A tu per tu con il poliedrico e ispirato artista, alla sua seconda prova discografica con “Natura molta”

Tempo di nuova musica per Giovanni Giancaspro, meglio noto con lo pseudonimo di Gio Evan, scrittore e cantautore che nel corso del suo percorso è riuscito a trasmettere la propria visione del mondo attraverso canzoni, libri, spettacoli e concerti. A due anni di distanza dall’album d’esordio “Biglietto di solo ritorno”, è disponibile negli store dallo scorso 25 ottobre il suo secondo progetto intitolato “Natura molta”, un doppio cd contenente dieci brani e dieci poesie. Prima di tornare in tournèe, l’artista sarà protagonista dell’Hit Week Festival di Miami, una delle rassegne più importanti al mondo che celebra l’influenza della cultura italiana oltre i confini nazionali, in programma il 15 e il 16 novembre, dove si esibirà sia in solitaria che in un inedito showcase in coppia con Carmen Consoli. In occasione di questo nuovo lancio, abbiamo incontrato per voi l’ispirato e poliedrico artista.

Ciao Giovanni, partiamo da “Natura molta”, questo doppio album uscito lo scorso 25 ottobre che contiene dieci canzoni e dieci poesie. Da quali punti sei partito e a quali conclusioni sei arrivato nel corso della lavorazione di questo progetto?

«Questo progetto è stato messo in piedi da un ricordo di quando ero piccolo, oramai sono tanti anni che non vivo più con la mia famiglia, ogni volta che ripensavo alla mia infanzia mi tornava in mente un quadro posto nell’atrio della nostra abitazione, che ritrae un fagiano morto, due mele verdi e una banana. Mi ricordo quest’ansia che anticipava l’entrata in casa, io che mi lamentavo e mio padre che mi diceva “guarda che questa è arte”. Da qui è nato l’intero progetto, una sorta di ribellione alla definizione “natura morta”, che notoriamente rende protagonista un oggetto inanimato, io ho voluto fare l’esatto opposto. Lo considero un continuo mutamento, un cammino che non mi sta portando da nessuna parte, è una porta più che un traguardo, una dimensione che sto ancora esplorando».

Lo hai definito un lavoro semplice, minimale dal punto di vista musicale ma con parole ben dosate per quanto concerne i testi, come sei riuscito a calibrare questi due aspetti?

«Con tantissimo lavoro, abbiamo dosato molto, a differenza dei precedenti progetti musicali ho prima scritto i testi e ho fatto in modo che la musica si piegasse alla potenza della parola. In questo caso non sono stato dietro al tempo e alla metrica, l’obiettivo è stato  mettere al centro dell’attenzione quello che ho voluto dire, in maniera calibrata e volutamente incisiva. La musica si sente, è ben dosata, non eccede, non c’è chissà quanta roba, bensì quelle tre o quattro cose giuste».

Nella tue opere torna spesso la parola “consapevolezza”, che significato attribuisci oggi, in quest’epoca, a questo termine?

«La consapevolezza è l’equilibrio fra i piedi per terra e la testa ben incastrata sù in cielo, io credo molto nella possibilità di diventare sovraumani, perché quello che ho visto e subito dall’umanità è un grande disastro, dalle guerre ai fastidi quotidiani, una serie di tematiche che racchiudono al loro interno un male. Questo fà parte della vita dell’uomo che dentro di sé ha una parte egoica fortissima, ovviamente l’ascolta perché non può andare contro la propria natura, in più è affogato dalla società che ha un ritmo più veloce della meditazione. Per fermare tutto questo processo è necessario riprendersi e rimproverarsi, tornare a fare degli esercizi di consapevolezza».

Cantautore, scrittore, poeta, filosofo, umorista, performer, artista di strada e chi ne ha più ne metta. Tu come ti descriveresti? Cioè, se avessi poco spazio sulla carta d’identità, accanto alla parola “professione”, cosa ci scriveresti?

«Niente di tutto questo, secondo me, sono titoli che non mi sono mai attribuito. L’unica cosa che mi sento di essere veramente è un sovversivo, non credo di essere un poeta o un portavoce di un movimento, il mio cuore ha avuto la consapevolezza di non appartenere a questo mondo, di conseguenza ”sovversivo” penso che sia la definizione più fedele a me stesso».

Il prossimo 27 novembre partirà qui da Milano il tuo “Natura molta Tour”, che tipo di spettacoli stai preparando?

«Una specie di piccolo varietà, il mio desiderio è quello di continuare a dare spazio alla poesia, ai monologhi, al teatro e far sì che questi punti siano ottimi compagni di viaggio per la musica che faremo. Saremo in sette sul palco, sarà divertente ma fino ad un certo punto, nel senso che non mi và di renderlo un momento che finisce, vorrei dare una stabilità forte alla scelta di una persona che viene a vedere lo spettacolo, vorrei saldarle tutto questo con un po’ di serietà che merita un gesto del genere, per cui sarà una bella sorpresa».

Come se la stanno passando attualmente la cultura italiana e la canzone d’autore?

«La canzone d’autore penso non stia vivendo un periodo florido. Per quanto riguarda la cultura italiana, invece, avendo vissuto per otto anni all’estero, posso garantire che ci prendono per il culo tutti (sorride, ndr), sta a noi alleggerire questo peso cominciando a fare degli atti meravigliosi».

Per concludere, dove e a chi ti piacerebbe arrivare con la tua musica?

«Mi piacerebbe arrivare a me tantissimo, già sarebbe un passo in avanti! Perché ovviamente questo disco non mi è ancora arrivato, è uscito da me ma fino a che non ritorna non posso ritenermi soddisfatto, perché è come vedere dall’esterno un pezzo che ti si è staccato di dosso, mi è capitato in passato anche con i miei libri che non mi piacessero subito, per poi fare un giro largo e una volta tornato indietro innamorarmi nuovamente di quel pezzo che ha fatto parte di te. Ti dico la verità, in realtà non ho ancora avuto modo di riascoltarlo, perché stiamo facendo tantissime cose, appena avrò un attimo di tempo lo riascolterò per vedere cosa mi trasmetterà. Quello che mi auguro è che arrivi alle persone più sensibili e indifese, mi interessa lavorare con chi soffre di ipersensibilità e si sente scomodo in questo mondo, è un disco esile e fragile, non vorrei che fosse dato in pasto agli aitanti, mi interessano i pezzi piccoli del mondo, coloro i quali sapranno di certo quale uso farne».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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