Giangilberto Monti: “La certezza di non prendersi mai troppo sul serio” – INTERVISTA
A tu per tu con Giangilberto Monti per parlare dell’album “Voci ribelli”, disponibile dallo scorso 27 marzo. La nostra intervista al cantautore milanese
Il 27 marzo è uscito il nuovo album “Voci ribelli” del cantautore e scrittore Giangilberto Monti, fuori per Warner Music / The Saifam Group. Un viaggio musicale che unisce culture, sogni, memoria e impegno civile: otto storiche canzoni dell’artista riarrangiate da musicisti magrebini con due brani inediti
Nel disco, il repertorio del cantastorie e scrittore milanese prende nuova vita grazie all’interpretazione e agli arrangiamenti dei musicisti magrebini Hicham Benabderazzik, Daniel Tuna, Badreddine Bazgua, Adil Nadif, arricchito da brani inediti.
Questo progetto musicale, ideato in Marocco, registrato a Casablanca e mixato a Milano, intreccia strumenti contemporanei e ritmi antichi. L’album nasce dalla collaborazione con l’amico e intellettuale algerino Mahi Tibaoui, oggi scomparso e negli anni Novanta costretto a rifugiarsi in Marocco per sfuggire alle minacce degli integralisti islamici. Ecco cosa ci ha raccontato.
“Voci ribelli” è un progetto che unisce culture e linguaggi diversi. Da dove nasce l’idea di rileggere il tuo repertorio attraverso sonorità magrebine?
«Dal desiderio di far felice un amico, che mi ha fatto conoscere il mondo arabo, e dal rispetto che nutro per quelle culture».
Quanto ha inciso questo viaggio geografico e culturale sul risultato finale?
«Direi parecchio, lo si avverte dal modo come questi musicisti rileggono ritmi e melodie europee e come si divertono a farlo, liberamente e senza pregiudizi».
Il titolo è molto evocativo: quali sono le voci che hai voluto raccontare e far emergere in questo progetto?
«Tutte quelle che hanno contribuito al viaggio, mentale e reale, tra i paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Il ribellismo non è solo azione, a volte è anche pensiero, riflessione, comprensione delle differenze e loro accettazione. Nessuno è padrone del mondo».
Nel disco convivono brani storici e due inediti, “Modì” e “Casablanca”: che ruolo hanno all’interno di questo lavoro?
«Sono l’inizio e la fine di questo viaggio: “Modì” ci riporta agli stereotipi del successo (pensate alla fama e alla ricchezza di Picasso contrapposta alla povertà di Modigliani, un clochard della pittura, un genio incompreso). Sono due stranieri, che hanno dovuto cercare un’altra patria per sopravvivere, entrambi geniali ma di fatto diversissimi. “Casablanca” invece è l’approdo di una seconda generazione senza più un passato, in quei casermoni di periferia dove si vive in quindici in una stanza e si sogna il mare, mentre la città che porta quel nome, in Marocco, sembra ormai Milano. L’evocazione di Casablanca è quindi spiazzante e distopica».
Le tue canzoni vengono definite spesso come racconti: quanto conta la dimensione narrativa nel tuo modo di scrivere e come si è evoluta nel tempo?
«C’è chi è nato per raccontare storie altrui e chi invece le vive in prima persona e magari le sbandiera al mondo, in prima serata. Io sono rimasto ancorato alla narrazione, più che allo svelamento di fatti privati».
Guardando alla tua carriera, quali sono gli aspetti che ti rendono più orgoglioso?
«La certezza di non prendersi mai troppo sul serio».
Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver appreso dalla musica fino ad oggi?
«Che c’è sempre qualcuno migliore di te. E quindi, idem come sopra…».