Jungle Julia: “Sogno ogni giorno di assumere un punto di vista diverso dal mio” – INTERVISTA

Jungle Julia

A tu per tu con Jungle Julia per parlare di “Ora nona”, fuori dallo scorso 26 giugno e contenente i due brani inediti “Todo modo” e “Le formiche”. La nostra intervista

È disponibile in tutti gli store digitali da venerdì 26 giugno “Ora nona”, la terza combo di brani inediti che racconta il mondo musicale della cantautrice toscana Jungle Julia. Il progetto contiene i due brani inediti “Todo modo” e “Le formiche”.

“Ora nona” va ad aggiungersi alle prime due combo già uscite, “Vespro” e “Lode”, e i sei brani faranno parte dell’Eo d’esordio in uscita quest’anno per Island Records / Universal Music Italia.

Se “Vespro” rappresentava il momento dell’abbandono, in cui la luce si ritira e ci si arrende finalmente a ciò che si è, “Lode” segnava il risveglio, quella soglia sospesa tra sogno e realtà in cui non è ancora pieno giorno.

Nel racconto di Jungle Julia, “Ora nona” diventa adesso l’ora del cammino: non un punto di partenza o di arrivo, ma il viaggio come luogo dove farsi domande. È il momento in cui ciò che è stato vissuto prende forma e si trasforma in movimento.

“Ora nona” è il terzo capitolo di un percorso iniziato con “Vespro” e “Lode”. Se dovessi descrivere queste tre uscite come le tappe di un viaggio interiore, che persona eri all’inizio e quale senti di essere oggi? 

«Sono seriamente tappe di un viaggio interiore: all’inizio ero una persona diffidente e distaccata per necessità, oggi una persona in movimento ormai da un po’ verso l’accettazione della propria storia personale». 

In “Todo modo” dici: “Sono viva solo in viaggio”. In che fase del tuo percorso senti di essere?

«Mi sento di vivere un’apertura totale. Ho buttato giù tante barriere mentali, che mi erano utili per evitare di lasciarmi andare e sentirmi vulnerabile. Avevo paura di stare male e che gli altri mi facessero male. “L’altro” era una bomba ad orologeria fuori dal mio controllo. Adesso vivo gli altri come una ricchezza. Sogno ogni giorno di assumere un punto di vista diverso dal mio».

In “Le formiche” passi dall’intimità dell’individuo a uno sguardo sull’umanità, quali riflessioni hanno favorito la nascita di questo pezzo?

«Tutto è partito leggendo Russeau. Russeau dice che è la debolezza che ci rende socievoli. Le comuni miserie che inducono i nostri cuori all’umanità: ogni vincolo di affezione è un segno di insufficienza personale. Se ciascuno di noi non avesse alcun bisogno degli altri, non penserebbe affatto ad unirsi a loro. Così, proprio dalla nostra inferma natura nasce la nostra fragile felicità. Da qua è nata la domanda con cui inizia Le formiche. Continua dicendo che per natura siamo tutti nati nudi e poveri, soggetti alle miserie della vita. E siamo tutti destinati alla morte. Gli uomini non sono fatti per vivere ammucchiati in formicai, ma sparsi sulla terra. Più si ammassano, più si corrompono. Ho continuato poi facendomi influenzare musicalmente da Storia di un Impiegato di De Andrè e da Poesia e Civiltà di Giovanni Truppi. Ho letto diversi Internazionale di quel momento. Articoli sulla tecnologia e istruzioni di telecomandi. Ho messo tutto quello che ho trovato in questo testo, che al momento non è completo, avrà un seguito». 

Dal punto di vista musicale, che tipo di ricerca c’è stata per quanto riguarda il sound da restituire a questi brani?

«Inizialmente ho preprodotto per almeno un anno e mezzo i brani insieme a Daniele Fiaschi e Matteo Cantagalli insieme alla mia band. Ogni brano ha una storia diversa. Molte pre produzioni le abbiamo portate a casa dopo una residenza in toscana a Montemerano con Daniele, Matteo e Andrea Palmeri. Altri come alcuni che sentirete più avanti sono stati lavorati su Roma. In ogni caso la presenza e le idee di Matteo e Daniele sono state fondamentali per tirare giù delle bozze di arrangiamenti. Spesso arrivavo io con un’idea musicale che poi sviluppavamo insieme: che ne so, un suono di chitarra, un effetto della voce da riportare su Al buio. Tutto questo ci aiutato nel momento in cui sono andata da Tommi Colliva a presentare i brani. Tante idee sono rimaste, altre si sono evolute. Lui è stato fondamentale nel selezionare cosa servisse realmente al brano per continuare a comunicare quello che già facevano i chitarra e voce».

Quando e come ti sei avvicinata alla musica? C’è stato un momento preciso, una qualche Epifania, oppure si è trattato più di un processo graduale?

«Ci sono state delle epifanie che ho poi compreso dopo e che ora mi fanno molto ridere e sono quando sono salita sul tavolo dei miei nonni suonando una finta chitarra con occhiali e mantello fatto con la carta dell’uovo di pasqua, e quando tornando a casa a sei o sette anni da un concerto di Tiziano Ferro, i miei il giorno dopo si inventarono che Tiziano Ferro stava cercando una bambina riccia per portarla con sé in tour come corista. Io sono stata tutto il giorno in camera a esercitarmi perché non vedevo l’ora di partire in tour. A parte questo, è stato un processo graduale, ho capito prima che amavo scrivere testi. La chitarra l’ho iniziata a suonare male circa a dieci anni, suonavo in chiesa e studiavo da un maestro a Orbetello, babbo mi regalò una chitarra da 25 euro comprata online. Un giorno ho preso testi del mio diario e ho cercato di metterli in musica. Da lì è nata la mia prima canzone, ho ancora il provino e mi fa molto ridere. Ho poi continuato senza mai smettere, mi diverte tantissimo e mi piace riscoprirmi attraverso la mia musica con gli anni che passano».

Quali ascolti e quali artisti hanno influenzato la tua crescita artistica?

«Sono tanti e diversi. Dalla, Giovanni Truppi, Lynch, Pessoa, Celine, Edoardo Figara un mio caro amico ahah, Galimberti, Noir Dèsir, Alabama Shakes, Tarantino. Questi i primi nomi che mi sono venuti in mente senza pensarci tanto su».

L’esperienza a X Factor nel 2024 non si è trasformata in un ingresso nel programma, ma ha cambiato il tuo percorso. Guardandoti indietro, pensi che quel “no” sia stato uno dei “sì” più importanti della tua carriera?

«Io volevo che mi fosse detto no. Volevo solo una vetrina in cui esibirmi per farmi notare, ed ha funzionato. Se mi avessero detto sì mi sarei tirata indietro (non so se si può dopo che firmi una serie di fogli, ma avrei trovato un escamotage). In ogni caso sono molto felice che mi abbiano detto “no”».

Per concludere, qual è la lezione più importante, l’insegnamento più grande, che senti di aver tratto dalla musica fino ad oggi?

«Non so se me l’ha insegnato la musica o la vita: immaginare nel dettaglio quello che vuoi, creare un’immagine mentale, credere con testardaggine nei propri sogni. Coltivarli, condividerli, moltiplicarli, perché poi prendono forma nella realtà. Così credo che abbiamo creato la democrazia per dire (sorride, ndr). Ti condivido una parte di libro di Sepulveda che sto leggendo adesso. 

Sogno, non m’importa se una certa visione del lucro come unico traguardo dell’uomo stigmatizza i sogni e i sognatori. Mi considero un sognatore, ho pagato un prezzo abbastanza alto per i miei sogni, ma sono così belli, così pieni e intensi, che ogni volta tornerei da capo a pagarlo.

Credo che non ci sia sogno più bello di un mondo dove il pilastro fondamentale dell’esistenza è la fratellanza, dove i rapporti umani sono basati sulla solidarietà, un mondo in cui siamo tutti d’accordo sulla necessità della giustizia sociale e ci comportiamo di conseguenza. I miei sogni sono irrinunciabili, sono ostinati, testardi, resistenti, e si antepongono all’orrore dell’incubo dittatoriale. La difesa di questi sogni è legata alla vecchia querelle fra il bello e il sublime, fra il bene e il male nel senso più pieno e profondo.

Una volta, una giornalista argentina amica mia intervistò un miserabile trafficante d’armi che ricopriva la carica di ministro nella nazione sorella, e a un certo punto gli chiese se credeva nei sogni. Il miserabile rispose di no e aggiunse che «quel problema» si curava con l’aiuto della psicoanalisi. Sicuramente esistono individui che temono i sogni, i sognatori e la capacità di sognare, ma i sogni e i sognatori sono una presenza inestirpabile».

Scritto da Nico Donvito
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