Raccontiamo l’attualità con una canzone

E poi, per un motivo o per l’altro, ti ricordi di quel mito che era Lucio Dalla. E a quel punto che fai? C’è poco da fare: ti metti lì, buono buono, e lo ascolti. Nel 1970 scrisse un album chiamato “Storie di casa mia”, che già come titolo, è un capolavoro. Le canzone sono poi di una bellezza smisurata dove le mille sfaccettature del cantante vengono fuori come un vulcano in eruzione. Mettersi a nudo a livello artistico, adesso sembra quasi impossibile: lui lo faceva con una leggerezza tale che mentre l’ascolti non senti un cantante, ma l’amico al bar che ti racconta la sua vita. Che vita, però.

Lucio Dalla, uno di quei tipi che da grandi o fanno i cantanti o diventano pazzi: pare che sia riuscito a fare entrambe le cose.

La canzone in particolare più simbolica è 4/3/1943, pezzo in cui Lucio mette dentro tutto quello che una canzone di tre minuti può contenere: l’incontro fra i suoi genitori, sua madre incinta di lui, la morte del padre, la sua infanzia, il suo sentirsi diverso ma accettato, la sua incommensurabile, seppur tenerissima, tristezza. Tutta la sua vita insomma. Del resto, nasciamo per raccontare la nostra storia in ogni nostro singolo e minuzioso gesto. Il resto, si sa, è solo fuffa.

Poche parole, accordi basilari. Risultato: un mare di emozioni. Non ho molte da dire su questa canzone – rimango del parere che alcuni pezzi vadano ascoltati e poi meditati in silenzio, senza bisogno di commentare: le parole rischiano di macchiare i sentimenti – però riascoltandomela da capo mi è venuto in mente di fare una piccola pazzia. Raccontare, in questa attualità di fatti che sembrano tutto tranne che normali, una storia di casa mia. Una strana avventura che mi è capitata in questa quarantena. Chissà, magari come le canzoni di Lucio Dalla qualcuno può rispecchiarsi in qualche personaggio o in qualche situazione, facendoci ricordare che le storie non sono che ragnatele capaci di unire tutti i più lontani mondi e dalle quali tutti noi siamo, e saremo sempre, intrecciati.

O forse è solo una storia, e va presa così com’è. Come sempre in questi casi, lascio l’ardua sentenza al lettore e al suo saggio giudizio. Qui finisce il preambolo e qui inizia una storia: una storia di casa mia. Che, in maniera più o meno veritiera, fa così:

“Il Caporale – o se preferite, mia madre – donna prudente e ligia al dovere riguardo le distanze e i giusti comportamenti da tenere durante la quarantena, era intenta a risollevare da terra i numerosi calzini lasciati incautamente in bella vista dal sottoscritto, dando così vita ad un’aspra e vivace disputa dialettica tra i due contendenti: l’anarchico liberale (io), fortemente a favore di una maggiore libertà verso i calzini e il caporale proibizionista che è invece, come già detto, rigorosamente dalla parte dell’ordine e della pulizia. Prima che il Sottotenente – o se preferite, mio padre – avesse potuto stabilire il verdetto, ecco suonare il campanello: la farmacista, o se preferite, la Zuccherina, o se preferite ancora: la fidanzata di mio fratello. Costei, molto attenta e premurosa verso il benessere e la salvaguardia di tutti, non nutre una buona fama riguardo la tenace resistenza verso quella strana forza che nei romanzi e nei film sono soliti nominare col termine: amore. Per ciò, con un gesto degno di Marylin Monroe, Zuccherina si tolse la sua mascherina con disegnati fiori tropicali e, vogliosa di rivedere mio fratello dopo mesi di quarantena, sentenziò una frase tanto romantica quanto minacciosa:

“Dove è il mio amore?” .

Prima di poter rispondere, mi voltai e notai il viso congestionato del Caporale. Quel suo gesto di oltrepassare il confine della porta durante la quarantena e il togliersi sfacciatamente la mascherina davanti a loro, valevano per lei come una vera e irrevocabile dichiarazione di guerra. Sebbene contento che il dibattito sui calzini era ormai arenato (dimostrando la famosa frase riguardo “il nemico del mio nemico”) cercai di sedare la nuova disputa con un trattato di pace che trovai comodamente in cucina: l’amuchina. Bastava solo spruzzarla sulle mani di Zuccherina, e la guerra non sarebbe mai cominciata.

Ma, ahimè, cominciò lo stesso.

Il Sottotenente, cercando di stemperare il più possibile la situazione, fece una battuta ben riuscita sulla mascherina a fiori di Zuccherina. Quest’ultima, come suo modo classico di unire un ringraziamento e una risata, si buttò di tutto peso verso il Sottotenente, abbracciandolo forte intorno alla vita, generando in lui un miscuglio di agitazione e fermo spaesamento.

Restandomene con il mio trattato di pace in mano, non feci fatica ad immaginarmi il volto inferocito del Caporale, che oramai aveva individuato nel comportamento di Zuccherina l’infausto invasor.

Caina!” inveì il Caporale verso di lei.

La situazione stava ormai precipitando quando finalmente arrivò mio fratello. Anche lui ligio al dovere e alle regole, sia quelle imposte dallo Stato ma soprattutto quelle imposte dal Caporale, non è tipo che trasgredisce delle regole così importanti per il benessere collettivo; ma la sola vista della sua ragazza dopo mesi di quarantena fece crollare ogni suo ideale; del resto: Dio li fa e poi li accoppia.

L’abbraccio finale fra i due innamorati avrebbe sicuramente provocato nel Caporale una reazione degna dei genitori Capuleti o Montecchi, ma il piede di mio fratello scivolò su uno dei calzini lasciati incautamente a terra dal sottoscritto. Il tonfo che fece il suo corpo quando sprofondò sul pavimento mise ordine a questo quasi disastroso epilogo: il Caporale, senza pensarci due volte, portò mio fratello in ospedale (nonostante avesse solo una piccola e lieve botta da cerotto e via), cacciò l’invasore di casa e sgridò il Sottotenente perché non era stato capace di gestire bene la situazione. Nonostante il finale di questa storia possa suggerire, agli occhi del lettore, le difficoltà di una famiglia durante la quarantena, la realtà è ben diversa. Infatti, il rapporto di Zuccherina e del Caporale migliorò molto dopo quella visita e i due amanti impararono a star lontani un metro (almeno in presenza dei genitori). Per quando riguarda il sottoscritto, invece, imparai tre cose fondamentali da questa storia e dalla quarantena in generale:

1. Mai fare arrabbiare le mamme.

2. Tenere sempre le distanze.

3. Mai demordere sui propri ideali: anche lottare per la libertà dei calzini può portare a grandi risultati. Come questa storia aveva la premura di raccontare.

Qui finisce la storia e con essa il mio articolo.

Forse non sarà attuale come tante delle vicende che capitano là fuori e che ho avuto modo in questi mesi di commentare. Ultimamente, però, mi balena in testa una strana idea: forse quello che veramente resterà nelle nostre memorie fra una ventina d’anni, non saranno le hit, i tour o nemmeno i fatti di cronaca, di politica e di pettegolezzi vari; magari rimarrà solo il ricordo, rarefatto ma dolcissimo, di quello strano e paradossale mondo racchiuso dai muri di casa nostra. Tra storie, pensieri e Dio sa cosa. Non sarebbe poi tanto male, almeno nel mio caso, ma sarà il tempo a essere, come di consueto, saggio rivelatore. Chissà cosa ne pensava il buon Lucio a riguardo. Credo proprio che mi dovrò riascoltare l’album “Storie di casa mia” per scoprirlo. Per oggi va così, caro lettore. Tiri un sospiro e volti pagina.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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