Raccontiamo l’attualità con una canzone

Di fronte a certi scenari, va a finire che una risposta non la cerchi. La reclami. E per sapere la risposta, è buona norma porsi la domanda.

Fuori, non c’è più un fuori. Già. Dopo due anni di pandemia, nell’immobilità obbligata in cui tutti noi siamo stati condannati, ora ci si trova in faccia questa amara realtà. Fuori, non c’è più un fuori. C’è la nostra vita, che rimane una giostra variopinta di impegni, obbiettivi e cammini tortuosi. Solo che assieme ad essa, si intromette una specie di decadenza lenta che, almeno in questo caso, non c’entra con la civiltà o il giudizio politico e sociale.

Giro, parlo, chiedo, e quello che noto è un continuo nascondersi nei propri muri. Non è solo questione di razzismo o ideologie. Sembra che si sia spezzato un qualcosa in questi ultimi anni: un filo sottile di fiducia nel mondo. Tutti pronti a guardarsi le spalle, a preparare piani con precauzione e non molto ottimismo. Non c’è più un fuori dove uscire, forse perché non c’è più un vero “dentro” da abitare. È tutto intrecciato, tutto confuso e invariato.

Anche io, nel mio piccolo, sento un tarlo avanzare nel mio cuore. È un’ombra che si fa sempre più ingombrante: l’amara consolazione che qualcosa ti avvolgerà e ti terrà nascosto al mondo. Invisibile e invulnerabile a tutto ciò che ci circonda: il bello e il brutto. A vederla così è agghiacciante, lo so. Ma basti vedere quante persone abbiamo perso guardandoci indietro in questi mesi, quanti legami spezzati, quante persone che si non allontanate.

Difficile capire come comportarsi e chi prendere come esempio. Gli adulti tentennano e giudicano; gli anziani ingombrano; noi ragazzi ci nascondiamo o, quando va male, ci ribelliamo (a chi? a cosa?). E i bambini? Cosa fanno i bambini?

Sono in questo oratorio che di bambini ne ha molti. Facce delle più disparate. Li vedo nel pomeriggio per due ore circa e li vedo fare tutto quello che possono fare dei bambini quando vogliono divertirsi e hanno solo due ore di tempo per farlo. Chi corre, chi te la racconta, chi insegue i suoi pensieri nel volare gracile di una foglia (quelli sono i miei preferiti), chi piange perché gli hanno rubato la palla (ecco, quelli meno), ma tutti, dico tutti, con due occhi grandi così di fiducia nel mondo.

Ma da dove viene, dico io, questo loro umore? Ma non lo vedete che il mondo qui va a pezzi? Che qui noi si prova a seguire una strada, una qualsiasi, e poi di colpo bam!, rimani solo, spiazzato e senza uno straccio di ideale a cui credere? Che ci si diverte anche, sì, in compagnia con delle persone belle, ma poi si ritorna a casa e si pensa, si rimugina, si piange a volte – oh quanto si piange – e non c’è canzone che tenga, non c’è posto che scalda, non c’è casa che accoglie? Non lo vedete? Eh? Voi con questo sorriso, voi con questi denti storti, voi con questi genitori con gli occhi tristi mentre indifferenti tenete sù il mondo con il vostro umore e le vostre cartelle pesanti?

No. È ovvio che non lo vedono. Perché i bambini sono spugne che assorbono tutto e che filtrano ogni goccia di quel qualcosa che da grandi impareranno a chiamare amore. E io mi sento di morire un po’ alla volta, e di rinascere di colpo quando mi imbatto nei loro occhi enormi, troppo enormi per potermi soffermare sulle cose brutte del mondo.

Mi ricorda una canzone che si chiama Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra di Francesco De Gregori.

È una canzone di rabbia e di speranza. Di ingiustizia e libertà. Tutto mischiato in questa grande pioggia che manda giù il buon Dio. C’è questa frase che canta Francesca dove dice:

“E a volte mi sento come un prigioniero da liberare
Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra
Ma non ci sono sbarre e non c’è modo di scappare
In ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra

E ogni giorno c’è un pezzo di strada da ritrovare
Ogni giorno di pioggia che Dio manda in terra
E una lacrima da benedire e conservare
Per tutti i giorni di pioggia che Dio manda in terra”.

I bambini hanno l’onore, nella mia vita – e sono convinto in quella di molti altri -, di far passare i grandi dalla prima strofa alla seconda. Di farli uscire di prigione. Di dir loro che è inutile scappare, l’unica salvezza sta nel conservare. Che non è non-soffrire la vera gioia, ma custodire le lacrime e le nostre pene. Non si smette mai di imparare da loro, dico davvero.

Ad esempio. Una bambina l’altro giorno mi guarda e mi dice una frase che poteva benissimo essere pronunciata da Phobe nel giovane Holden. Me la ricordo come fosse ora. Mi guarda con quegli occhioni blu celeste, quelli per cui una mandria di uomini e ragazzi ci perderanno la testa fra qualche anno, e mi fa:


“Sai Tommy, oggi ho finalmente imparato una cosa pazzesca. Ho scoperto come si fa a capire quando le persone sorridono sotto la mascherina.
E come si fa?”
Semplice! Basta guardare gli occhi. Se luccicano come quelli di mamma, allora stanno sorridendo!”

Non so bene cosa passa nel cuore di un bambino per dire frasi del genere. So che in quel momento stavo sorridendo, e lo sto facendo tutt’ora.

Dicevo all’inizio: per sapere la risposta, è buona norma porsi la domanda.

Come si fa ad andare avanti in questo strano mondo? Risposta: basta guardare gli occhi di chi ami. Se luccicano come quelli dei bambini, non c’è pandemia, solitudine o muro che tenga.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

By Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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