A tu per tu con la pianista siciliana, in uscita con il suo nuovo album strumentale intitolato “Life book

La musica può salvarti da qualsiasi situazione, anche quando una relazione diventa ingestibile e l’uomo che giurava di amarti si trasforma nel tuo carnefice. Oltre che una grande donna Giuseppina Torre è una grande artista, che ha saputo concentrare nelle sue dieci dita la forza necessaria per rialzarsi e non lasciarsi andare. Life book è il titolo del suo nuovo disco prodotto da Davide Ferrario, pubblicato lo scorso 21 giugno dalla prestigiosa etichetta Decca Records e distribuito da Universal Music.

Ciao Giuseppina, partiamo dal tuo nuovo album di inediti “Life book”, com’è nato e cosa rappresenta per te?

«“Life book” racconta il mio vissuto fino ad oggi, in particolare questi ultimi quattro anni, dopo aver superato alcune traversie. E’ un disco introspettivo, sono andata a fondo per capire e analizzare me stessa. Ho cercato di raccontare le mie cicatrici in maniera diversa, in chiave positiva, come in un vero e proprio inno alla vita. Guardo con orgoglio al mio recente passato, alla forza, al coraggio e alla determinazione che ho avuto nel riuscire a rialzarmi. Tutto ciò è stato possibile anche grazie alla vicinanza di persone a me molto care che mi hanno teso la mano».

Le avversità che possono essere tramutate in opportunità, un bel messaggio soprattutto per i giovanissimi. Come si arriva a questa consapevolezza?

«Si arriva a questa consapevolezza grazie ad un vero e proprio lavoro interiore, alla volontà di volercela fare, non bisogna assolutamente piangersi addosso e credere tantissimo in se stessi, perché gli altri lo faranno sempre di conseguenza. Ci vogliono forza e determinazione, mai perdere la speranza di riuscire ad uscire dal proprio limbo».

In questo caso, per te, la musica che ruolo ha giocato?

«La musica è sempre stata la mia isola felice nella  quale mi sono sempre rifugiata, sia nei momenti belli che in quelli brutti, una vera e propria ancora di salvezza, è la costante della mia vita che non mi ha mai tradito».

Chi ti ha aiutato a realizzare questo progetto?

«Parto dal mio produttore e direttore artistico Davide Ferrario, poi c’è il produttore esecutivo Riccardo Vitanza, che ha creduto fortemente in questo progetto, nel momento in cui pensavo di aver chiuso completamente con la musica. A permettermi di arrivare a queste due figure per me importantissime, è stata Fatima Dell’Andro che non smetterò mai di ringraziare, perché è la persona che in assoluto mi ha più spronato ad andare avanti e a non mollare. Ringrazio anche Mirko Gratton, Giovanni Mazzucchelli, Raffaella Leva e Valeria Rampana del gruppo Universal, che ha sposato il progetto insieme alla prestigiosa Decca Records».


© foto di  Phil Travis

Qual è l’aspetto che più ti affascina nella fase di creazione di una composizione pianistica?

«Quando dal nulla mi siedo al pianoforte e tutto nasce in maniera automatica e naturale da un flash emozionale. Da lì comincio a lavorarci sopra, raccontando una storia che abbia un filo logico, una struttura e un senso ben preciso, tant’è che nel disco ogni traccia inizia e finisce con lo stesso tema, proprio come un cerchio che si chiude. Tutto parte dal primo input, per poi evolversi man mano con il massimo trasporto».

Con che occhi guardi quello che c’è intorno, la musica e il settore discografico di oggi?

«Il settore musicale di oggi rispecchia i tempi che stiamo vivendo, non voglio criticarlo, ma tutto è ormai diventato troppo “fast”, anche nelle relazioni personali e sentimentali. La musica è diventata liquida, facilmente reperibile e scaricabile, molto vicina al concetto di usa e getta, anche attraverso il messaggio che passa con i talent show dove, al di là del successo inizialmente aleatorio, molti emergenti finiscono per diventare stelle cadenti, perché purtroppo non c’è un progetto ben strutturato alle loro spalle».

Secondo te, come se la stanno passando l’arte e la cultura nel nostro Paese?

«Secondo me il talento esiste ma è difficile farlo emergere, soprattutto nel mio caso essendo non una cantante bensì una strumentista.  Non è facile trovare le persone che si innamorino del progetto e che possano dedicarti la giusta attenzione, in particolare nel nostro Paese è molto difficile, mentre all’estero ho riscontrato un’altra mentalità e un modo di fare completamente diverso. Quando ho partecipato ai Los Angeles Music Awards ho avvertito l’amore e il rispetto nei confronti di un artista italiano, cosa che non avviene in patria. Questo, purtroppo, accade in tutti i campi, favorendo la cosiddetta “fuga di cervelli”».

Per concludere, cosa ti ha insegnato la musica in tutti questi anni di attività?

«La musica mi ha insegnato a provarci sempre, a non demordere mai, a rafforzare il valore della mia persona».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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