A tu per tu con l’artista toscana, attualmente in rotazione radiofonica con “Romanzo cattivo

E’ sempre un piacere ritrovare Giulia Mutti, parlare di musica e della sua personale visione. “Romanzo cattivo” è il titolo del suo ennesimo azzeccato singolo, disponibile nelle radio e nei digital store a partire dallo scorso 6 dicembre. Reduce dall’esperienza di Sanremo Giovani 2019, la giovane artista di Pietrasanta è attualmente in fase di rifinitura del suo primo album, la cui uscita è prevista per il prossimo anno.

Ciao Giulia, bentrovata. Partiamo da “Romanzo cattivo”, per quanto riguarda le belle canzoni la domanda per me è sempre la più banale: com’è nata?

«E’ nata da esperienze personali, situazioni e persone che vivono attorno a me, ma soprattutto da un clima che comunque si respira nel nostro Paese, ossia quello della non approvazione verso qualcuno. Ho voluto mettere in musica la forza della libertà, “Romanzo cattivo” è proprio questo per me, un voler spezzare i pregiudizi e scrivere nuove pagine, che siano belle o brutte, basta che ognuno di noi esprima quello che sente realmente».

Pensi che questo romanzo sia legato strettamente all’epoca in cui stiamo vivendo oppure è una storia che avresti potuto scrivere con le stesse intenzioni, anche in un altro momento storico?

«Credo che l’avrei potuto scrivere anche in un altro momento storico, perché ci sono dei temi che sono ricorrenti, che vanno al di là delle epoche e di tutto, sia per quanto concerne il passato ma anche il futuro, magari tra trent’anni mi sarebbe venuto fuori comunque».

L’ennesima tua proposta originale che denota una continua evoluzione, a che tipo di stadio del tuo percorso ti senti?

«Guarda, non mi piace mai definirmi troppo avanti, credo che l’evoluzione sia parte integrante del percorso di un artista. Banalmente ti direi che non mi sento né all’inizio né alla fine, bensì qualche chilometro prima di arrivare a metà strada, diciamo così. Mi porto dietro il bagaglio di cose che ho fatto fino adesso, ma sono sicuramente molte di più quelle che potrò fare in futuro».

Bello il videoclip diretto da Stefano Poletti, cosa avete voluto trasmettere attraverso quelle immagini?

«Le immagini aggiungono e sottolineano un po’ il messaggio di libertà che ho voluto lanciare, quando ho iniziato a pensare al videoclip la prima cosa che mi è venuta in mente è un riferimento agli anni ’70, che purtroppo non ho vissuto ma che credo abbiano influenzato molto tutto quello che è arrivato dopo. Dal mondo hippy alla contestazione giovanile, in quegli anni si sono completamente ribaltati i concetti perbenisti che c’erano fino a quel momento, una rivoluzione messa in atto sotto tanti punti di vista, soprattutto nell’arte, la musica in quegli anni ha fatto davvero un gran casino».

Che rapporto hai con la musica? Ti reputi un’ascoltatrice versatile o tendi a cibarti di un genere in particolare?

«Cerco di cibarmi di tutto, però inevitabilmente la musica è anche una valvola di sfogo e quando mi capita di ricercare in un ascolto un po’ di sostegno ricado, come tutti, nei soliti generi. In linea generale, sono aperta davvero a tutto, perché credo sia importante non avere pregiudizi anche in campo musicale».

C’è un album che hai particolarmente apprezzato/consumato ultimamente?

«Di recente ho ascoltato molto l’ultimo disco di Lana Del Rey, intitolato “Norman Fucking Rockwell!”, essendo una cantautrice l’apprezzo moltissimo, non solo dal punto di vista musicale ma anche per i testi che scrive e il modo di comporre. Sia lei che Lady Gaga, ultimamente, sono tornate un po’ alle origini, all’essenza della loro musica e devo dire che le apprezzo molto, perché hanno entrambe fatto un giro pazzesco per tornare da dove erano partite».

In che modo credi che la tua musica si differenzi e come riesci a non lasciarti contaminare dalle mode e delle tendenze?

«L’obiettivo è di non creare qualcosa di démodé, ma nemmeno di troppo attuale, seguendo i cambiamenti delle varie mode, perchè altrimenti il rischio è che non possa durare nel tempo. Credo che la musica sia il riflesso di ciò che siamo nella vita, personalmente non sono mai stata troppo attratta dalle tendenze in generale, non solo quando compongo».

Al di là di come sia andata, come valuti la tua recente esperienza di Sanremo Giovani? 

«Le esperienze sono sempre positive per quanto, banalmente quando non si vince si impara comunque qualcosa. E’ ovvio che ci si scontra in un ambiente televisivo in cui un musicista, soprattutto all’inizio, non è molto abituato, occorre fare esperienza anche sotto questo punto di vista. Poi è inevitabile scontrarsi con realtà talmente diverse che non c’è una migliore o una peggiore, bensì solamente il parere soggettivo di una giuria e di alcune persone. Non mi sento di criticare questo tipo di meccanismo, perché quando ci si mette in gioco lo si fa completamente, accettando nel bene o nel male come andrà a finire».

Hai riscontrato particolari differenze rispetto all’annata precedente?

«Guarda, grandi differenze no, nel senso che il mio percorso è stato molto lineare, in entrambe le annate ho presentato due canzoni di cui ero molto convinta, con due temi importanti, lo scorso anno il riscatto e la rivincita, quest’anno la libertà, delle tematiche universali. Quest’anno l’ho affrontata nello stesso identico modo, con la speranza che le persone abbiano potuto notare la mia crescita, sia a livello di scrittura che per quanto riguarda l’interpretazione, naturalmente lo scorso anno è stata una novità assoluta, ma a livello di sensazioni l’ho vissuta allo stesso modo».

Son curioso di chiederti, a questo punto, come sarà il tuo 2020?

«Sarà sicuramente bellissimo (sorride, ndr), perché sono anni che aspetto la pubblicazione del mio primo album, anche se i tempi che viviamo non sono più strettamente legati alla concezione di un disco vero e proprio, per me è importante racchiudere in un unico progetto chi sono, chi sono stata e chi sarò. Le canzoni che finiranno in questo lavoro appartengono a diversi momenti della mia vita, una traccia diversa dall’altra, sono soddisfatta del lavoro che abbiamo svolto, non vedo l’ora di farvelo ascoltare».

Per concludere, visto che ci avviciniamo al Natale, c’è un regalo che ti piacerebbe ricevere sotto l’albero?

«Mi piacerebbe ricevere un po’ di aspettativa riguardo questo disco, sentire che le persone lo stanno attendendo e che, come me, non vedono l’ora che esca. Ovvio che l’aspettativa può portare anche dei risvolti negativi, perché si può anche restare delusi da un qualcosa che attendiamo da tempo e che alla fine non è come ce lo immaginavamo. Ecco, io voglio correre questo rischio, proprio perché sono convinta di aver realizzato un buon lavoro insieme al mio team, per questo vorrei ricevere sotto l’albero il calore delle persone che lo aspettano quanto me».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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