Disponibile dallo scorso 18 settembre il nuovo singolo del cantautore romagnolo, che anticipa l’album “Cinema Samuele

Il termine samurai spesso viene sminuito, associato ad un guerriero spietato e sanguinario, in realtà tradotto dal giapponese all’italiano significa servitore, quindi più che un crudele soldato, apparteneva ad una casta di eletti che praticavano varie arti, da quella marziale a quella zen, passando per l’arte del tè e l’arte della scrittura. Insomma, qualcosa che esula dal discorso militare, un concetto molto più elevato che si avvicina alla spiritualità e alla purezza dell’anima.

L’ho presa un po’ larga, ma la premessa è necessaria e riconducibile al tema di questo articolo: il ritorno di Samuele Bersani con un brano che, putacaso, si intitola proprio Harakiri. Se saputa utilizzare al meglio, anche una semplice penna può diventare una katana, in grado di infliggere il segno tangibile di un’emozione. Insomma, un servitore dell’arte anche lui, capace di restituirci un po’ di bellezza in questo 2020 sfregiato dal dolore e dalla paura.

Era da tempo che non capitava di immergersi in un racconto, di perdersi tra le note di una bella canzone, di viaggiare all’unisono con le parole, in un’unica direzione, proprio come in un film. Non a caso il prossimo disco del cantautore romagnolo, uno dei più attesi dell’anno, si chiamerà “Cinema Samuele” e sarà disponibile a partire dal prossimo 2 ottobre, esattamente il giorno seguente al suo cinquantesimo compleanno. A giudicare dal primo estratto, in questo caso il regalo lo fa il festeggiato agli invitati.

Senza troppi giri di parole, “Harakiri” è un capolavoro, perché arriva in maniera inaspettata e ti travolge ascolto dopo ascolto, senza stancarti, concedendoti il lusso di appassionarti ad una storia che non parla di te, per nulla egoriferita, ma universalmente coinvolgente. Sarà per le sonorità senza tempo, sarà per la poetica sconvolgente di Samuele Bersani, che negli ultimi tempi non era riuscito a far combaciare il lato narrativo con la melodia e quell’orecchiabilità tipica delle sue prime produzioni.

Qui siamo ai livelli “En e Xanax”, “Il pescatore di asterischi”, “Chiedimi se sono felice”, “Replay”, “Barcarola albanese”, “Giudizi universali” e tante altre canzoni ancora, questo è sorprendente perché rappresenta la testimonianza che la musica è ancora viva, che si può trarre ispirazione anche da un’epoca a tratti buia come la nostra. Potrà sembrare un discorso nostalgico, ma il livello dell’arte si è notevolmente abbassato, anche solo rispetto ad un paio di decenni fa.

Questo brano rialza l’asticella e ci restituisce un Samuele Bersani straordinario, evocativo, struggente, sarcastico, riflessivo e realista. La sua è musica da proteggere dal frastuono di cose futili che rumoreggiano in radio e nelle playlist, la risposta all’involuzione e al declino culturale di cui non possiamo fare mistero, basta accendere la tv, sfogliare le notizie in tendenza sui social o guardare i titoli dei film campioni d’incasso al botteghino.

Harakiri giunge a noi in un momento storico particolare, di profondo cambiamento, che ci fan sperare in un’inversione di tendenza, perché va bene Tik Tok… ma non c’è solo quello. I giovani devono conoscere un’alternativa, ma necessitano di essere imboccati, invogliati ed educati a un certo tipo di ascolto, che li porta ad uscire fuori dal loro seminato, dal coro o dal gregge che dir si voglia.

In tal senso, Samuele Bersani non è altro che un nobile samurai armato di poesia… una forma d’arte di cui, francamente, ne avvertivamo un po’ tutti la mancanza e il bisogno. L’ho già detto che è un capolavoro? Vabbè, fa niente, lo ripeto: questo brano è un capolavoro! Custodiamolo, proteggiamolo e divulghiamolo.

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Harakiri | Video

Harakiri | Testo

Stava facendosi harakiri
chiuso in un cinema porno francese
ma dopo i primi tentativi
“non è il momento” disse
poi si arrese
agli sviluppi della trama
alla profondità dei dialoghi
per arrivare all’astronave
quella scatola tutta lamiere
che non smetteva di tremare
e si appoggiava appena su due pietre
aveva attraversato i campi
e si era aperto il mignolo di un piede

Canzoni d’amore altamente nocive
per un cuore già troppo pulsante
sapendo che in giro non c’era un dottore
non stava mai lì ad ascoltarle
davanti a uno specchio di carta argentata
pensò: “guarda che fisico”
potrei dire di aver fatto lo stuntman
si addormentò spontaneamente
con il sonnifero lasciato in tasca

Con il sorriso deficiente
di un’imbucata al centro della festa
sognò di avere un’aragosta
ancora viva dentro ad una busta
si era svegliato col cappotto addosso
con una tanica di acqua di fosso
da far bollire sul fornello
tenuto in bilico con un ombrello
che non poteva più aprirsi
ma gli era utile per questo e quello
persino a far finta di avere un fucile
col quale difendersi quando
provavano a superare il confine
sparava bestemmie di marmo
davanti ai ragazzi seduti
sui cofani che lo provocavano

tirò giù anche l’ultimo santo
poi dopo una serie giorni infelici
venne fuori vestito di bianco
sembrava una lucciola in mezzo a un blackout
per fargli un regalo anche il cielo
di colpo si aprì a serramanico

come se spalancasse un sipario

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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