A tu per tu con il noto musicista protagonista con Fargetta di una nuova versione remix di “Masterpiece”

GazeboTempo di nuovi progetti discografici per Paul Mazzolini, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Gazebo, indimenticata icona degli anni ’80 e massimo esponente dell’Italo-disco, protagonista di una nuova versione remix di “Masterpiece”, celebre hit che lo ha lanciato e fatto conoscere al grande pubblico, realizzata in collaborazione del noto deejay Mario Faggeta. Reduce dal recente ritorno con l’album “Italo by numbers”, pubblicato lo scorso marzo, abbiamo incontrato l’artista per ripercorre insieme le tappe fondamentali della sua carriera e respirare un po’ di quella sana e magica atmosfera musicale che ha caratterizzato il penultimo decennio del secolo passato.

Ciao Paul, partiamo da questa nuova versione di “Masterpiece”, come nasce l’idea di questo remix?

«Avevo voglia di realizzare una versione alternativa del brano che mi ha fatto conoscere al grande pubblico, ma non volevo affidarlo al solito disc jockey svedese, francese, americano o scozzese di turno, anche perchè noi italiani abbiamo una grande tradizione dance e professionisti del calibro di Mario Fargetta, che personalmente conosco da una vita. L’idea era quella di non stravolgere completamente l’originale, i remix tendono ad estrapolare un frammento riproponendolo all’infinito, noi abbiamo voluto dargli una nuova ritmica senza snaturarlo».

Due icone degli anni ’80 e ’90 che si incontrano, com’è stato collaborare con Mario Fargetta? 

«È stato facilissimo, perché è una persona squisita, spesso quando ti trovi a lavorare con altri artisti si creano inevitabilmente delle posizioni per via di idee discordanti e sembra che nessuno voglia cedere di una virgola, restando ancorato alle proprie posizioni. Con lui abbiamo avuto un bel dialogo costruttivo, magari fossero sempre così le collaborazioni (ride, ndr)».

Questo brano è stato il tuo primo singolo pubblicato nell’82, a parte il titolo di campioni del mondo e la mancata partecipazione della nazionale italiana ai mondiali di calcio di quest’anno, quali sono le principali differenze che noti tra quel preciso momento storico e oggi?

«Onestamente sembra un altro mondo, un altro pianeta. Da adolescente ho vissuto a pieni polmoni i cosiddetti anni di piombo, venivamo da una grossa crisi economica e petrolifera, per non parlare dei problemi politici, in pochissimi mesi sono arrivati gli anni ’80 e tutto è cambiato, anche musicalmente c’è stato un notevole e repentino cambio di rotta, dopo il punk è arrivata la new wave, un discorso soprattutto culturale e di atteggiamento, c’era più positivismo, una sorta di reazione a quanto era accaduto prima. Mi auguro che ritorni quello spirito, oggi l’aria che si respira è molto pesante, il lavoro non c’è ed i giovani hanno perso le speranze. Chissà, magari scatta qualcosa e all’improvviso ci ritroviamo a rivoltare pagina un’altra volta. Sai, all’epoca avevo vent’anni e mi sono ritrovato dal vendere enciclopedie porta a porta ad essere primo in classifica nell’arco di tre settimane, pertanto non posso far altro che guardare al futuro con ottimismo».

Una volta un tuo collega mi ha fatto notare come di recente, soprattutto nella scena indie, ci sia questo prepotente utilizzo delle sonorità anni ’80, magari con meno synth e arrangiamenti più minimali. Non trovi strano che se un artista di quel decennio si ritrova a riproporre quel sound viene etichettato “old style”, mentre se lo fa un esponente contemporaneo risulta un avanguardista?

«Forse perché per noi si tratta di un percorso già effettuato, la gente lo interpreta come un volersi riciclare, personalmente ho la coscienza pulita perché ho fatto dieci album, ognuno diverso dall’altro. La differenza è che all’epoca i mezzi erano analogici, oggi è tutto meno artigianale rispetto al passato e non è più così importante saper suonare uno strumento. Il digitale è composto da piccoli mattoncini di certezza, i suoni e le intonazioni sono perfette, per cui in realtà ciò che ricorda gli anni ’80 è realizzato in maniera totalmente diversa».

Non possiamo non parlare di “I like Chopin”, un brano che quest’anno compie 35 anni e che ha venduto oltre 8 milioni di copie nel mondo, dati incredibili che non si ripeteranno mai più. Sei riuscito a darti una spiegazione per un così grande successo?

«Guarda, è un mistero anche per me. Questo pezzo era nato come una ballad, il classico lento che non poteva mancare all’interno di un LP, il mio discografico ha intuito la necessità di inserire l’elettronica valorizzando il potenziale della canzone, ma nessuno di noi poteva anche solo immaginare un tale successo».

Per citare Raf, cosa è restato in definitiva degli anni ’80?

«Credo che la risposta sia in funzione della generazione, in coloro che hanno vissuto quel decennio è rimasto sicuramente un ricordo dolce, mentre le nuove leve credo che abbiano un’idea abbastanza vaga di ciò di cui stiamo parlando. Con l’avvento della tecnologia è cambiato tutto, ad esempio la musica è stata decimata, il settore della discografia si è completamente logorato, campa sui cataloghi e sul fattore televisivo, il digitale ha fatto bypassare il meccanismo di comunicazione tra consumatore e produttore, un mezzo straordinario e molto democratico, ma privo di barriere, per cui è facile esprimere un’opinione con un nickname da una tastiera, magari la stessa che non diresti mai di persona, per cui la realtà viene falsata o, nella migliore delle ipotesi, comunque alterata».

Appartieni alla generazione dei new romantics, che fine ha fatto il romanticismo?

«Bella domanda, il romanticismo ha in qualche modo perso il suo valore, oltre che il suo significato, oggi come oggi non è più necessario perché se vuoi approcciarti ad un uomo o ad una donna scrivi un messaggio su WhatsApp o su Facebook, i giovani non hanno più bisogno del romanticismo, anzi, la considerano una forma primordiale».

Dall’Italo-disco alla trap, due generi musicali legati ad epoche sicuramente distanti, come valuti l’evoluzione del mercato discografico del nostro Paese? 

«L’Italo-disco è stata una moda molto cavalcata in quegli anni, ma c’è sempre stato spazio anche per altro, il mercato era ben diverso, il problema è nato quando si è iniziato a creare in modo dozzinale prodotti di minore qualità. All’epoca si riuscivano a portare avanti discorsi musicali diversi, oggi la discografia è in mano ai network radiofonici, che, di comune accordo, passano sempre gli stessi brani. Se un artista non entra in quel circuito non hai alcuna chance, ciò che fa parte degli accordi commerciali arriva al pubblico, il resto rimane tristemente nell’anonimato. Tutto è legato al meccanismo dei talent show, niente mi toglierà mai l’idea dalla testa che se Lucio Battisti fosse nato oggi, sarebbe stato scartato alle prime selezioni. Questi format si basano sugli ascolti televisivi, sul tornaconto pubblicitario e non sull’aspetto musicale».

Lo scorso 16 marzo hai pubblicato il disco “Italo by numbers”. Che esperienza ha rappresentato per te?

«Un ritorno al passato, perchè raccoglie brani italo-disco di grande successo, da “Self control” di Raf ad “Easy lady” di Ivana Spagna, passando per “People from Ibiza” di Sandy Marton e “Tarzan boy” dei Baltimora, il tutto impreziosito da sonorità molto attuali, oltre che dall’inserimento di un brano inedito intitolato “La divina”, il primo da me inciso in lingua italiana».

Se avessi la possibilità di poter rinascere in un’altra epoca del passato, sceglieresti di rivivere lo stesso decennio o ce n’è un altro che reputi vicino al tuo modo di intendere la musica? Puoi rispondere anche quello attuale, ma ti avverto che saresti il primo…

«Sarebbe abbastanza improbabile (ride, ndr). Guarda, sono un figlio degli anni ‘70, ho cominciato a suonare la chitarra con i Beatles, Bab Dylan e Leonard Cohen, poi sono passato all’hard rock dei Led Zeppelin e dei Deep Purple, fino alla musica progressiva dei Genesis, ma anche a band del nostro Paese come la Pfm e il Banco Mutuo Soccorso, sono un grande fan di Francesco Di Giacomo che considero il cantante italiano più bravo di sempre. Vengo anche da studi classici ma, fondamentalmente, non mi reputo musicalmente costante, l’avvento della tecnologia mi ha aiutato molto, proprio per questo motivo mi sento di appartenere agli anni ‘80, per cui non li cambierei con nessun altro decennio».

Per concludere Paul, c’è un messaggio che ti piacerebbe trasmettere al pubblico, oggi, attraverso la tua musica?

«Ciò che vorrei è che la mia musica fosse ascoltata con imparzialità, senza pregiudizi, con particolare concentrazione sui testi, ho sempre cercato di andare oltre, di dare qualcosa in più di una semplice canzone. Ho sempre svolto il mio lavoro con grande onestà intellettuale, vorrei essere ripagato con la stessa moneta ed essere ascoltato con la giusta attenzione».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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