Raccontiamo l’attualità con una canzone

Accendevi il televisore ma ancora facevi fatica a crederlo: l’Atalanta ai quarti di finale di Champions. L’unica squadra a rappresentare l’Italia. Di fronte a sé: il Paris Saint Germain, un po’ come se la marina svizzera scendesse in campo a sfidare l’esercito statunitense, per capirci. Una squadra che ha un giocatore pagato come tutti i giocatori dell’Atalanta messi assieme. Così va il calcio.

Un silenzio assordante in quel di Lisbona, quasi si poteva sentire il battito cardiaco impazzito di Gasperini, l’allenatore dell’Atalanta, uno che ha la faccia da bar del venerdì sera e che invece si sta giocando un posto per le semifinali. Così va il calcio. Sembra tutto pronto. Strette di mano, concentrazione. Si cerca il posto giusto per mettersi comodi sul divano – in questi casi non si trova mai – poi si prega una qualche divinità o un lontano parente, scacciando ogni pensiero e dubbio sul proprio agnosticismo, purché questa sera qualcuno, lassù, la mandi buona. Poi l’arbitro fischia. E si gioca.

È difficile parlare di calcio in un sito web musicale senza nominare questa canzone: “La leva calcistica della classe ’68.” Forse perché è l’unica canzone sul calcio che sia un capolavoro, o forse perché quando Francesco De Gregori fa musica la fa di Dio e stop. In ogni caso, nei primi timidi tocchi tocchi di palla dei giocatori dell’Atalanta, ecco che risuonava la stessa emozione di cui parla questa canzone, ovvero di quando giocare a calcio c’eri tu, nel fango e nella polvere, contro il resto del mondo. Solo tu, e, dall’altra parte, tutti. Da bambini si pensa sempre così con un pallone tra i piedi. Così va il calcio.

“Sole sul tetto dei palazzi in costruzione
Sole che batte sul campo di pallone
E terra e polvere che tira vento e poi magari piove…

E come per magia, dalla posizione scomoda del tuo divano, ecco che inciti, che sbraiti e che gridi, illudendoti – chissà poi perché – che l’Atalanta abbia bisogno anche del tuo contributo, come se a migliaia di chilometri di distanza, sopra un divano scomodo, possa influire sul gioco. Misteri che vanno aldilà di ogni umana comprensione. Così va il calcio.
L’Atalanta soffre, corre dietro ogni pallone ma il Psg non ne sembra sbagliare mezza. E intanto c’è un brasiliano di là, tale Neymar, che a vederlo giocare viene da pensare che sia nato con un pallone da calcio in mano. Ovunque vada, se lo porta dietro. Sembra un ballerino più che un calciatore. Oplà, e ne ha saltati 3. Davide contro Golia, solo che schivare le botte di Golia per 90’ minuti non è una cosa che il passo della Bibbia aveva previsto, anche se…

Ecco il gol dell’Atalanta! Un passaggio sporco, un rimpallo fortuito e voilà. La palla dentro i pali e undici giocatori che si trasformano in bambini pazzi di gioia. Dodici, con tutti noi a casa a guardare.

Prese un pallone che sembrava stregato
Accanto al piede rimaneva incollato
Entrò nell’area, tirò senza guardare
Ed il portiere lo lasciò passare

E qui succede una cosa strana. Per un’ora intera senti lì il sogno, quel sogno assurdo che covi dentro da quando eri bambino, ovvero che anche le cose più impossibili possono accadere. Così, se l’Atalanta riuscisse a vincere e andare in semifinale di Champions, perché allora io non posso diventare un grande scrittore? Perché quel ragazzo che alleno non potrebbe diventare un giorno il giocatore che sogna di essere? Perché credere a questa normalità che non lascia spazio ad ogni tentativo di fantastica fuga? Se non tifate una squadra col cuore e con l’anima, difficile avere di questi pensieri. Così va il calcio.

Ti tieni stretto quel sogno ma il tempo passa lento, lentissimo, e intanto il Paris Saint Germain incalza. L’Atalanta soffre, corre su tutti i palloni ma quelli lì, quel Neymar, li continua a saltare come birilli. Ma il pareggio non arriva, e il sogno cresce, cresce senza sosta. E manca poco, molto poco, pochissimo.

E proprio sul più bello, all’89’, eccola lì, la pugnalata al cuore, l’incubo di ogni partita di calcio, la dura legge del gol, come la chiama Pezzali. Il Psg pareggia con quello lì, quel Neymar lì, che anche a fine partita non la smette di correre e saltare tutti quanti. E quel sogno che aggrappavi fino ad un attimo fa, eccolo svanito. Puf. Neanche fai a tempo a metabolizzare che il Psg ne segna un altro, di gol. Poi l’arbitro fischia, e tutto si fa buio, triste e, inesorabilmente, normale.

Cose che funzionano così, purtroppo. Così va il calcio. Ma a volte così, ahimè, va anche questa vita, che da e che prende, a volte curandosi e a volte fottendosene di chi tu sia e di cosa tu abbia fatto per arrivare lì.

E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai
Di giocatori tristi che non hanno vinto mai
Ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro
E adesso ridono dentro a un bar
E sono innamorati da dieci anni
Con una donna che non hanno amato mai
Chissà quanti ne hai veduti, chissà quanti ne vedrai

Non è facile, non è facile per niente prendere questi gol all’ultimo secondo, nel calcio così nella vita. E allora ti chiedi che senso abbia soffrire così tanto, e sacrificarsi fino alla fine se poi, quella fine, sia così amara. Ma la risposta, io, credo di averla vista, lì, su quel campo silenzioso in quel di Lisbona. Mentre tutti si salutavano e quello lì, quel Neymar sorrideva come un bambino che ha vinto la partita dell’oratorio, i giocatori dell’Atalanta, sembra quasi strano dirlo ma se andate a rivedere il video vi apparirà chiarissimo, erano bellissimi. Tristi, doloranti, a pezzi per la partita persa, ma in fondo, bellissimi. E allora ti rendi conto che questa vita può fotterti finché vuoi, può farti male e ridurti a pezzi anche ad un metro dal traguardo. Ma se riesci ad uscirne con quella fierezza, con quella dignità e con quella luce, allora hai vinto. Perché non c’è felicità più grande di quando hai dato tutto, fino in fondo, e poi ti lasci cadere. Sapendo che questo mondo sarà sempre più furbo di te, più bastardo dei tuoi sogni, e più infido delle tue paure. Ma la differenza sta tutta lì, quando perdi tutto ad un passo dall’arrivo. La differenza fra l’essere fortunati ed essere coraggiosi, fra l’essere sognatori o perdenti, fra l’essere giocatori o l’essere uomini.

Così va il calcio, così va la vita. E così va questo strano mondo, mio caro lettore, nel quale anche una partita di pallone ti ricorda che nulla è più importante del tuo sogno, nemmeno gli altri, nemmeno il mondo, nemmeno il fallimento.

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Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

Di Tommaso Leotta

Scrittore, regista, chitarrista (orecchiabile, per i primi cinque minuti). Da sempre amante della musica e delle sue mille sfaccettature. Nel mio cuore Bob Dylan, De Gregori e De André.

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