Giacomo Maiolini: “Il tempo è sempre stato un mio concorrente” – INTERVISTA
A tu per tu con Giacomo Maiolini, in occasione dell’uscita del libro “Mai avuto tempo”. La nostra intervista all’imprenditore bresciano, fondatore della Time Records
Dalle discoteche di provincia alle classifiche internazionali, passando per quattro decenni di rivoluzioni nel music business. Giacomo Maiolini, fondatore e amministratore delegato di Time Records, è una delle figure chiave della storia della musica dance italiana e internazionale: oltre 120 milioni di dischi venduti, più di 7 miliardi di stream e oltre 400 certificazioni tra diamante, platino e oro.
Un percorso importante che nel 2025 gli è valso anche il titolo di Cavaliere della Repubblica, conferito dal Presidente Sergio Mattarella, come riconoscimento per i successi professionali e per il suo impegno sociale e filantropico.
Dal 17 marzo 2026 è disponibile il libro “Mai avuto tempo” (edito da SEM/Feltrinelli), un racconto personale che ripercorre la sua vita tra musica, intuizioni, successi e momenti decisivi che hanno segnato il suo cammino. Non solo la storia di un discografico, ma quella di un uomo che ha sempre cercato di anticipare il tempo, attraversando tutte le trasformazioni dell’industria musicale: dai vinili agli algoritmi, dalle notti in discoteca ai grandi successi globali.
In questa intervista Giacomo Maiolini ci racconta il suo rapporto con il tempo, le intuizioni che hanno segnato la sua carriera, i cambiamenti del mercato musicale e ciò che ancora oggi lo emoziona quando ascolta una nuova canzone.
Giacomo Maiolini presenta il libro “Mai avuto tempo”, l’intervista
Sei imprenditore, fondatore e amministratore dell’etichetta Time Records, ma soprattutto un grande conoscitore della musica, della discografia e dei suoi dintorni. Prendendo spunto dal titolo del tuo libro, “Mai avuto tempo”, ti chiedo: il tempo nella tua vita è più un motore o un avversario con cui confrontarti costantemente?
«Il tempo è sempre stato un mio concorrente. È sempre stata una lotta contro il tempo e ho sempre cercato di anticiparlo in tutte le cose che faccio. Quando mi fisso su un obiettivo faccio qualsiasi sacrificio per raggiungerlo e, spesso, ancora prima di arrivarci sto già pensando a quello che devo fare dopo. È sempre stato così. Ho anche un rapporto curioso con il tempo: una mattina non mi svegliai per andare a fare un colloquio in banca perché non sentii la sveglia. Non ci andai più. Nel pomeriggio ero in un bar e vidi un orologio appeso alla parete. In quel momento decisi che la mia etichetta si sarebbe chiamata Time Records. La vita è fatta anche di coincidenze».
Nel libro racconti di essere cresciuto nella provincia bresciana con un’idea quasi ossessiva della disciplina e dell’eccellenza. Quanto c’è oggi di quel ragazzino nel manager che ha venduto 120 milioni di dischi con oltre 7 miliardi di stream?
«Non bisogna mai dimenticarsi da dove si arriva, questo è un insegnamento fondamentale. Io da ragazzino volevo essere il più bravo della classe, avevo questa specie di ossessione per il risultato. È qualcosa che mi porto ancora dietro oggi. Quando voglio raggiungere un obiettivo entro in una specie di loop ossessivo. È un tratto del mio carattere che mi accompagna da sempre e che probabilmente mi ha aiutato nel mio percorso».
Hai detto spesso di non sentirti un “genio musicale”, piuttosto qualcuno capace di leggere il futuro del suono. In questi quarant’anni, qual è stata l’intuizione di cui vai più orgoglioso?
«Forse la prossima… perché essere visionari significa anche guardare sempre avanti. Però in questi quarant’anni ho avuto la fortuna di vedere tutto: quando ho iniziato c’erano cassette e vinili, poi sono arrivati i cd, il digitale, lo streaming e oggi l’intelligenza artificiale. Dal punto di vista musicale ho attraversato tanti cambiamenti: l’italo disco, poi l’eurobeat, la house. La vera fortuna è stata riuscire ad adattarmi sempre ai cambiamenti del mercato e della musica».
A proposito di intuizioni in che direzione pensi stia andando la musica? Continuerà questo recupero massiccio del passato o tornerà più creatività?
«Direi che adesso basta con il recupero del passato. Siamo in un momento di stasi e secondo me deve succedere qualcosa. È già successo altre volte: alla fine degli anni ’80 arrivò la musica house, all’inizio degli anni 2000 ci fu il boom del download. Oggi mi sembra che siamo di nuovo a un capolinea musicale. Non so cosa succederà nei prossimi anni, ma credo che qualcosa cambierà».
L’Italo Disco negli anni ’80, la dance negli anni ’90, l’eurodance dei primi anni 2000… C’è stato un tempo in cui la dance era mainstream. Come spieghi oggi l’affermarsi di altri generi come il rap? Qual è stato lo switch?
«Secondo me è stato anche un discorso culturale. In altri paesi come Olanda, Germania o Inghilterra le radio hanno sempre supportato la dance. In Italia invece no. Non dico che dovessero passare tutto, ma avrebbero potuto allargare un po’ le playlist a quel tipo di musica. Questo ha inciso. Poi c’è anche un tema di creatività che è venuto un po’ meno e il fatto che i giovani si siano avvicinati al rap, che è diventato il loro linguaggio. Anche lì però credo che siamo arrivati a un capolinea e infatti si sta tornando verso il pop».
La tua carriera attraversa tutte le trasformazioni dell’industria musicale: vinile, cd, download, streaming e oggi l’intelligenza artificiale. Qual è stato il cambiamento che ha davvero rivoluzionato le regole del gioco?
«L’evoluzione tecnologia in generale, senza dubbio. Prima il download e poi il passaggio al digitale. Non credo che ci sia un altro settore che abbia vissuto un cambiamento così radicale. La musica lo ha subito in maniera clamorosa. È cambiato tutto: il modo di lavorare, gli uffici, le persone coinvolte. Una volta con il fisico servivano molte più figure professionali. Oggi una persona può caricare un brano e distribuirlo su tutte le piattaforme del mondo».
Per concludere, dopo quarant’anni di carriera e una storia che sembra già un film, cosa ti emoziona ancora davvero quando ascolti una nuova canzone?
«Quando sento una canzone che mi colpisce davvero mi vengono ancora i brividi. È una questione di sensibilità: non si impara, un po’ come il gusto. La canzone mi entra dentro, mi scorre nelle vene e da quel momento io voglio quel disco. Io non sono mai stato un musicista: la mia è sempre stata passione. Poi negli anni è diventata ossessione. Ma per raggiungere certi risultati servono proprio passione, lavoro, pignoleria e un pizzico di ossessione».