Giuseppe Di Gennaro: “L’arte è anarchica per natura” – INTERVISTA

Giuseppe Di Gennaro

A tu per tu con Giuseppe Di Gennaro per parlare di “Elementi e forme di continuità”, il nuovo album di inediti del cantautore, autore, musicista e produttore . La nostra intervista

È disponibile su tutte le piattaforme digitali dallo scorso 8 maggio “Elementi e forme di continuità”, il nuovo album di inediti di Giuseppe Di Gennaro, un progetto mmaginato e lasciato emergere in modo naturale, attraverso una selezione di brani scelti per la loro capacità di riflettere una vicinanza autentica al modo di sentire contemporaneo dell’artista, sia nella musica che nella scrittura.

Il disco si spinge anche oltre la struttura tradizionale “strofa-ritornello”, muovendosi attraverso una stratificazione dei suoni che conduce verso un cantautorato in trasformazione. Si tratta di un percorso che ha richiesto tempo e lavoro, sia nella definizione delle composizioni sia nella costruzione degli arrangiamenti. Alla base vi è l’esigenza di intraprendere una direzione più precisa, mettendosi alla prova su ulteriori piani espressivi: non solo quello armonico, melodico, ritmico e testuale, ma anche quello legato a una dimensione ambientale e materica, capace di ampliare e ridefinire l’esperienza sonora complessiva.

L’album contiene nove tracce, che si sviluppano attraverso suggestioni ambientali, in cui particelle sonore, musica e parole non si limitano a raccontare, ma contribuiscono a creare uno spazio da abitare, con una scrittura che non si accontenta di descrivere un sentimento, ma ne indaga le trasformazioni nel tempo. Ecco cosa Giuseppe Di Gennaro ci ha raccontato a riguardo.

Partiamo da “Elementi e forme di continuità”, il tuo nuovo album. Che momento fotografa del tuo percorso artistico?

«”Elementi e forme di continuità” fotografa un momento in cui non guardo nell’obiettivo e tendo verso qualcosa, in cui esploro alcuni spazi e alcune strutture. Un momento di bilanci e uno di ulteriore passaggio dove i testi e le musiche sono il risultato delle mie esperienze e delle mie influenze, come traspare da piccole ‘citazioni’ musicali».

Hai raccontato che questo è l’album che hai cercato di più negli ultimi anni. C’è stato un momento preciso in cui hai capito di aver finalmente trovato il disco che stavi inseguendo?

«Sono stati più momenti in sequenza; in fase di scrittura prima e poi, sullo stesso livello, in fase di produzione. Ho provato una sensazione quasi lisergica di ‘compiutezza’ rispetto alla fotografia che stavo scattando in quei momenti. Cercavo un insieme di caratteristiche tra canzoni e sonorità da portare a casa in questa fase».

Ascoltando l’album si percepisce una forte attenzione al suono come materia, che tipo di ricerca c’è stata in studio per quanto riguarda il sound?

«È una ricerca che ho fatto con l’innesto della chitarra elettrica e di alcuni suoni elettronici sopra quelli acustici di cui ho lasciato sedimentare le potenzialità e ho dato delle collocazioni in fase di arrangiamento. È stata una fase in cui sono sorte delle difficoltà per la struttura non tradizionale dei brani : per esempio “E ancora Viaggiare” potrebbe essere considerato sia un brano cantautoriale, sia folk blues, sia r&b, sia rock che post-rock a seconda dei momenti del pezzo stesso. Così ho dovuto trovare un modo per diluire generi lontani tra loro con delle scelte precise che avessero come chiave la chitarra elettrica e la sezione fiati. Più o meno vale lo stesso per “Nuvole a mezz’aria”, “Buona vita Buenos Aires”, “Sotterraneo nostalgico per sempre” come per “Astronauti della terra”».

Hai definito questo lavoro un album emerso in modo naturale. In un’epoca in cui tutto sembra programmato e pianificato, quanto valore ha ancora lasciare che l’arte segua il proprio corso?

«Forse nessuno, ma proprio per questo ha un valore enorme, salvifico per chi lo vuol vedere e riconoscere. Il futuro dell’umanità sarà deciso in base alle capacità che la stessa avrà di riconoscere e valorizzare l’umano rispetto all ‘ iperperformante robot che rimane sempre una macchina. L’arte per me è anarchica per natura, rivendica la libertà di non essere al servizio della programmazione e richiede tempo e ispirazione. Altrimenti è solo calcolo o, a limite, vacuo narcisismo».

Attraversando queste “forme di continuità”, qual è la scoperta più importante che hai fatto su te stesso durante la realizzazione di questo album?

«In fase di produzione quella di riuscire a misurare le parti degli arrangiamenti in un terreno difficile come quello di alcune canzoni e come autore quello di aver fatto fluire la scrittura e il canto con più grazia in ambienti più ‘sperimentali’».

Dopo tanti anni di carriera, qual è l’aspetto che più ti affascina nella scrittura e nella composizione di un brano?

«Adesso come allora, quell’alchimia di elementi fra parole, metrica, intenzione, melodia, armonia, espressione e sentimento. In questa alchimia l’esperienza umana aumenta di significato».

Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver imparato dalla musica fino ad oggi?

«La lezione più importante che sento di aver imparato dalla musica è quella di aver riconosciuto me stesso nella mia complessità,  senza giudizio, di avermi stimolato ad amare la letteratura e di aver generato nei miei occhi un orizzonte stratificato di significati; la lezione più ampia».

Scritto da Nico Donvito
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