A tu per tu con l’artista romana, negli store a partire dallo scorso 24 maggio con “Se nascevo femmina”

Si intitola “Se nascevo femmina” il nuovo disco di inediti di Ilaria Viola, cantautrice e musicista romana che torna a cinque anni di distanza dalla pubblicazione del suo precedente lavoro “Giochi di parole”. Anticipato dall’omonimo singolo, il disco contiene otto tracce inedite che raccontano la società di oggi vista con gli occhi dell’artista. Approfondiamo la sua conoscenza.

Ciao Ilaria, “Se nascevo femmina” è il titolo del tuo nuovo album, cosa racconta?

«”Se nascevo femmina” nasce da un’urgenza di comunicare i disagi sociali di questa società che basa la valutazione degli individui su stereotipi preconfezionati e ce li mette di fronte ogni giorno. In questo disco esprimo tutta la mia insofferenza, il mio stare stretta e anche la mia preoccupazione per la direzione   priva di contenuti, che la condizione umana sta prendendo».

In questa società 2.0, qual è l’attuale concezione della donna?

«Pe esporre al meglio questo concetto il modo migliore è partire dal maschilismo insito subdolamente nella mente dell’italiano medio. Quante mamme si sentono ancora dire delle proprie figlie “E’ proprio un maschiaccio” Per indicare una bimba che non compie le canoniche azioni che ci si aspettano da un cucciolo di uomo di sesso femminile? Quante volte abbiamo sentito dire di una donna omosessuale che non si trucca o che indossa sempre pantaloni e magari porta i capelli corti “Ah ma quella non è lesbica quella è un uomo”! Quante volte se indosso una minigonna con un tacco vertiginoso mi sono sentita fare apprezzamenti volgari?

E sebbene gli apprezzamenti facciano piacere a chiunque a prescindere dal sesso, quelli volgari spesso infadidiscono. E perché mi devo infastidire per un apprezzamento? Sarebbe così terrificante limitarsi a fare un complimento gentile? Si! Perchè nel commento volgare c’è il sottinteso atto di coercizione che tende a mettere a disagio il sesso femminile, a farlo sentire un oggetto, a sminuirlo in quanto donna. Purtroppo è un problema però che è trasversale rispetto al genere. Ho sentito troppo spesso  molte donne, alcune della mia famiglia dire “Non sarai mai donna finché non sarai mamma”. Si capisce quanto sia radicato questo modello soprattutto in Italia dove abbiamo il Vaticano in casa, stato nel quale il capo viene eletto da un ristretto concilio completamente precluso alle donne». 

Dal punto di vista musicale, quali sonorità hai voluto abbracciare?

«Non è stato un processo a tavolino. Quando Lucio Leoni mi ha messo vicino Giacomo Ancillotto, il co-arrangiatore dei brani, quello che volevo era semplicemente distaccarmi da tutto ciò che ero stata prima. Chiusa nel manierismo di uno studio durato anni e anni, volevo che questo disco pescasse le sonorità dal genere da cui provengo in origine. Ho studiato arrangiamento e Jazz e tecnica per una vita, ma io alla fine vengo da tutt’altro. Ho ritrovato i Banco del Mutuo Soccorso, Frank Zappa, Elio, I Rage, I Led Zeppelin, addirittura la prima Carmen Consoli e poi Lucio mi ha riempito di ascolti per farmi capire l’evoluzione della musica nel mondo e in Italia. E sono impazzita. Nel 2017 ho ascoltato una quantità di dischi imbarazzanti. Poi la mia giara si è riempita e ne è traboccato “Se nascevo femmina”».

Cosa avete voluto trasmettere attraverso le immagini del videoclip diretto da Giulia Natalia Comito?

«La spersonalizzazione della donna in primis. Un manichino con la mia testa che man mano veste tutti gli stereotipi che ci appiccicano addosso mentre io sono semplicemente io. Questo il contrasto che volevamo creare. Le principesse sono la piaga sociale in quanto modelli di comportamento che ci convincono a seguire spacciandoceli per “le donne perfette” da quando siamo bimbe».

Quando e come hai scoperto la tua passione per la musica?

«Avevo circa 12 anni quando ho cominciato a suonare la chitarra. Poi a 14 mio padre, grande conoscitore e collezionista, viene da me e mi porta il primo disco della Consoli e mi fa: “Tieni, imparalo”. Da lì sono impazzita e ho cominciato a trangugiare la discografia di mio padre. Non c’era youtube, io ero una delle poche fortunate ad avere a disposizione un archivio così vasto. Era uno spreco no?».

Quali ascolti hanno accompagnato e influenzato il tuo percorso?

«Comincio dall’inizio ma sicuramente dimenticherò qualcosa: Carmen Consoli, Led Zeppelin, Deep Purple, Banco del Mutuo Soccorso, Bluvertigo, Radiohead, Daniele Silvestri, Skunk Anansie, Rage against the machine, Noa, Max Gazzè, Marina Rei, Tom Waits,, Battiato, Elio, Frank Zappa, oddio è difficilissimo, Sound Garden, Pearl Jam, Fabrizio De’ André, Ivano Fossati, Chico Buarque, Capossela, Chet Baker, Miles Davis, Nina Simone, Coltrane, aiuto… Stromae, Bud Spencer Blues Explosion, Quintorigo, Paolo Nutini, Giovanni Truppi. Ecco.. non ce la faccio a ricordare tutti quelli che ho amato e tutti i dischi che ho amato hanno fatto di me la musicista che sono. Se me lo chiedessi domani la lista sarebbe sicuramente un po’ diversa». 

Ti senti rappresentata dall’attuale settore discografico?

«Beh sì. Da qualche anno a questa parte sembra che si stia muovendo qualcosa sotto il punto di vista discografico. Cominciamo a tornare al cantautorato e non alla produzione a catena di artisti meteora provenienti dai talent, grazie alle etichette indipendenti che finalmente hanno cominciato ad avere un ruolo sul mercato discografico». 

Tornando a “Se nascevo femmina”, quanto contano i contrasti nella tua musica?

«Io purtroppo i contrasti non li vedo nella mia musica. Non mi sembra un disco contrastante ma semplicemente perché questo disco sono proprio io e avere una coscienza dicotomica del sè è una  contraddizione in termini. O si percepisce la dicotomia o il sè. Io percepisco solo la sincerità del mio essere». 

Chi ha collaborato con te alla realizzazione di questo progetto?

«Giacomo Ancillotto che ne ha esaltato lo spirito folle e Lucio Leoni che ne ha riammorbidito gli spigoli».

A chi senti di dedicarlo?

«A mia madre, senza la quale non sarei la fumina che sono e a mio padre senza il quale non sarei la musicista che sono».

Per concludere, dove desideri arrivare con la tua musica? 

«A svegliare la coscienza della gente. Ambizioso e forse pure un po’ supponente. Ma è la verità».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

By Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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