A tu per tu con il giovane cantautore urban pop bolognese, fuori con il singolo intitolato “Dose

Dopo aver rilasciato i singoli “Poche cose” in collaborazione con Laïoung e “Del bene, del male”, è tempo di nuova musica per Giovanni Antonacci, in arte GIOVANNI, talento classe 2001, figlio e nipote d’arte. La musica, oltre che una costante, è diventata con gli anni per lui una certezza, una passione da dover sfogare. Si intitola “Dose” l’inedito scritto a quattro mani con suo fratello Paolo Antonacci, già affermato autore per Alessandra Amoroso, Nek, Irama ed Eros Ramazzotti. In occasione di questa uscita, abbiamo incontrato via Skype il giovane cantautore bolognese, realizzando con lui la sua prima videointervista, per approfondire la conoscenza della sua visione musicale.

Ciao Giovanni, benvenuto. Inaugurerei questa nostra chiacchierata partendo dal tuo nuovo singolo, intitolato “Dose”. Parafrasando il titolo ti chiedo: da quali sostanze, da quali elementi, da quali pensieri e da quali riflessioni è composto questo brano?

«Ho scritto questo pezzo insieme a mio fratello Paolo, ovviamente ci siamo riferiti a sostanze legali (sorride, ndr), una dose di amore e di tutte quelle che cose che, effettivamente, ci fanno emozionare. In fin dei conti viviamo di sentimenti, sono gli stessi che ci fanno svegliare la mattina. A me capita di sentire delle canzoni e di provare una certa malinconia positiva, ho scritto questo brano in uno di quei momenti, spinto dalla voglia di correre da lei disposto a fare qualsiasi cosa, proprio come nei film d’amore».

A proposito di tuo fratello Paolo, come descriveresti il vostro rapporto e com’è nata l’idea di comporre insieme questa canzone?

«Il nostro è un rapporto bellissimo, condividiamo tutto, soprattutto la musica perché ci appassiona, ma qualsiasi altra cosa. Siamo proprio fratelli veri, ci vogliamo bene, ci confrontiamo, lo considero il punto di riferimento più importante della mia vita. Di conseguenza abbiamo provato a fare qualcosa insieme, l’idea è partita da lui perché voleva darmi una mano, così è nata “Dose” e altri pezzi che usciranno in futuro».

Chiederti come sia entrata la musica nella tua vita penso sia scontato e banale, però mi incuriosisce sapere se c’è stato un momento preciso in cui hai capito che sarebbe potuta diventare una vera e propria compagna?

«Sai, un momento preciso non c’è, per me è sempre stata una compagna di vita, pur non facendola in prima persona. Poi, ad un certo punto, mi sono detto: “cavolo, anch’io voglio fare quella cosa lì”, perché mi sono accorto che mi faceva stare bene, così ho deciso di diventare la voce e il volto delle mie canzoni».

A livello di ascolti, quali generi e quali artisti hanno influenzato la tua crescita?

«Sono cresciuto col rap, anche perché piaceva molto a mio fratello, ascoltavo quello che aveva lui nel suo iPod. In generale i miei ascolti sono concentrati sulla musica italiana, poca roba straniera. Mi sono sempre piaciute le cose di nicchia, tipo il primo Nayt, le sue primissime canzoni erano molto pop, conosco a memoria tutti quei dischi e penso che nelle cose che faccio ci siano molte sue influenze. Attualmente apprezzo molto Giaime e Irama, secondo me sono tra i più forti in questo momento».

Come nome d’arte hai scelto di mantenere il tuo nome di battesimo, senza cognome, comprendo e apprezzo questo tipo di scelta. GIOVANNI, però, è un nome molto comune, cosa ti ha spinto a sceglierlo piuttosto che optare per un qualsivoglia alter ego?

«Quando ho iniziato a cantare mi chiamavo Lapis, che è in latino significa matita, però non mi è mai piaciuto perché volevo essere riconosciuto col mio nome. Quindi voglio essere quel GIOVANNI scritto in maiuscolo, lui non un altro (sorride, ndr), l’obiettivo è quello di diventare riconoscibile tra tanti. Sono tra quelli che sostengono che bisogna dare forza al proprio nome di battesimo, anche per questo ho scelto di scriverlo tutto in maiuscolo».

Negli ultimi mesi è cambiato parecchio il mondo che ci circonda, a causa della pandemia. Con quale spirito hai affrontato queste ultime settimane? 

«Ho subito un po’ il colpo perché comunque, da un momento all’altro, non potevi più fare le tue cose quotidiane, c’è stato un cambiamento radicale. Sono stato fortunato ad avere la mia famiglia vicino, per cui non ero da solo. Alla fine ho fatto musica, ho imparato a suonare un po’ la chitarra e un po’ il pianoforte, così il tempo è passato, ho accettato e rispettato le limitazioni senza alcun problema. Certo, non vedo l’ora di tornare a poter vedere un concerto».

Come te la immagini un’estate senza live? 

«Sicuramente sarà un’estate particolare, però è anche vero che non ci aspettavamo di vivere un marzo, un aprile e un maggio così. Abbiamo superato questi mesi e sono certo che supereremo anche i prossimi, sono convinto che appena si potrà tornare a fare concerti la gente sarà ancora più invogliata ad andarci».

Qual è stato il primo concerto a cui hai assistito e l’ultimo prima del lockdown?

«Penso da bambino, il primo che ricordo per importanza e per età è stato San Siro 2007 di mio papà (Biagio Antonacci, ndr), mentre l’ultimo è stato mio zio Pietro (Tredici Pietro, ndr) al Gate di Milano qualche mese fa».

Al di là del momento e dell’aspetto patinato, sei consapevole dei sacrifici che richiede il mestiere di cantante?

«Assolutamente sì, sono sacrifici importanti, uno sceglie di seguire la propria passione senza alcun tipo di garanzia, a nessun livello, se la musica non piace non c’è molto da fare. La mia è stata una scelta basata al 100% sulla passione, alla fine il gioco vale sempre la candela, bisogna sempre provarci».

Per concludere, a chi si rivolge oggi e la tua musica e a chi ti piacerebbe arrivare in futuro?

«Ai miei coetanei, sicuramente. Sarebbe difficile per la mia musica attuale arrivare ad un pubblico di età maggiore, perché racconto situazioni e tematiche giovanili. Sono consapevole del mio target, voglio arrivare a colpire il loro cuore e, magari, fargli dire: “ah, ma quello è GIOVANNI tutto in maiuscolo!” (sorride, ndr)».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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