Raccontiamo l’attualità con una canzone

Come il freddo a dicembre, così le canzoni natalizie stanno accarezzando le orecchie di tutti noi uomini e donne affannati negli ultimi acquisti da fare. Tra code infinite nei supermercati, attendendo gli ultimi pacchi Amazon con gli sconti, alla persona che proprio non si sa cosa regalare. Il giorno di Natale è meraviglioso. Sono le ore degli acquisti dei regali che toccano l’apice dell’inferno umano.

Fortunatamente Natale non è solo una lunga lista di regali da avere e regali da dare. È un periodo di riflessione, di silenzio, di scelta. Volontariamente, o meno, ci si fa un piccolo bilancio su chi sia veramente importante nella nostra vita. Quali persone valgano la pena chiamare amici e perché. Ed è per questo che le canzoni natalizie, per così dire, “classiche”, difficilmente aiutano questa riflessione interna.

Nel 2011 è uscita una vero e proprio piccolo gioiello dalla mano e dalla testa artistica di Angelo Branduardi: “Favola di Natale a New York”. È in realtà un rifacimento di un enorme successo dei Pogues, band irlandese degli anni 80’. È una canzone decisamente “anti-natalizia. Poco consigliabile ascoltarla con bambini in vicinanza o in situazioni gioiose. Siamo nella vigilia di Natale, (bene) in un cella piena di ubriachi, (non benissimo) con un vecchio che sussurra all’artista “quest’anno sarà il mio ultimo Natale” (decisamente male).

Nella versione originale, mantenuta fedelmente intatta da Branduardi, il protagonista della storia è un immigrato irlandese che, passato un giorno di sbornia, passa la vigilia di Natale in carcere. Tramite le voci e le canzoni suonate in questo ambiente poco natalizie, il protagonista rivede la relazione con la sua donna, molti natali fa. Già solo l’inizio fa venire i brividi. Quanti di noi hanno il coraggio di pensare, anche solo un minuto, a tutti questi poveri Christi, condannati a vivere un Natale così vuoto, solo e triste? Nell’ansia generale di perdere lo sconto dell’ultimo pacco, perdiamo anche il giusto fuoco da mettere per guardare e capire meglio questo periodo dell’anno. Tanti luci, tante scintille colorate. Ma tanti, troppi, occhi spenti e disincantati. E si rimane così, con uno strano sapore di amaro in bocca che cerchiamo di annacquare con sorprese, regali e pranzi e cenoni lunghissimi.

Il nostro protagonista però non è completamente perso. Anzi, aspetta solo di uscire dalla cella per vivere un degno Natale e, con esso, una degna vita. “La faccia contro il muro, stavo pensando a te”.

Chi pensiamo noi, in questi giorni così felici e allegri? Quale persone riesce a rubarci e ad entrare nei nostri pensieri e nella nostra solitudine? Chi ci manca davvero? Come funghi nei boschi, queste domande invadono la nostra testa. Un po’ come questo immigrato irlandese, che pensa alla sua bella, anche e soprattutto, in un posto così squallido. Si erano conosciuti a Natale, di molti anni fa. Quando tutto era più bello, più gioioso e più vero. “Tu mi hai preso la mano in un freddo Natale, mi hai stretta e nel buio ho ballato con te”.

Ognuno di noi conserva in questi giorni un ricordo speciale, un momento, un attimo che è rimasto vivo nel nostro cuore. Magari quando eravamo bambini, o innamorati. Il Natale fugge via, sempre. Mai periodo fu più azzeccato, come mettere il giorno più caloroso del cuore umano nel mese più freddo dell’anno. Ci vuole ironia, e chi è lassù mi sa che ce ne sia tanta. E noi ri-viviamo. Ri-pensiamo. Ri-costruiamo. Continuamente e senza sosta, quel ricordo, quel momento, quell’attimo, vissuto molti Natale fa. Ricerchiamo quella purezza che ora sembra smarrita. Come si smarrisce la relazione nella nostra canzone. Insulti, delusioni, ferite che non si chiudono. Natale è anche questo. Fare i conti con le nostre fragilità. Senza questo, come potremmo considerare autentici i nostri “ti voglio bene”?

Cosa potevo fare! Questa è una vecchia storia, Tu mi hai rubato i sogni dal giorno che ti ho visto! Mi sono stati cari, li ho messi accanto ai miei… Da solo non valgo niente, non riesco più a sognare!”. Non si sa se il nostro protagonista quando uscirà dal carcere, festeggerà il Natale in mondo felice. O se mai rincontrerà la sua bella. Sarebbe bello saperlo. Invece ci lascia con questo respiro spezzato. Un Natale che ridà spazio alla speranza o una voragine dal quale non c’è più ritorno? Così finisce una romantica storia, con una triste canzone in una squallida prigione di New York.

A me spiace, dovete credermi. Celarmi in canzoni molto malinconiche in giorni così belli non è molto allegro, lo ammetto. Ma in queste lacrime, in queste solitudini, si nasconde nel profondo una poesia, una tenerezza, a dir poco illuminante. Quella che solo la musica, come per magia, è in grado di creare. Io prendo questa poesia, di Branduardi, e la metto nelle vostre mani. Chissà, forse da una canzone così malinconica esce fuori anche un sorriso. Può sembrare poco, è vero. Ma un sorriso autentico nei giorni di Natale, è già per esso un regalo enorme.

Buon Natale, cari lettori, di cuore!

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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