Raccontiamo l’attualità con una canzone

Accade ad un orario strano, tipo verso le due o le tre di notte. Sdraiato sul divano, con una mano sul telecomando, il cuscino posizionato ben dietro la testa e con gli occhi puntati su un televisore che fa quel che può: il più delle volte fa solo schifo. Accade in una di quelle sere, là dove non ci sono bei film, e dove nessun programma soddisfa neanche un minimo di requisito etico e professionale per sembrare almeno un po’ degno di essere guardato. Una tristezza indefinibile si agguanta come una coperta sul tuo umore e, nonostante tutto sia desolante, ridicolo, viscido e falso… la televisione rimane accesa. Non si riesce proprio a spegnere, quell’affare. Rimane lì, davanti a te, come un fuoco sempre più incandescente: e parla, parla, non la smette un attimo di parlare. Magari uno avrebbe solo bisogno di stare un secondo in silenzio e rilassarsi e invece quel macchinario magico continua ad ingozzarti di parole e scoop, e notizie dell’ultima ora, e imperdibili gossip, e tragedie in arrivo. Allora ci vorrebbe uno che si alzasse e gridasse al mondo intero: perché. Perché guardiamo quella roba? Perché ci attrae così tanto quel mezzo metro quadrato? Va beh, rettangolare, sù.

E me lo chiedo anch’io per qualche secondo, ma poi come un’onda vengo trascinato in una sequela di chiacchiericci e battute imbarazzanti e, senza neanche accorgermene, ho già cambiato canale e, con esso, i miei pensieri. Sono per la maggior parte mostri, quelli dentro la televisione. Facce sempre più brutte, sorrisi sempre più falsi, approfondimenti sempre meno interessanti. Si rimane come bloccati davanti a questa assurdità e a questo scempio di malessere quotidiano. Si va a finire che si accende la televisione per rilassarsi per poi spegnerla perché si è diventati più nervosi di prima. Non è un discorso da nostalgico, lo giuro: anche perché qualcosa di bello e qualche trasmissione sana e fatto bene c’è, per carità. E anche prima sarà stato così, forse, o comunque in un altro modo. E non critico neanche tutti i miei amici e conoscenti legati a trasmissioni e a standard televisivi sempre più ghiotti di audience. È solo una banale frustrazione, la mia. Quella di accendere il televisore per vedere il mondo fuori dai miei confini fisici, e di sentirlo sempre più lontano – il mondo – mano a mano che il tasto “spegni” si faccia attendere. Un pensiero spiegato molto bene da Davide Van De Sfroos nella sua canzone: Televisiòn.

Poi però, per caso, a notte fonda, poco prima di spegnere il pietoso circo con un definitivo click, ecco che arriva lui: Valerio Lundini. Un conduttore dall’aria seria e dalla parlantina noiosa, uno che sembra l’emblema della normalità e della conformità sotto ogni punto di vista, uno a cui non concederesti più di trenta secondi di parola a pranzo neanche se fossi un po’ alticcio. Questo però solo di facciata. Infatti è facile accorgersi che qualcosa non torna, nel suo modo di fare “televisione”: i tempi morti – così tanto ripudiati – sono palesi e ripetitivi; le domande sono talmente ridicole e senza senso che è impossibile non ascoltare la risposta senza ridere – esempi: “Lei si considera un attore apolitico o di destra?”, oppure “Lei che è body-builder e che riesce a sollevare pesi molto pesanti, come se la cava con quelli leggeri invece?”, oppure ancora, la mia preferita, “I laziali insultano i romanisti e i romanisti insultano i laziali. Secondo lei, chi ha ragione?” – Cose così. E poi gli ospiti sempre più a disagio, e il pubblico senza emozioni, e una regia delirante e slegata da ogni logica. È il peggio del peggio della televisione: ce l’hai lì, davanti a te, ma come per magia, appare interessante. È tutta finzione naturalmente, ma una finzione che si prende cura di tutto lo schifo che si vede in giro normalmente. Non c’è pudore, non c’è cura per lo spettatore: è tutto spiattellato davanti a te. Allora finalmente ti liberi. Riesci a rilassarti, a godere di tutte le false uscite alla “vogliamoci tutti bene” dei talk show, e finalmente, quel televisore che avevi acceso per sentirti un po’ più a casa, torna a svolgere il suo lavoro.

Per carità, non voglio elogiare e annunciare un nuovo profeta della televisione che sarà. Lundini è solo un comico, molto intelligente e di gran lunga molto auto-ironico, visto che è lui il più “falso” e “stupido” personaggio dei suoi programmi. Però è un segnale questo, molto bello. Quello di un macchinario, la tv, che pone dubbi e perplessità su se stesso, sul suo operato, sul suo cinismo estetico e sulla sua etica distruttiva e devota solo agli ascolti. Perché ammettiamolo: se la televisione a volte è così mostruosa e devastante come ci appare, in parte è colpa nostra, che non crediamo poi più di tanto nei nostri tentativi di distaccarci da quello che vediamo sullo schermo. Però, vedere programmi come quelli di Lundini, ci fanno sperare che, forse, uno slancio esiste. Uno spiraglio dal quale poter aprire una porta e dal quale fare entrare più idee possibili di una tv più “umana”.

Sto delirando? Può essere. Ma intanto questa sera, quando ho spento la tv, non ero neanche così nervoso come pensavo. Il che non è affatto una cosa da poco.

Comunque, caro Lundini, su una cosa non ho dubbi: è certamente colpa dei romanisti.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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