. Perché è limitato quel povero elettrico. Non è saggio, né santo. Ma nonostante la usa limitatezza, una cosa penserà per sorridere e per vivere meglio. Penserà che piò capitare, nel più svariato dei modi, di incontrare qualcuno che ti ricorda la tua importanza in questo mondo. Anche se non lo conosciamo. Anche in una chiesa ortodossa. Penserà che c’è sempre una persona che può regalarci l’esatta convinzione di essere importanti e necessari in questo mondo. Forse è il modo che ha la vita, nel suo caos generale, di rimettere ordine. Regalarci un momento di convinta fiducia nelle cose. Un giorno, forse, all’elettrico sarà dato di capire se quel momento è solo un’illusione o una profonda verità. Per oggi gli basta aver scritto questo articolo e averlo dedicato a quel prete. E con lui, a tutti i nuovi predicatori.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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