“Il grido” di Umberto Tozzi: te la ricordi questa?
Viaggio quotidiano nella colonna sonora della nostra memoria, tra melodie sospese nel tempo pronte a farci emozionare ancora. Oggi parliamo di “Il grido” di Umberto Tozzi
La musica è la nostra macchina del tempo: basta una nota, un ritornello, ed eccoci di nuovo lì, in una stagione vicina o lontana, in un’auto con i finestrini abbassati o nella cameretta della nostra infanzia. “Te la ricordi questa?” è il nostro appuntamento quotidiano per riavvolgere il nastro delle emozioni, proprio come si faceva una volta con una semplice penna e una musicassetta. Oggi l’orologio del tempo ci riporta al 1996 con “Il grido” di Umberto Tozzi.
Ogni giorno, alle 13:00, vi accompagneremo in un viaggio musicale alla riscoperta di queste gemme nascoste: canzoni che hanno detto tanto e che hanno ancora tanto da dire, pronte a sbloccare ricordi, evocare immagini, restituirci pezzi di passato con la potenza che solo la musica sa avere. Brani che forse oggi non passano più in radio, pezzi di artisti affermati lasciati in un angolo, o successi di nomi che il tempo ha sbiadito ma che, appena tornano nelle nostre orecchie, sanno ancora farci vibrare. Perché la musica non invecchia, si nasconde soltanto tra le pieghe del tempo, aspettando il momento giusto per colpire nel segno e farci esclamare sorpresi un: “Te la ricordi questa?”.
Ti sblocco un ricordo: “Il grido” di Umberto Tozzi
Pubblicato nel 1996, “Il grido” mostra un Umberto Tozzi impegnato a confrontarsi con le contraddizioni della società e con l’indifferenza di fronte alle ingiustizie. Fin dai primi versi, le «facce d’angeli luridi» e i «burattini fanatici» delineano un universo dominato dall’ipocrisia, in cui le apparenze rassicuranti nascondono comportamenti discutibili e interessi poco limpidi. Il linguaggio è volutamente ruvido, lontano dalle sfumature sentimentali di molti successi del cantautore: qui prevalgono la disillusione e una rabbia che cresce progressivamente, alimentata dalla sensazione di assistere sempre agli stessi drammi senza vedere cambiamenti concreti.
La denuncia si fa più umana quando il testo richiama le madri costrette a cercare aiuto e una collettività che finisce per pagare «colpe di chi ha goduto». La sofferenza non è raccontata come qualcosa di distante, ma come una responsabilità che riguarda tutti. Anche l’immagine del cielo senza sole assume un significato che va oltre il paesaggio: riflette uno stato d’animo segnato dalla perdita di fiducia, mentre la fame di giustizia diventa un bisogno ormai impossibile da ignorare. In questo scenario, il grido non è una semplice esplosione di rabbia, ma la reazione di chi non riesce più ad accettare che il dolore altrui venga considerato normale.
La parte finale allarga lo sguardo fino a immaginare un mondo in cui i telegiornali raccontino bambini allegri, giochi e un futuro senza paura. È un desiderio semplice, quasi infantile nella sua immediatezza, che si scontra con la realtà evocata dai «due millenni di lacrime» e da un’umanità «ubriaca di frottole». La ripetizione delle immagini iniziali e il rifiuto dei «sonniferi» rafforzano l’idea di una coscienza che non vuole essere sedata da promesse, alibi o false rassicurazioni. In “Il grido”, Tozzi trasforma così la stanchezza in una presa di posizione: quando il silenzio diventa complicità, alzare la voce è un modo per restare umani.
Il testo di “Il grido” di Umberto Tozzi
Ah ah ah facce d’angeli luridi
E sono giorni che guardo il cielo
E non vedo il sole
E le mie notti non sono più splendide d’amore
E la mia bocca non beve più
Perché ha bevuto tutto
Ho solo fame di una giustizia che ormai mi ha rotto
Ah ah ah facce d’angeli luridi
Ah ah ah burattini fanatici
E sono stanco di vedere mamme cercare aiuto
Siamo la gente che vive colpe di chi ha goduto
Ricorda il tempo che già dicevo no
Ma adesso basta
Non voglio più non ci provare più
A soffocare il grido no
Ed io lo so che anche se dico no
Sono un privilegiato
Ma non pensare ch’ io non abbia occhi
Perché ho già pagato
E proprio adesso che li alzo al cielo
E che non c’è più il sole
Mi accorgo quanta gente piange
Per un po’ d’amore
Ah ah ah facce d’angeli luridi
Ah ah ah voi giocate con gli alibi
Come sarebbe vedere in noi
Solo sorrisi e pace
E in tutti gli angoli di questo mondo
Uomini felici
Telegiornali di bambini allegri
Di giochi e fate
Senza paura di un futuro al buio
Che li stordisce no
Ah ah ah Facce d’angeli luridi
Ah ah ah il potere ci affascina
Ah ah ah facce d’angeli luridi
Ah ah ah criminali fanatici
Ah ah ah due millenni di lacrime
Ah ah ah noi ubriachi di frottole
Ah ah ah facce d’angeli luridi
Ah ah ah noi non vogliamo i sonniferi
Ah ah ah facce d’angeli luridi