Marlene Kuntz

Recensione dell’undicesimo album di inediti della rock-band cuneese

Sfogliando il vocabolario, la voce “karma” ci viene indicata come “il frutto delle azioni compiute da ogni vivente, che influisce sia sulla diversità della rinascita nella vita susseguente, sia sulle gioie e i dolori nel corso di essa; sinonimo quindi di ‘destino’, concepito però non come forza arcana e misteriosa, ma come complesso di situazioni che l’uomo si crea mediante il suo operato“. Associato quindi a “clima”, il termine assume i crismi di un monito su ciò che potrebbe comportare l’ostinato menefreghismo nei confronti del problema del riscaldamento globale. Un connubio che trova luce nel nuovo disco dei Marlene Kuntz, appunto “Karma Clima“, l’undicesimo di inediti della rock-band cuneese.

Abbiamo volutamente utilizzato un vocabolo ormai obsoleto come “disco” per descriverlo. È un lavoro infatti esponenzialmente lontano dalla logica attuale dell’ascolto frammentario delle playlist. Tutti i brani si muovono su un suono compatto, identitario, unitario, e trovano casa in un racconto che li tiene legati da un filo. Sono tutti il frutto di un’inquietudine e hanno in loro un messaggio di sensibilizzazione da trasmettere.

Un ideale di comunità perseguito fin dalla loro gestazione in tre diversi laboratori di montagna a stretto contatto con i luoghi e le personalità che li abitano. Un progetto che è quindi, a tutti gli effetti, un concept-album sull’emergenza climatica.

Il ruolo centrale della fuga |

Uno degli elementi centrali su cui si muove “Karma Clima” è il concetto di fuga, inteso come unica soluzione di salvezza. È nel brano che apre il disco, appunto “La fuga“, dove c’è un uomo che sceglie di guardare il mondo dalla vetta di un monte e cerca, aiutato dal benessere che lo circonda, di guardare con distacco “i guai dell’umanità“. Un crescendo cupo, inquieto, mesto (per citare un aggettivo che tanta fortuna ha portato all’universo marlenico), tra dubbi e sensi di colpa: “E io mi devo condannare o mi devo perdonare? Cosa c’entro e, se c’entro, in che misura sono colpevole?“. Incertezze che non gli tolgono comunque il coraggio di prendere l’unica decisione che in quel momento gli sembra possibile: “Guardo giù e non so altro che non sia scegliere la fuga, l’oblio, la fine, l’uscita di scena“.

È una fuga, in questo caso però spirituale, anche quella di “Laica preghiera“. Il protagonista cerca un appoggio dalle divinità per “scorgere un altrove” che “ti allontana dalle brutture“. Gli dei trovano umanizzazione nella figura di Elisa che regala il momento di maggior pathos del progetto, grazie ai suoi vocalizzi e al continuo e intenso rimbalzarsi finale del ritornello tra le due voci. È il brano che più guarda al lavoro fatto due anni fa da solista del frontman Cristiano Godano con “Mi ero perso il cuore“: testi meno criptici del passato e più intimi e diretti nell’esibire paure e inquietudini.

Il sarcasmo guida invece la fuga di “Vita su Marte“, soluzione applicabile solo dai ricchi del pianeta per allontanarsi da un “mondo malato là sotto” che è “una camera di combustione“: “Sei ricco? Fai un bel sorriso, e vagheggia il tuo prossimo villino“. È il racconto di una salvezza trovata con un rimedio egoistico che esclude tutto il resto dell’umanità, che non può fare altro se non dirsi “figlio mio, mi dispiace“. Un brano che assume toni caustici, con un ritmo serrato scandito da batterie e sonorità elettroniche, a cui si oppone però il ritornello forse più scanzonato e canticchiabile dell’intera carriera dei Marlene.

A rifugiarsi nella fuga sono anche gli innamorati di “Bastasse“, che cercano di isolarsi da un mondo che “sta male” nutrendosi solo del loro amore: “Vinca la gioia fra noi“. Un pezzo a cui danno un grande contributo le tastiere, con un finale lasciato aperto, a discrezione dell’ascoltatore: “Il mondo brucia e noi?“. Cosa succederà alla coppia? Cosa succederà a tutti noi?

Risposta scontata, prevedibile, che ci viene illustrata successivamente in “Acqua e fuoco“: “Attento che col fuoco scherzi e l’acqua prima o poi ti mancherà“. Un brano che introduce il concetto del tempo ricordando che non ce n’è più molto per risolvere i guai legati all’emergenza climatica, e che illustra anch’esso un protagonista che vuole “fuggire in tempo dal pasticcio che ora è“. Le orchestrazioni curate da Davide Arneodo raggiungono qui la loro massima sommità. Gli archi danno infatti un respiro solenne al ritornello e trovano un’eccellente combinazione con le batterie di un brano fondamentalmente rock.

Terra descritta con amarezza e malinconia |

Karma Clima” è un album che però non vuole solo scappare. Nella drammatica “Tutto tace” torna sulla Terra per disegnare uno scenario apocalittico, dove l’unico appiglio rimane il lume della ragione: “Denso e nero e cupo sta per farsi il cielo, gli sprazzi del mio ingegno come lucciole“. Un quadro funereo, con i crismi dell’incubo e un’angoscia acuìta dall’aggiunta di un coro gospel, che si apre però a una piccola speranza. Il protagonista spera infatti che l’Apocalisse possa portare con sè una nuova forza rigeneratrice: “Al mio risveglio approdare ad una condizione di pre-catastrofico stupore, l’uomo prima dell’Antropocene“.

È un paesaggio raccontato prima che l’Antropocene lo stravolgesse quello di “L’aria era l’anima“, il brano che chiude l’opera e in cui emerge di più l’esigenza del racconto che vive in Godano. Il cantautore s’immagina nonno nel descrivere al proprio nipote un “punto indifeso, troppo indifeso” della propria infanzia e lo fa con un’interpretazione sofferta, recitata, struggente. Notevole la carica emozionale anche nel coro di voci bianche finale che, oltre ad inquadrarci la scena in cui si sviluppa la canzone, ci lascia il messaggio del disco: sono i bambini quelli maggiormente coinvolti da questa situazione. Li mettiamo al mondo in un Pianeta che presto rischia di diventare invivibile e ne escono quindi da vere vittime.

Questa natura velata di malinconia la ritroviamo anche in “Lacrima“, dove Godano ricorre alla forza lirica e poetica della sua penna per elencare con un ritmo incalzante tutti gli elementi naturali che vede davanti ai suoi occhi. Le tante assonanze fanno viaggiare di pari passo la musicalità del brano insieme alla meraviglia che vuole raccontare. La lacrima sgorga nel ritornello vestendo il brano di un’emozione pura e sincera, e non ci è dato sapere se provocata dalla bellezza del luogo descritto o dall’amarezza al pensiero che possa sparire.

Suono nuovo e al tempo stesso coerente |

A contribuire alla forza del disco, oltre ai testi, c’è anche la profonda ricerca sonora. I Marlene Kuntz trovano un suono nuovo ma al tempo stesso coerente con il loro passato, con la novità dell’elettronica che si inserisce in un discorso rock nitido, compatto, carico anche se più melodico.

Il brano che rende maggiormente l’idea di questa notevole ricerca è “Scusami“, quello con la più elevata evoluzione rock.
Un tripudio di strumenti tra tastiere, synth, violini, batterie e una chitarra che non viene utilizzata per le distorsioni che hanno reso celebre la band, ma fa parte di un tutt’uno. Persino quando Godano spinge di più con la voce, echeggiando la dirompenza degli esordi, il suono riesce a rimanere sempre compatto. Quasi a voler dare, anche a livello sonoro, quell’idea iniziale di comunità.

In conclusione |

Marlene Kuntz - Karma Clima

Diciamolo subito, “Karma Clima” difficilmente convincerà quelli che “i Marlene Kuntz sono durati solo tre dischi“. Non ci vedrete il furore degli anni ’90. Non ci troverete le nuove “Festa mesta“, “Sonica” o “Il vile“. Quelle rimangono pietre miliari del rock italiano, meritevoli di aver portato nel nostro Paese un suono che ancora non esisteva. Sono figlie però di una Marlene ancora ragazza che la propria ribellione voleva urlarla.

Oggi Marlene è diventata una donna adulta, matura, elegante, che ha scelto come vestito quello del cantautorato e preferisce muoversi con garbo. Che ha saputo venare il proprio rock di poesia, continuando comunque a seguire la propria missione di avere modelli ma non eguali, proponendosi con un disco che difficilmente può avere vita facile nel 2022.
Che il senso della ribellione ce l’ha ancora in sè, e lo dimostra sensibilizzando su un tema quasi mai affrontato nella musica attuale. È una ribellione certamente diversa, che non punta più il dito come 30 anni fa e sa ragionare con una maggior sensibilità. Ma rimane comunque sempre una ribellione.

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Karma Clima | Tracklist e stelline

  1. La fuga ★★★★★★★★½☆
    [Cristiano Godano – Cristiano Godano, Riccardo Tesio, Davide Arneodo, Luca “Lagash” Saporiti]
  2. Tutto tace ★★★★★★★½☆☆
    [Cristiano Godano – Cristiano Godano, Davide Arneodo, Riccardo Tesio]
  3. Lacrima ★★★★★★★½☆☆
    [Cristiano Godano – Cristiano Godano, Davide Arneodo, Riccardo Tesio]
  4. Bastasse ★★★★★★★★☆☆
    [Cristiano Godano – Cristiano Godano, Davide Arneodo, Riccardo Tesio, Taketo Gohara]
  5. Laica preghiera (feat. Elisa) ★★★★★★★★★☆
    [Cristiano Godano – Cristiano Godano, Davide Arneodo, Riccardo Tesio]
  6. Acqua e fuoco ★★★★★★★★½☆
    [Cristiano Godano – Cristiano Godano, Davide Arneodo, Riccardo Tesio]
  7. Scusami ★★★★★★★★☆☆
    [Cristiano Godano – Cristiano Godano, Davide Arneodo, Riccardo Tesio]
  8. Vita su Marte ★★★★★★★★☆☆
    [Cristiano Godano – Cristiano Godano, Davide Arneodo, Riccardo Tesio]
  9. L’aria era l’anima ★★★★★★★★★☆
    [Cristiano Godano – Cristiano Godano, Davide Arneodo, Riccardo Tesio]

Voto complessivo | 8/10

Miglior traccia L’aria era l’anima

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Nick Tara

Classe '92, ascoltatore atipico nel 2022 e boomer precoce per scelta: mi nutro di tradizione e non digerisco molte nuove tendenze, compro ancora i cd e non ho Spotify. Definito da Elettra Lamborghini "critico della sagra della salsiccia", il sogno della scrittura l'ho abbandonato per anni in un cassetto riaperto grazie a Kekko dei Modà, prima ascoltando un suo discorso, poi con la sincera stima che mi ha dimostrato.

By Nick Tara

Classe '92, ascoltatore atipico nel 2022 e boomer precoce per scelta: mi nutro di tradizione e non digerisco molte nuove tendenze, compro ancora i cd e non ho Spotify. Definito da Elettra Lamborghini "critico della sagra della salsiccia", il sogno della scrittura l'ho abbandonato per anni in un cassetto riaperto grazie a Kekko dei Modà, prima ascoltando un suo discorso, poi con la sincera stima che mi ha dimostrato.

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