A tu per tu con la giovane e talentuosa cantautrice lombarda, in uscita con l’EP “Operazione oro

Tempo di nuova musica per Joan Thiele, artista classe ’92 che ha fatto della contaminazione il suo marchio di fabbrica, sviluppando uno stile molto personale e originale, per nulla mutato dal passaggio di lingua. “Operazione oro” è il titolo del suo primo EP cantato completamente in italiano, disponibile su tutte le piattaforme digitali da venerdì 20 marzo, dopo i positivi consensi ottenuti con i suoi due primi progetti, l’omonimo album “Joan Thiele” del 2016 e “Tango” del 2018. Approfondiamo la sua conoscenza.

Ciao Joan, benvenuta. Partirei dal tuo nuovo EP “Operazione oro”, a cosa si deve la scelta di questo curioso titolo?

«Le motivazioni sono molteplici, in primis è un titolo per me molto positivo, un inno alla ricerca di sé, allo stare bene, l’oro per l’eccellenza è il materiale più prezioso, ha tante simbologie ed è fortemente legato a tutto il concept che c’è dietro questo EP, soprattutto a livello sonoro. Un lavoro che considero un po’ come un piccolo lungometraggio, per cui ho scelto di chiamarlo così per seguire quello che era solito fare negli anni ’70, ovvero intitolare gli album come se fossero delle colonne sonore di film che in realtà non erano mai stati girati».

E’ il tuo primo lavoro completamente in italiano, è cambiato qualcosa del tuo approccio alla scrittura?

«Più che un cambiamento noto delle evoluzioni personali, negli ultimi tempi ho scritto tanto e non solo in italiano, bensì anche in inglese e in spagnolo, pezzi che sicuramente usciranno più avanti. Ho voluto pubblicare un progetto tutto nella stessa lingua per scrivere un nuovo capitolo, senza escludere nulla in quelli successivi. Sentivo l’esigenza di dare un filo logico all’intero discorso».

Hai uno stile sicuramente molto personale e originale. In un’epoca interconnessa come questa, come si fà a non lasciarsi contaminare dalle mode e delle tendenze, preservando questa tua anima acustica?

«Guarda, caratterialmente mi ritengo una testona, quando credo in una determinata cosa combatto con tutte le mie forze affinché esca così come vorrei io. Sostanzialmente tendo a scegliere la strada meno semplice, perché questo album è molto introspettivo, un ibrido se vuoi, è una contaminazione di tanti generi, pur non seguendo un unico filone, sicuramente non quello che và per la maggiore oggi in Italia. Sono dell’idea che ognuno debba fare ciò che sente, non solo per quanto riguarda l’arte, ma in generale nella vita, per cui se mi andasse di fare un disco trap lo farei tranquillamente. Tendenzialmente questo momento che stiamo vivendo è tragico da una parte ma utile sotto molti punti di vista, perché abbiamo il tempo per riflettere, pensare a quello che ci piace, a quello che desideriamo fare realmente».

L’emergenza sanitaria nei confronti della diffusione del Covid-19 ha mutato, seppur momentaneamente, la nostra quotidianità. Tu, personalmente, come stai vivendo questa situazione così delicata e inedita?

«Và a giornate, ieri ad esempio ho pianto, è normale che in questa situazione possano capitare momenti di sconforto, soprattutto quando realizzi che questo periodo potrebbe non durare per poche settimane, quando pensi alle conseguenze che tutto ciò potrebbe generare, alle persone che non stanno bene… beh, credo sia normale. E’ più un sentimento collettivo, non è un discorso individuale, ma credo che questo periodaccio vada affrontato nel modo più positivo possibile. Approfittiamone per fare delle cose che altrimenti non avremmo mai fatto, per dedicare del tempo a noi stessi, perché quando la macchina ripartirà saremo sicuramente più forti. Sono convinta che questa cosa ci cambierà la testa, sarà molto significativo questo periodo per noi».

“Operazione oro” parla proprio di questo ritrovare noi stessi e, lasciamelo dire, non poteva uscire in un momento più adatto. Come pensi ne usciremo da tutto questo?

«Credo e spero bene, perché l’aspetto da non dover sottovalutare è la gestione del proprio tempo, se sapremo utilizzarlo al meglio sono certa che tutta questa situazione ci cambierà positivamente. Ti faccio un esempio, Milano è la città in cui vivo, una realtà che solitamente ti mangia, venendo da un paesino tranquillo come Desenzano Del Garda ho notato come tutto si consumi in maniera veloce, è un po’ come una grande vetrina dove ti proponi e cerchi di vendere il tuo lavoro. Trovo che, molto spesso, ciò porti ad una mancanza di concretezza, questo tempo che abbiamo a disposizione ci può far riflettere più sull’importanza delle cose piuttosto che al come farle, perché sei tu a gestire il tuo tempo e non è più lui a gestire te».

Hai scelto di far uscire comunque il tuo EP, diversamente da altri artisti che hanno preferito rimandare la propria pubblicazione. Secondo te, che ruolo può avere la musica in tutto questo?

«Mi vengono in mente tutti quei grandi cantautori che mi hanno ispirato e che uscivano in momenti storici in cui c’erano effettivamente delle cose da raccontare, mi riferisco in particolare al periodo post bellico, ai vari momenti culturali e sociali. Sono sempre stata molto affascinata da queste figure, perché hanno ricoperto un ruolo molto importante a livello di comunicazione. Credo che le produzioni che usciranno d’ora in poi saranno molto influenzate da questo contesto, perché cambia il valore di ciò che stai dicendo, penso che le persone abbiano voglia di ascoltare cose che da un lato le facciano stare bene, dall’altro che siano oneste. Spero ci sia un ritorno alla sincerità, perché trovo sia necessario».

Più che gli artisti, che credo abbiano in parte continuato a proporre contenuti in modo costante, credi sia anche un discorso legato al pubblico che, in quest’epoca così veloce, è stato abituato ad ascolti più immediati, leggeri e, talvolta, futili?

«Hai detto una cosa giustissima, non è il rapporto nei confronti dell’artista con il pubblico, bensì il contrario, perché credo che questo  sia su larga scala, sia i cantautori che i rapper raccontano ciò che viviamo, in maniera più o meno impegnata. Quello che può e deve cambiare è la percezione di chi ascolta, mi auguro ci sia la predisposizione ad andare oltre determinate cose, ad ascoltare più musica che richiede necessariamente un certo tipo di concentrazione, a non rimanere troppo in superficie».

Per concludere, c’è un insegnamento particolare, la lezione più importante che senti di aver appreso dalla musica in questi anni di attività?

«Quello che ho capito è che bisogna essere tenaci, molto intraprendenti e, soprattutto, cercare di costruirsi attorno un team di fiducia, persone che credono realmente in te, per permetterti di realizzare al meglio ciò si ama. La musica mi ha insegnato questo, al di là dei risultati e delle classifiche, penso sia molto più importante essere se stessi, perché col tempo ripaga sicuramente molto di più».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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