A tu per tu con la cantautrice trentina, fuori con il singolo “Dovrai” in coppia con Achille Lauro

Tempo di nuova musica Giorgia Bertolani, meglio conosciuta con lo pseudonimo di Joey, artista che avevamo conosciuto alle audizioni di X Factor in due differenti annate. Dopo essersi esibita in apertura delle tappe del “Rolls Royce Tour”, prosegue il sodalizio artistico con Achille Lauro, che ritroviamo in veste di ospite di “Dovrai”, singolo disponibile in rotazione radiofonica e negli store digitali a partire dallo scorso 1° maggio. In occasione di questa interessante uscita, abbiamo raggiunto tramite Skype la giovane e talentuosa artista bolzanina per una piacevole chiacchierata.

Ciao Giorgia, benvenuta. Partiamo da “Dovrai”, singolo impreziosito dal featuring con Achille Lauro. Come sono nate questa canzone e questa collaborazione?

«Questa canzone è nata parecchi anni fa, mi capita di scrivere dei testi e ripescarli dopo diverso tempo. In questo caso ricordo di aver buttato giù quelle parole rivolgendomi a me stessa, in particolar modo a quella quindicenne che si sentiva totalmente fuori dal mondo, pensando di essere l’unica a trovarsi in quella situazione. Vuole essere un po’ un conforto, un grido motivazionale, una spinta a tirarsi fuori da quella condizione, perchè non c’è nessun altro su cui puoi far affidamento per uscire da certe situazioni, se non te stesso. Per quanto riguarda Lauro, quando ha sentito il pezzo, gli è piaciuto tantissimo. Apprezzo molto la sua sensibilità, si è aggiunto in modo delicato al brano, non ha stravolto niente, anzi, gli ha dato quel pathos in più che forse un po’ mancava».

L’inadeguatezza è una sensazione che, in una società votata spesso più all’apparenza che alla sostanza, prima o poi abbiamo provato tutti, chi più chi meno. Cosa ti ha ispirato questo tipo di riflessione?

«La società stessa, le convenzioni che, in qualche modo, ci vengono imposte. Se io fossi un essere umano che preferisce dormire di giorno e non di notte? Se io non volessi mangiare a colazione, pranzo e cena ma quando ho fame? Se io volessi stravolgere tutto quello che conosco? Nell’immediata vicinanza non abbiamo presente altri modi di vivere, ho preso esempi banali, ma il discorso si potrebbe declinare anche su tematiche più importanti. Sono domande che ti poni soprattutto in fase adolescenziale, poi ti rendi conto che se vuoi far parte della società bisogna cedere ad alcuni compromessi».

Dal punto di vista musicale, invece, credi di aver trovato il giusto sound, quello che ti rappresenta maggiormente e ti premette di esprimerti al meglio?

«Mi reputo in continua evoluzione, forse non l’ho trovato ancora al 100% o forse non troverò mai (sorride, ndr). Sai, da una certa pace sentirsi inquadrati, avere una propria etichetta, però mi sto avvicinando, “Dovrai” mi soddisfa particolarmente, al progetto hanno preso parte tanti musicisti con tanta esperienza, non posso che esserne onorata».

Facciamo un breve salto indietro nel tempo, quando hai capito che la musica era qualcosa di più di un semplice passatempo?

«Per me la musica è stata un po’ una maledizione, nel senso che sono cresciuta in un ambiente di musicisti, da quando sono piccola ho sempre voluto cantare, sapevo di voler fare quello, non ho mai pensato a chissà quale altra possibilità. Non immaginavo fosse così tutto complicato, forse non mi ponevo nemmeno il pensiero di come funzionasse, facevo musica, punto. Poi è diventata qualcosa di ossessionante, fino ad arrivare a chiedermi se lo stessi facendo per passione o per dovere. Nel dubbio, mi sono detta: “beh, intanto lo faccio, poi vedremo” (ride, ndr)».

Nel 2014 arriva X Factor, analizzandola a distanza, che ricordo hai di quell’esperienza?

«Allora, io ho partecipato due volte, la prima è stata un disastro totale, al punto da mettere profondamente in dubbio me stessa, ho iniziato a chiedermi se fossi all’altezza, avevo paura del pubblico. Ci è voluto del tempo per riprendermi, per tornare a cantare, ero terrorizzata. Quando ho partecipato per la seconda volta, infatti, è stato un po’ come chiudere un cerchio, sono arrivata ai bootcamp, ho cantato bene e sono rimasta soddisfatta. Per me è stato un riscatto, non importa non essere passata, l’importante è stato risolvere e superare quello che era accaduto in precedenza».

Veniamo all’attualità, all’emergenza sanitaria nei confronti del contenimento del Coronavirus che sta mutando, seppur momentaneamente, la nostra quotidianità. Tu, personalmente, come stai vivendo tutto questo?

«Inizialmente non ho sofferto così tanto, pechè a me piace molto stare a casa e stare da sola, non l’ho vissuta malissimo. In realtà, ad essere totalmente sincera, io credo che tanti di noi, me compresa, non abbiamo realizzato realmente quello che sta accadendo. Se ti fermi un attimo a pensare ti rendi conto che stiamo affrontando una cosa pazzesca, quindi non so risponderti bene, credo di non aver ancora realizzato perchè, per fortuna, non ho toccato con mano direttamente o indirettamente, la vivo come una cosa astratta, seppur terribile. Sarei ipocrita se ti dicessi che è un dolore che avverto in maniera tangibile, lo sento lontano, le cose invisibili sono sempre quelle più difficili da temere e da capire».

Per concludere, a chi si rivolge oggi e la tua musica e a chi ti piacerebbe arrivare in futuro?

«A me piace pensare che si rivolga a tutti quelli che si sentono, in qualche modo, coinvolti. Senza discriminazioni. Mi piacerebbe arrivare anche ad un pubblico di ragazzine e ragazzini, perchè sono quelli che ci mettono più cuore, ad un concerto la vivono in modo estremamente passionale, ma non escludo assolutamente nessuno, anche quelli più grandi (sorride, ndr)».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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