Giuseppe Anastasi: “Canzoni senza click? Quello che volevo dire, nel modo in cui volevo dirlo” – INTERVISTA
A tu per tu con Giuseppe Anastasi per parlare di “Canzoni senza click”, anticipato dal singolo “Titoli di coda”. La nostra intervista al cantautore siciliano
Dopo aver firmato uno dei brani più intensi dell’ultimo Festival di Sanremo, “Magica favola”, portato sul palco da Arisa, Giuseppe Anastasi torna al centro della scena con un nuovo progetto discografico. Da sempre autore raffinato e sensibile, capace di raccontare emozioni profonde con uno stile riconoscibile, oggi sceglie di rimettersi in gioco in prima persona con l’album “Canzoni senza click”.
Un disco che si presenta come un vero e proprio manifesto artistico: lontano dalle logiche della perfezione digitale, vicino invece a una dimensione più umana, imperfetta e autentica. Nove tracce nate chitarra e voce, senza metronomo, che seguono il tempo delle emozioni e della vita reale, restituendo all’ascoltatore un suono vivo, sincero, essenziale.
Tra riflessioni sull’esistenza, fragilità, scelte e responsabilità emotive, Giuseppe Anastasi costruisce un racconto intimo ma universale, capace di intrecciare dimensione personale e sguardo sociale. “Canzoni senza click” è un viaggio che parla di presente e futuro, di paure e speranze, in cui ogni brano diventa uno spazio di libertà espressiva.
Lo abbiamo incontrato per farci raccontare questo nuovo capitolo della sua carriera, tra scrittura, musica e il bisogno sempre più urgente di restare fedeli a sé stessi.
Giuseppe Anastasi presenta il disco “Canzoni senza click”, l’intervista
Dopo il successo di “Magica favola” al Festival di Sanremo con Arisa, torni con un nuovo progetto discografico. Che momento artistico stai vivendo oggi?
«Sto vivendo un momento ricco e di grande libertà. Dopo esperienze importanti che mi hanno dato tanto, sentivo il bisogno di ritrovare un contatto più autentico con la musica. Quando scrivo per me stesso, mi interessa meno inseguire un risultato e più raccontare qualcosa senza filtri. È una fase molto consapevole, molto sincera».
Come si è sviluppato il processo creativo di “Canzoni senza click” e in quale arco temporale?
«È stato un processo lungo, nato senza fretta. Le canzoni sono arrivate in momenti diversi, spesso in modo spontaneo, chitarra e voce. Poi ho lasciato sedimentare tutto, tornando sui brani insieme a Valerio Marchetti e Stefano Pettirossi è nato questo disco. È stato un lavoro durato diversi mesi, ma soprattutto un percorso emotivo, di vita, più che temporale».
Cosa significa oggi fare un disco senza metronomo in un’epoca dominata dalla “perfezione” digitale?
«Per me significa accettare l’imperfezione come valore. In un’epoca in cui tutto è allineato, preciso, quasi chirurgico, togliere il click vuol dire, per me, restituire alla musica il suo respiro umano. Le piccole oscillazioni di tempo raccontano qualcosa, rendono tutto più vivo. È un modo per dire: non voglio essere perfetto, voglio essere sincero».
Le canzoni del disco sono nate chitarra e voce, un modo per tornare all’essenza della scrittura. In una recente intervista realizzata con il Maestro Cocciante, si è espresso su un tema per lui fondamentale: il rapporto tra musica e parole, dicendo: «Quando si parla di canzoni si parla sempre del testo. Ma il testo non esiste senza la musica, e la musica non esiste senza il testo. Il vero segreto della canzone è proprio l’equilibrio tra queste due dimensioni. È un’alchimia. Ci ricordiamo della melodia e delle parole insieme. È questo che rende una canzone forte». Qual è il tuo pensiero a riguardo?
«Una canzone funziona quando musica e parole si fondono in qualcosa di vero. Non esiste una gerarchia: una melodia può cambiare il senso di una parola, e una parola può dare profondità a una melodia. Quando quell’equilibrio si crea, succede qualcosa di quasi magico. È lì che nasce l’identità di una canzone».
Tra le canzoni che mi hanno più colpito al primo ascolto del tuo nuovo disco, spicca “Giulietta e Romeo 2.0”. Ci racconti qualcosa di più su com’è nata e sull’ispirazione che ne ha favorito la nascita?
Nasce da una riflessione sull’amore oggi, su come sia cambiato nel tempo. Mi affascinava l’idea di prendere una storia universale e trasportarla nel presente, tra relazioni veloci, individualismo e poca comunicazione. È una canzone che mescola ironia e disillusione, cercando di capire cosa resta di quell’amore “assoluto” ai giorni nostri».
Ho come l’impressione che ci sia un filone delle tue canzoni, molto proiettato al futuro, in cui ti immagini una realtà possibile, un mondo distopico, che parte da ciò che viviamo, per poi costruisci attorno una narrazione con la tua fantasia. Penso a “Malamorenò” e “Gaia” che scrivesti per Arisa, ma anche a 2089, che rimane il pezzo che preferisco del tuo repertorio. Ecco, mi incuriosisce chiederti se sei un appassionato di fantascienza, quali film e quali letture ti piacciono? Io personalmente trovo un capolavoro “Interstellar”, perché c’è sia immaginazione che una base reale sul mondo di oggi. E poi il fattore sentimentale e umano, lo stesso che non manca mai nelle tue canzoni…
«Sì, sono molto affascinato dalla fantascienza, soprattutto quella che parte dal presente per immaginare il futuro. Film come “Interstellar” mi colpiscono proprio perché uniscono visione e umanità. Anche nelle mie canzoni provo a fare questo: partire dalla realtà e spingerla un po’ più in là, per raccontare meglio quello che siamo oggi».
A tal proposito, in “Canzoni senza click” affronti sia temi personali ma anche sociali e politici. Quanto senti il bisogno oggi di raccontare la realtà attraverso la musica e quanto credi sia necessario farlo?
«Per un cantautore credo sia fondamentale. La musica non deve per forza essere impegnata, ci mancherebbe, ma ha una responsabilità: quella di non essere vuota. Raccontare il proprio tempo, anche in modo personale, è un modo per lasciare una traccia. Non voglio dare risposte, perché non ne ho, ma innescare un dubbio, una riflessione».
In carriera hai conquistato due vittorie al Festival di Sanremo come autore con “Sincerità” nel 2009 e “Controvento” nel 2014, ma come non citare anche il secondo posto de “La notte” nel 2012. Che valore ha ancora oggi Sanremo per chi scrive canzoni e cosa te ne è parso dell’ultima edizione?
«Sanremo resta una vetrina importantissima, soprattutto per chi scrive canzoni. È uno dei pochi momenti in cui la canzone torna davvero al centro dell’attenzione. Le mie esperienze lì sono state fondamentali. C’è chi lo critica profondamente, per me vale la frase del gigantesco Pippo Baudo “Perché Sanremo è Sanremo”».
Dal 2004 insegni metrica musicale e storia della canzone al CET di Mogol. Ad agosto il Maestro compirà novant’anni, qual è l’insegnamento più importante che ti ha trasmesso e quale pensi sia il segreto della longevità delle opere da lui firmate?
«Mogol mi ha insegnato il rispetto per la parola e per la semplicità. Scrivere in modo diretto, cercando di non essere banale. Il segreto delle sue canzoni è proprio questo: arrivano a tutti perché sono profonde ma accessibili. E poi c’è una grande verità emotiva, che è ciò che fa durare una canzone nel tempo».
Per concludere, quali sono gli elementi e le caratteristiche che ti rendono orgoglioso di questo nuovo disco, di queste canzoni senza click?
«Della sua sincerità. È un disco che non cerca compromessi, che si prende il tempo di respirare. Sono orgoglioso del fatto che ogni canzone ha una sua identità e che tutto suoni suonato, vissuto. “Canzoni senza click” è esattamente quello che volevo dire, nel modo in cui volevo dirlo».