Gino Latilla, il ricordo dell’ugola romantica del dopoguerra italiano

Gino Latilla

Otto partecipazioni a Sanremo, una vittoria e un doppio trionfo nel 1954: il percorso di una delle voci simbolo della prima stagione del Festival. Il nostro ricordo di Gino Latilla

Quindici anni fa, l’11 settembre 2011, si spegneva Gino Latilla, uno dei protagonisti della canzone italiana del dopoguerra, una di quelle voci che hanno accompagnato la nascita e i primi, decisivi anni del Festival di Sanremo. Aveva 86 anni e alle spalle una carriera costruita tra radio, dischi, grandi orchestre, cinema e palcoscenici, in un’epoca nella quale il cantante era ancora soprattutto un interprete al servizio delle canzoni e l’orchestra rappresentava una parte essenziale dello spettacolo.

Nato a Bari il 7 novembre 1924 con il nome di Gennaro Latilla, Gino era cresciuto respirando musica in famiglia. Suo padre Mario era a sua volta cantante e fu il primo maestro di quella che sarebbe diventata una delle ugole più riconoscibili della canzone melodica italiana. L’esordio arrivò durante gli anni della Seconda guerra mondiale, al Teatro Manzoni di Bologna, con “Mailù”. Poi sarebbe arrivato il dopoguerra, con le tournée in Germania e negli Stati Uniti e, soprattutto, l’ingresso in Rai.

La sua storia con Cinico Angelini, destinato a diventare una delle figure centrali della sua carriera, contiene già un piccolo paradosso da raccontare. Angelini lo aveva inizialmente giudicato non idoneo durante un provino. Poi ascoltò alla radio “Gigolette”, nel 1951, e cambiò idea. Lo volle nella propria orchestra e arrivò persino a soprannominarlo «il mio errore». Una bocciatura trasformata in una seconda possibilità, proprio grazie all’intuito dello stesso uomo che lo aveva inizialmente escluso. Nel 1952 Latilla diventò così uno dei “cantanti della radio” della Rai, entrando nel circuito professionale che avrebbe alimentato la grande stagione della canzone italiana.

Era un’Italia ancora impegnata a ricostruire se stessa, ma che attraverso la radio aveva già trovato una nuova colonna sonora. Il Festival di Sanremo, nato nel 1951, stava rapidamente diventando il luogo simbolico nel quale quella canzone poteva incontrare il grande pubblico. E Gino Latilla sarebbe stato uno dei suoi interpreti più assidui.

La prima partecipazione risale al 1952, ma fu l’edizione del 1953 a consegnargli uno dei primi grandi successi: “Vecchio scarpone”, interpretata insieme a Giorgio Consolini, arrivò sul podio. Una canzone destinata a diventare emblematica di un immaginario fatto di memoria, nostalgia e sentimenti semplici, perfettamente inserita in quella stagione della musica italiana nella quale la canzone raccontava ancora un Paese desideroso di lasciarsi alle spalle la guerra e di ritrovare normalità.

Ma il vero capolavoro sanremese di Latilla arrivò l’anno successivo. Nel 1954 il cantante fu protagonista di un doppio trionfo: vinse con Giorgio Consolini “Tutte le mamme” e conquistò anche il terzo posto con “…E la barca tornò sola”, questa volta insieme a Franco Ricci. Due canzoni, due atmosfere, due compagni di gara diversi e un risultato che raccontava bene la centralità di Latilla in quella prima generazione di interpreti sanremesi.

In quegli anni il Festival funzionava anche attraverso gli abbinamenti: la stessa canzone poteva essere affidata a più interpreti e il cantante diventava una sorta di voce ufficiale di un repertorio condiviso. Latilla si muoveva perfettamente dentro quel meccanismo, alternando il ruolo di solista ai duetti con alcuni dei nomi più importanti della musica dell’epoca.

Tra questi c’era Nilla Pizzi, con cui condivise brani come “Amico tango” e “Amare un’altra”. Ma soprattutto c’era Carla Boni, destinata a diventare prima una compagna artistica e poi sua moglie. La loro collaborazione attraversò alcuni dei motivi più popolari della seconda metà degli anni Cinquanta, tra cui “Casetta in Canadà” e “Timida serenata”. Nel 1958 i due si sposarono, trasformando un sodalizio musicale in una storia privata destinata a occupare un posto importante nella cronaca della canzone italiana.

Il suo rapporto con le grandi manifestazioni musicali non si limitò a Sanremo. Nel 1955 Latilla, insieme a Carla Boni e al Quartetto Cetra, vinse il Festival internazionale della canzone di Venezia con “Vecchia Europa”. Era una stagione nella quale i festival erano una parte importante del sistema dello spettacolo italiano: luoghi di gara, ma anche grandi vetrine attraverso cui costruire popolarità, vendere dischi e consolidare la presenza degli interpreti nel circuito radiofonico e televisivo.

E poi c’era ancora Sanremo. Latilla vi sarebbe tornato più volte, fino agli anni Sessanta. Nel 1959 interpretò “Io sono il vento” insieme ad Arturo Testa, mentre nel 1961 fu protagonista di “Il mare nel cassetto”, portato al successo insieme a una giovanissima Milva. Otto furono complessivamente le sue partecipazioni al Festival, tra il 1952 e il 1961, con la vittoria del 1954 come punto più alto.

Proprio il 1961 segnò anche un altro importante capitolo della sua carriera. Al Festival della canzone napoletana, Latilla tornò a cantare al fianco di Carla Boni e vinse con “Tu sì comm’a ’na palummella”, bissando il successo ottenuto nel 1955 con “E stelle ’e Napule”. Era un ulteriore tassello di una carriera che aveva saputo attraversare la canzone italiana senza rinunciare alle proprie radici melodiche.

Poi, quasi improvvisamente, arrivò una svolta. Negli anni Sessanta Latilla lasciò temporaneamente la carriera artistica per entrare nei ranghi dirigenziali della Rai. Prima Roma, poi Firenze. Anche il calcio entrò nel suo percorso professionale: per la televisione seguì infatti le vicende della Fiorentina, della Pistoiese e di altre squadre toscane. Una parentesi diversa, lontana dai riflettori della musica, ma sempre dentro quella Rai che aveva avuto un ruolo fondamentale nella sua formazione e nella sua affermazione.

Il palcoscenico, però, non era stato dimenticato. Negli anni Ottanta Latilla tornò a esibirsi insieme ad alcuni dei compagni di viaggio della sua stagione d’oro: Nilla Pizzi, Carla Boni e Giorgio Consolini. Nacquero così “Quelli di Sanremo”, un quartetto che riportava insieme sul palco quattro interpreti legati indissolubilmente alla prima stagione del Festival. Il gruppo rimase attivo tra il 1986 e il 1990, arrivando anche a pubblicare album e a partecipare a programmi televisivi.

Gino Latilla apparteneva proprio a quella generazione. A un modo di cantare nel quale la voce doveva essere chiara, riconoscibile, elegante; nel quale la melodia veniva prima di tutto e i sentimenti non avevano bisogno di essere complicati per arrivare al pubblico. La sua era un’ugola romantica nel senso più autentico del termine: capace di dare forma alla nostalgia, all’amore, alla famiglia, alla memoria e a quella particolare malinconia che attraversava la canzone italiana degli anni Cinquanta.

Prima che arrivassero i cantautori, prima che il Festival cambiasse pelle e prima che la canzone italiana imparasse a raccontare il Paese con accenti nuovi, c’erano loro. Cantanti capaci di trasformare una melodia in un sentimento condiviso. Gino Latilla fu uno di questi. E forse è proprio per questo che, ancora oggi, basta riascoltare quella voce per ritrovare, insieme a una canzone, un pezzo dell’Italia che fu.

Scritto da Nico Donvito
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