Joe Balluzzo: “Porto avanti con forza il mio punto di vista musicale” – INTERVISTA

A tu per tu con il cantautore romano, in uscita con “Stella cadente” che anticipa il nuovo album

Chi non ha mai espresso un desiderio guardando una stella cadente? Ne è pienamente consapevole Joe Balluzzo che racconta le sensazioni e lo stato d’animo di chi si ritrova a riporre le proprie aspettative davanti ad un cielo stellato. “Stella cadente” è il titolo del brano che anticipa l’uscita del suo prossimo album, per l’etichetta indipendente Ultratempo, e che segue la pubblicazione del precedente “Oggi è un altro giorno”. La copertina del singolo è un omaggio ad Antoine de Saint-Exupéry e al suo celebre romanzo “Il Piccolo Principe”, da sempre uno dei libri preferiti dal cantautore romano.

Ciao Giuseppe, partiamo dal tuo nuovo singolo “Stella cadente”, cosa racconta?

«”Stella cadente” racconta quel momento che abbiamo vissuto un po’ tutti quanti, in cui ci rendiamo conto di essere diventati adulti, ci facciamo problemi per un sacco di cose, dal lavoro alle relazioni personali, salta sempre fuori qualcosa che ci infastidisce. Nella canzone ripercorro il periodo in cui tutti questi problemi non c’erano, ovvero l’infanzia, quando da bambini ci bastava davvero poco per essere felici, perché a volte siamo proprio noi stessi a complicarci la vita. Recuperando la nostra parte più fanciullesca, riusciremo sicuramente ad affrontare al meglio qualsiasi situazione».

Chi ha collaborato con te in questo tuo nuovo progetto?

«Il brano è stato prodotto da Sergio Vinci (L’Aura, Noemi, Alessandra Amoriso, ndr), mentre il video è girato dal regista Francesco Salemme, in collaborazione con l’attore Gianluca Caldironi. Ci tengo a dirlo; il bambino che compare nella clip è mio nipote, si chiama Matteo e ha sette anni, “Stella cadente” è stata la sua prima esperienza cinematografica (sorride, ndr)».

A chi ti ispiri? Quali sono i tuoi punti di riferimento musicali?

«In verità ho sempre attinto parecchio dal passato, anche se ascolto cose attuali, ma non riescono a trasmettermi quel brivido e quell’emozione che i grandi artisti d’un tempo ancora oggi mi provocano. Provengo da tanti ascolti, dal soul all’R&B, passando per la musica black, Stevie Wonder, Aretha Franklin, Dionne Warwick, in più sono affascinato dal pop sia italiano che internazionale, tra i nostri rappresenti cito Fiorella Mannoia, Lucio Dalla, Francesco De Gregori e Alex Baroni».

A proposito di Alex Baroni, artista che purtroppo viene troppo poco ricordato, cosa ti colpisce particolarmente della sua musica?

«Alex Baroni è stato fondamentale per il mio percorso, un artista che personalmente mi ha sempre fatto venire quella pelle d’oca che, solitamente, avverto quando sento cantare i neri. Mi ricordo che da piccolo giocavo con il karaoke e mi registravo sulla cassetta, perché poi avevo quella voce bianca tipica dei bambini e riuscivo ad arrivare a toccare le sue note altissime. Sono molto legato alle sue canzoni, mi spiace che non venga ricordato come meriterebbe».

Che bambino sei stato?

«Da un certo punto di vista sono stato un bambino un po’ solitario, mi chiudevo per ore ed ore nella mia stanzetta a suonare la tastierina e ascoltare musica, forse perché ho sofferto molto di allergie, avevo sempre problemi di salute, sono stato spesso in ospedale, per cui non ho avuto molto modo di giocare con i compagnetti al parco, o meglio non potevo. Perciò mi sono chiuso un po’ in un mio mondo fatto di sogni e musica».

Cosa credi di avere di diverso nel tuo modo di fare musica? Quali innovazioni o caratteristiche ti contraddistinguono?

«Credo che questa sia una risposta molto semplice: io sono me stesso, penso che sia impossibile essere realmente somigliante a qualcun altro. Spesso, soprattutto in Italia, c’è la tendenza di accomunare gli artisti definendoli simili ad altri, in maniera piuttosto superficiale. Io sono me stesso, non esiste un altro Joe Balluzzo, non lo dico in modo spocchioso, ma ognuno di noi è unico e, di conseguenza, anche la musica che riesce a tirar fuori. Non condivido chi si sforza a tutti i costi a ricercare una sua particolarità, la trovo una forzatura, invece è così bello essere se stessi e portare avanti i propri ideali».

Soprattutto in quest’epoca di “interpretariato” dove i cantautori faticano a trovare spazio…

«Mi trovi perfettamente d’accordo, in passato i cantanti collaboravano con gli autori, un paroliere cuciva su misura un testo addosso ad un personaggio, oggi la situazione è totalmente cambiata, ci sono i soliti   autori che scrivono un sacco di pezzi e dopo li piazzano in giro, il risultato è che le canzoni si somigliano e non rappresentano più lo stile dell’interprete bensì quello di chi le ha scritte».

E qual è il “Balluzzo-pensiero” sulla trap?

«Non ne sono un grande fan, è un genere che onestamente non mi dice niente, perchè non rispecchia il mio modo di vivere, anche se dal punto di vista musicale riconosco delle buone produzioni con dei suoni nuovi, a livello testuale dico solamente che non è il mio modo di comunicare».

Qual è l’aspetto che più ti affascina nella composizione di una canzone?

«Il momento in cui arriva intuizione, quasi sempre per caso. “Stella cadente”, ad esempio, è nata in cinque minuti, ero entrato in bagno per farmi la doccia, ho iniziato a canticchiare questo motivetto e ho attivato il registratore sul cellulare. Sono entrato in cabina ed è venuta fuori la canzone così, di getto, parole e musica insieme. Personalmente amo proprio questo aspetto, è come se le note e i versi siano già dentro di te e aspettino soltanto il momento giusto per essere tirate fuori, cosa che magari non succede quando ti metti a scrivere qualcosa a tavolino. La composizione è come una magia, non esiste un momento giusto o una regola precisa».

Come hai incontrato la musica e quando hai capito che eravate fatti l’uno per l’altra?

«Onestamente non ho un ricordo senza musica, penso di essere nato cantando. Il mio primo premio l’ho vinto all’età di quattro anni in un karaoke locale, cantando “La solitudine” di Laura Pausini, poi dai sette ai quindici anni ho avuto come un blocco, non riuscivo più ad esibirmi davanti a tutti. A sedici anni ho iniziato a prendere lezioni private di canto, poi sono arrivate le prime band e le serate nei locali, mentre a ventuno anni ho cominciato a scrivere le canzoni del mio album d’esordio, come “Scivola” con cui ho vinto il Cantagiro. Da lì è stato un susseguirsi di concerti, singoli e tour promozionali, ma tutto è arrivato in maniera inaspettata, non avrei mai immaginato di diventare un cantautore (sorride, ndr)».

Cosa ne pensi dei talent show e degli artisti che decidono di prenderne parte?

«Credo che sia giusto che ogni artista decida il percorso migliore per lui, i talent hanno a che fare con la televisione che è un mercato sicuramente diverso da quello musicale, il target è un altro e le richieste sono differenti, sia per quanto riguarda la presenza scenica che l’aspetto caratteriale di un artista. Chi partecipa deve mettere in conto le conseguenze, sia nel bene che nel male, per arrivare a non pentirsene dopo, l’importante è agire con consapevolezza».

Avendone la possibilità, rinasceresti in questa precisa epoca o c’è un particolare decennio che consideri più vicino al tuo modo di intendere la musica?

«Per il mio modo di fare e concepire la musica, ti direi gli anni ‘90, perchè amo molto l’atmosfera live, aspetto per me fondamentale che sta quasi scomparendo. In quel decennio si avvertiva una totale apertura nei confronti della musica dal vivo, bisognava saper cantare davvero, era richiesto un altro tipo di preparazione e lo spirito era più vicino al mio».

Per quanto riguarda la dimensione live, secondo te, con l’avvento del web è cambiata la concezione da parte del pubblico?

«Sì. Prima non c’era alcuna preview, nè per la scaletta nè per quanto riguarda la scenografia, praticamente puoi già vederti il concerto quasi per intero su YouTube o nelle stories su Instagram. Si è perso un po’ l’effetto sorpresa, decimando in desiderio di andare a vedere un artista live, se non per il gusto di riprendere e di condividere a loro volta un video. C’è troppa superficialità, mancanza di aspettativa e desiderio di ostentazione».

Sei alle prese con la lavorazione del tuo prossimo album, cosa puoi antiriparci a riguardo?

«Non posso dirti molto, l’uscita è prevista entro la fine del 2019. Siamo alle fasi di chiusura, ho tanti pezzi e stiamo scegliendo quali inserire, questa è sempre la parte più difficile. La direzione musicale segue la scia di “Oggi è un altro giorno” e di “Stella cadente”, questo pop contaminato da influenze elettroniche, un misto tra strumenti veri ed elettronici, in modo da unire passato e presente, il tutto con una forte ossatura melodica, chiara e ben precisa».

Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver appreso da tutti questi anni di musica?

«Seguire sempre quello che sento, ci sono state diverse persone che, lungo il mio percorso musicale, hanno provato a smontarmi e buttarmi giù. Ho sempre seguito me stesso, mi sono preso le mie belle soddisfazioni, senza concedere agli altri di scalfirmi con i loro giudizi, ascoltando solo le critiche costruttive volte a migliorarmi, portando avanti con forza il mio punto di vista musicale».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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