Raccontiamo l’attualità con una canzone

Una luce tiepida striscia lungo la scrivania. Accarezza con il suo raggio assonato tutto quello che incontra, fino a perdersi lungo le vie che conducono agli spigoli del tavolo, per poi sparire e disperdersi nel buio della stanza. Alcune ombre della stampante e offuscati riflessi di qualche timido quadro riconsegnano un minimo di ordine geometrico allo spazio. Il resto è il bagliore di uno schermo bianco che si imbatte in un viso assonato e solitario: il mio.

Attende spiegazioni, lo schermo bianco. Chiede di essere riempito, ma non ho parole giuste per accontentarlo. Vorrei che una volta tanto mi dicesse lui qualcosa, che mi spiegasse lui cosa succede là fuori, tanto per dare un poco di giustizia al titolo di questa rubrica. Ma lui niente. Se ne sta fermo e in attesa.

Che poi a me piace anche scrivere di notte. Forse perché sono sempre stato un ritardatario e il tempo che possiedo mi sfugge via dietro ogni vicolo e ad ogni chiacchiera che faccio. Però è bello ritrovarsi qui, la sera tardi. Come se fosse una chiacchierata con un amico. Solo che in questo caso non sai mai dove ti porta con precisione, questa chiacchierata. Si inizia a scrivere per stanchezza, o forse solo per nostalgia, ma piano piano le parole sgorgano come una cascata, e lì puoi solo cercare di tenere il fiume dritto, di non fare troppe curve, e ad arrivare il più possibile vicino a qualcosa che assomigli ad un concetto chiaro.

Ma non ho concetti da spiegare, questa sera. Non ho storie da raccontare o dilemmi da scoprire. C’è tanta stanchezza, qui, nel buio anonimo di questa stanza. Anche gli oggetti si godono il loro meritato riposo, ora che nessuno deve più guardarli o toccarli come premi custoditi in bella vista.

C’è solo una finestra, poco lontano da dove scrivo, a stuzzicarmi un’idea. Non è molto grande. Penso che sarebbe bello poter far passare tutte queste parole da lì. Portarle fuori e lasciarle libere di vagare per il mondo. E perché no? Con loro anche tutte le frasi che non riesco a scrivere, quelle troppo contorte da sbrigliare, e quelle troppo dure da addolcire. Che vengano liberate tutte, queste parole imprigioniate nella mia testa.

Una volta fuori, chissà. Magari andranno dalle persone che penso, trasformandosi in pensieri o in ricordi vissuti insieme. Altre parole forse si perderanno lungo la strada, come quelle dette di fretta quando devi dire addio a qualcuno che ami e che non rivedrai per molto tempo. Nessuna parola, penso, ritornerà indietro. Forse mi seguiranno domattina, quando con il motorino spezzerò la quiete dell’alba, e mi scruteranno da lontano cercando di decifrare il mio atteggiamento.

O più verosimilmente, fantastico troppo del loro comportamento. Forse le parole valgono molto meno di quello che pensiamo, donando a loro un’importanza ingiustificata e smisurata.

Va di fatto che è tutto quello che ho da offrire, qui, in questo schermo bianco e ancora troppo vuoto: parole notturne, parole solitarie, parole assonnate. Parole dette sottovoce, come fa Francesco Guccini nella sua “Canzone di notte n. 3

Il mio gatto dorme a pochi metri da me. Non ha parole, il suo sonno. Lo guardo e mi chiedo cosa possa renderlo così beato, un essere che non formula pensieri profondi, un essere che non conoscerà mai l’amore od il perdono. Nel suo viso solo la certezza di essere nel posto giusto, sopra un divano scomodissimo che per lui deve essere come il trono degli dei.

Lo guardo e lo accarezzo. Non c’è nessuna parola che lega questo sentimento, questa forza che ci tiene aggrappati al mondo. Succede così con le cose tenere quando, semplicemente, accadono. Ci danno un’energia, una forza innaturale, un bisogno di volere tutto senza pretendere niente. Ed è confortante questa bellezza, per me, in questa notte senza parole, in questa finestra che non si apre al mondo, in questo gatto che racchiude tutte le verità più importanti.

La notte ora mi sta conquistando. Sono troppo stanco per andare avanti. Rileggo questo mio articolo ed è pieno di pasticci e imperfezioni, come spesso accade ripensando ad alcune giornate che vivo di fretta e con troppe parole.

Sarà. Cerchi il lettore la tenerezza, se la trova. Controlli se riconosca in qualcosa, se mi conosce. 

E ultima cosa: tenga aperta la finestra. Non si sia mai che qualche parola, prima o poi, arrivi davvero.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

By Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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