A tu per tu con il cantautore romano, disponibile negli store tradizionali e digitali con “Futuro improvviso

Tempo di nuova musica per Gianni Togni, compositore molto attento al suono e alla ricerca di nuove soluzioni, con cui abbiamo avuto modo di scambiare una piacevole chiacchierata in occasione dell’uscita del suo ultimo album di inediti “Futuro improvviso”, rilasciato lo scorso 20 settembre. Il suo pop alternativo fuori dagli schemi e dal forte impatto emotivo/analogico resiste alla prova del tempo, ne rappresentano un ottimo esempio “Luna”, “Semplice”, “Giulia” e “Per noi innamorati”, canzoni entrate di diritto nel cuore e nella memoria del pubblico. Quarant’anni di carriera che abbiamo cercato di ripercorrere insieme al diretto protagonista, in questa interessante intervista.

Ciao Gianni, benvenuto su RecensiamoMusica. Partiamo dal tuo nuovo album “Futuro improvviso“, cosa rappresenta per te?

«Sono contento finalmente di essere riuscito a pubblicare questo album, ci sono voluti tre anni, un po’ di impazienza ad un certo punto si è fatta sentire, ma sono felice del risultato e di come è stato accolto».

Che sia stato partorito dopo un lungo lavoro si sente, soprattutto in quest’epoca in cui gli artisti spesso pubblicano dischi a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, questo a discapito di un’oggettiva qualità. Quanto è importante per te avere tra le mani un album ponderato, calibrato e soprattutto suonato? 

«E’ fondamentale perché, in un mondo che corre continuamente e lascia per strada dei suoni meno attraenti, ho deciso di proseguire con le sane abitudini analogiche, con un bel registratore ventiquattro tracce, dove si lavora con musicisti veri e non si può accordare la voce con il computer. Questo disco nasce dalla voglia di tornare a fare dischi reali, il digitale è comodissimo per fare i provini, gli album sono un’altra cosa, soprattutto se punti a realizzare anche il vinile».

Dopo 14 anni hai da poco annunciato un concerto che ha tutta l’aria di essere un vero e proprio evento, si terrà all’Auditorium Parco della Musica di Roma il  21 marzo 2020. Come te lo stai immaginando questo spettacolo?

«Guarda, le uniche certezze che ho della scaletta sono l’inizio e la fine del concerto, il resto è in divenire, rientrerò in studio per provare con i musicisti a gennaio, faremo delle prove abbastanza lunghe per proporre un buon spettacolo. Probabilmente dovrò fare molti medley, perché ho realizzato talmente tante canzoni che diventerà difficile metterle insieme tutte e lasciare fuori qualcosa».

Lo scorso 20 luglio, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’allunaggio, Jovanotti ha divulgato la sua personale cover della tua “Luna”, ti è piaciuta?

«Sì, lui in realtà non mi aveva detto niente, il venerdì mattina lo sono venuto a sapere tramite un amico comune, poi Lorenzo mi ha scritto scusandosi per non avermelo anticipato perché aveva paura che non mi piacesse (sorride, ndr). In realtà la trovo molto bella, a tratti diversa, come è giusto che sia, più country e un po’ più “americana”, ma il suo modo di interpretarla è stato molto rispettoso della mia versione originale. E’ stato piacevole ritrovarsi, sono stato ospite al suo Beach Party, ci conoscevamo ma non avevamo mai fatto qualcosa insieme dal punto di vista musicale».

“Luna”, “Giulia”, “Semplice” sono alcuni dei tuoi più grandi successi, ma la carriera di qualsivoglia artista è fatta di numerosi brani, ce n’è uno in particolare a cui sei particolarmente legato e che, per un motivo o per un’altro, non ha ottenuto la stessa visibilità e, di conseguenza, lo stesso riscontro?

«Beh, un album in particolare, vale a dire “Bersaglio mobile” del 1988, un disco realizzato con grandissimi musicisti. Era un progetto diverso, in cui ho rotto un po’ gli schemi, perché credo che il pop debba fare questo, non bisogna mai fermarsi ad un solo genere, credo che la bellezza di fare musica popolare sia proprio questa, mescolare il rock, il jazz, il folk e proporre ogni volta qualcosa di diverso. Era un disco pensato per un’evoluzione artistica che non ha raggiunto i numeri sperati, ma parliamo di un fallimento da 180.00 copie, oggi come oggi sarebbero stati numeri pazzeschi. Ovvio che successivamente ne pagai un po’ le conseguenze, soprattutto perché lavoravo ancora per una major, mentre adesso l’etichetta è la mia, produce solo me e faccio quello che mi pare, ho una grande libertà e non tornerei mai indietro».

In una recente intervista ai Rolling Stones, hai dichiarato di non avere alcuna intenzione di partecipare a trasmissioni revival, immagino tu sia stato invitato più volte. Qual è il tuo personale pensiero riguardo a questo genere di programmi?

«Il problema di fondo sono le trasmissioni che ti chiamano per proporre i tuoi successi del passato, ma non ti danno la possibilità di cantare le canzoni nuove. “Luna”, “Semplice”, “Per noi innamorati” o “Giulia” non hanno bisogno di pubblicità, ma non lo dico con presunzione, è la verità. Perché dovrei andarci?».

Ho una curiosità su Sanremo, figuri nella rosa dei pochissimi artisti italiani che non hanno mai partecipato in gara al Festival, sarete una ventina, non di più. Nel tuo caso si è trattato di una scelta o più di un caso?

«Di una scelta per circa quarant’anni, escluso un anno in cui la mia casa discografica voleva a tutti i costi che andassi a Sanremo, mandammo il pezzo ma fortunatamente Baudo mi scartò (sorride, ndr), ogni volta che mi capita di incontrare Pippo lo ringrazio perché per me è stata una grande liberazione, perché non mi piacciono questo genere di competizioni».

Leggendo in giro le tue dichiarazioni, hai raccontato di come i tuoi attuali ascolti siano centrati soprattutto sulla musica internazionale, cosa non ti convince del nuovo Made in Italy?

«Il suono tutto uguale, trovo i dischi piatti, non c’è attenzione, a volte non riesco a decifrare se si tratta di una chitarra acustica o di una tastiera. Poi anche le tematiche, sempre un po’ le stesse, storie estremamente personali in cui solo i giovani possono riconoscersi, questo è importante ma non può di certo bastare, un passo in più sarebbe necessario. Invece, nella cultura angloamericana, svedese, tedesca o islandese trovo un fiorire musicale completamente diverso, da noi in Italia manca il fattore sorpresa».

Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver appreso dalla musica in tutti questi anni di attività?

«Mai esaltarsi per le vittorie e mai abbattersi per le sconfitte, la vita di un artista è legata alla musica e la musica è legata alla vita di un artista, è difficile slegare le due cose. Vivendo imparo, tutto ciò che non conosco cerco di approfondirlo, tutto ciò che vivo finisce inevitabilmente nelle mie canzoni e sono proprio le sconfitte ad insegnarti qualcosa, a lasciarti un segno… molto più delle vittorie».

© foto di Laura Camia

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

By Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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