A tu per tu con l’artista campana, fuori con il singolo “San Lorenzo” che anticipa l’uscita del suo EP

Prosegue a vele spiegate il processo creativo di Manuela Zero, in arte La Zero, cantautrice che abbiamo conosciuto e apprezzato nel corso della sua partecipazione a Sanremo Giovani dello scorso dicembre (qui la nostra precedente intervista). “San Lorenzo” è il titolo del brano scelto per accompagnarci in questa estate, un pezzo altamente rappresentativo della sua personalità, correlato dal significativo videoclip diretto dal regista Valerio Desirò. Una nostalgia positiva quella proposta dalla cantante, capace di miscelare un sentimento come la malinconia, con la voglia di sentirsi libera dai giudizi e dagli schemi imposti dall’attuale società. In attesa della pubblicazione del suo primo EP, la ritroviamo per scambiare quattro chiacchiere musicali/confidenziali.

Ciao Manuela, bentrovata. Partiamo dal tuo ultimo singolo “San Lorenzo”, che sapore ha per te?

«Il sapore della nostalgia di quello che è stata la mia vita quando ero piccola, in realtà in tutti i miei brani c’è un pizzico di malinconia, così come un messaggio di speranza verso la riscoperta della meraviglia. “San Lorenzo” vuole far capire che, attraverso la fantasia e la creatività, ognuno di noi può salvarsi dalle cose meno belle che fanno parte della nostra esistenza. Ho sempre difficoltà nel descrivere questa canzone, perché rappresenta un miscuglio di mie sensazioni interne, di stati d’animo anche contrastanti, parla un sacco di cose, chiunque può vedere al suo interno quello che vuole e ciò di cui ha bisogno».

Della nostra precedente chiacchierata mi ha molto colpito la storia che mi hai raccontato dei pesci che parlano, di questo filo sottile tra realtà e fantasia. Quanto è importante cercare di mantenere dentro di noi un pezzetto della nostra infanzia e non dimenticarci i bambini che siamo stati?

«Guarda, è fondamentale. Avendo studiato per tanto tempo recitazione sono stata spronata a fare questo tipo di esercizio, tra le prime cose che impari c’è proprio la ricerca del bambino che è in ognuno di noi, perché ci facilita ad esprimerci liberamente, proprio come quando eravamo piccoli. Per scrivere la mia musica è stato fondamentale quel percorso, il mio lavoro di attrice mi ha permesso di sviluppare questo senso la libertà che mi ha portato a non avere schemi, abbandonandomi completamente a ciò che provo. Il mio progetto parte dalla volontà di mettermi a nudo e far trasparire le mie emozioni, le canzoni che usciranno in futuro metteranno ancora di più in evidenza questo aspetto».

Interessante il videoclip diretto da Valerio Desirò, cosa avete voluto trasmettere attraverso quelle immagini e, soprattutto, chi è Emy e cosa rappresenta per te?

«Quelle immagini raccontano di come anche attraverso la solitudine, se crediamo veramente in qualcosa, possiamo salvarci la vita. E’ una lezione che ho imparato sulla mia pelle sin da quando ero bambina, ricordo che portavo con me questo pupazzetto di nome E.T., ci parlavo e mi ha sempre fatto compagnia nei momenti più difficili. Semplicemente Emy rappresenta la verità di quello che ho vissuto sin da quando sono piccola, non l’ho inventata per fare il videoclip, è esistita davvero ma con un altro nome. La fantasia mi ha salvato un sacco di volte, portandomi a diventare quella che sono oggi».

Che ruolo gioca la musica nella tua vita e quanto incide nel tuo quotidiano?

«E’ tutto, la musica mi ha cambiato la vita, soprattutto da quando scrivo, mi capita di farlo ovunque, anche camminando (sorride, ndr), nel mio quotidiano incide tantissimo, in particolare in questo periodo perché sono in una fase creativa fortissima, calcola che ho scritto cinque pezzi negli ultimi tre giorni. Sono felice perché tutto questo mi riempie di un’adrenalina incredibile».

Qual è l’aspetto che più ti affascina nella fase di composizione di una canzone?

«Non saprei, in realtà ancora non riesco a spiegarmi il modo fluido con cui prende vita una canzone, non me ne rendo bene conto, nel senso che non ricordo di preciso, perché parte da un istinto irrazionale. Non mi è mai successo di scrivere a tavolino, o meglio quando ci ho provato non ci sono riuscita. Mi affascina la naturalezza e la velocità con cui succede tutto, devo ancora capire bene cosa accade veramente, ma questa cosa mi affascina tantissimo».

Che significato attribuisci alla parola “artista”?

«Secondo me è tutta una questione di esperienza, gli anni ti portano a imparare a capire la bellezza che c’è intorno a te, l’artista è chi ha una grande sensibilità, chi ha il coraggio di farsi toccare dalle cose e, di conseguenza, cerca di restituire agli altri quello che provato in prima persona, che sia attraverso una canzone, un dipinto o qualsiasi altro canale. Non è una cosa semplice, bisogna mettersi a nudo e in continua discussione, senza scendere a compromessi pur di piacere a qualcuno, l’artista è colui che cerca di tirare fuori ciò che sente nella maniera più pura possibile».

Lo scorso dicembre hai partecipato a Sanremo Giovani con il brano “Nina è brava”, colpendo tutti con la tua sensibilità e la tua interpretazione, al di là di come è andata. Questo immagino fosse il tuo obiettivo primario. A distanza di mesi, cosa ti ha lasciato quell’esperienza?

«“Nina è brava” è stato il motivo iniziale che mi ha spinto ad intraprendere il mio percorso con la musica, l’esperienza di Sanremo mi ha lasciato tanta gioia ma anche tanta amarezza, perché purtroppo in Italia non si può ancora parlare liberamente di determinati argomenti, nel caso di questa canzone della situazione dei bambini in carcere con i propri genitori. Credimi, ho provato a portare questa canzone nelle carceri, in maniera del tutto gratuita, con l’unico scopo di cantare la storia di Nina, oppure in televisione per farla arrivare ad un pubblico maggiore, ma non c’è stato verso. Più che a me in quanto cantante, le porte sono state chiuse in faccia all’argomento e questo mi dispiace terribilmente, anche perché alle persone che hanno ascoltato la canzone il messaggio è arrivato».

Probabilmente il messaggio è stato travisato, anche perché è una canzone a sfondo sociale e non politico, ma come spesso accade un tema rischia di essere strumentalizzato, spesso non da chi lo propone ma da chi decide le sue sorti. Questo è un vero peccato perché il pubblico ha capito e apprezzato la canzone

«Ricevo tuttora tanti messaggi bellissimi. Ti dico la verità, io non ho mai pensato di usare questo argomento a mio vantaggio, né prima né durante Sanremo ne ho mai parlato, ho cominciato dopo la mia battaglia per far conoscere la storia di Nina a tutti, bussando a varie porte senza trovare nessuno che mi permettesse di dare voce a questo argomento, ma non mi arrendo facilmente, aspetto il momento giusto perché, prima o poi, arriva sempre».

Di recente hai collaborato con Mameli scrivendo con lui il suo nuovo singolo “Latte di mandorla”, com’è stato il vostro incontro?

«E’ stato un incontro surreale, seguivo Mario da “Amici”, mi ha colpito subito. Ho scritto una strofa che pensavo fosse adatta a lui e gliel’ho mandata, abbiamo lavorato su whatsapp, tra messaggini e videochiamate, e poi ci siamo incontrati a Milano per chiudere il pezzo. E’ stato bellissimo, lui è un ragazzo che sa fare veramente di tutto: scrive, suona e produce. Spero proprio che questa nostra collaborazione continui nel tempo».

In autunno uscirà il tuo EP, cosa puoi anticiparci a riguardo?

«Posso anticiparvi che le canzoni presenti saranno collegare l’una all’altra e che ci sarà un progetto parallelo, una piccola anteprima live dove canterò le canzoni alternandole a dei monologhi dove cercherò sia di far ridere che di far commuovere, sarà una cosa un po’ diversa, molto moderna e non prettamente teatrale».

Per concludere, qual è la lezione più importante che senti di aver appreso dalla musica in questi anni di attività?

«Quello che ho imparato in linea generale nel corso della mia vita è che bisogna fare tanta gavetta, ascoltare ed ascoltarsi molto bene. Sono arrivata alla conclusione che la sincerità sia l’unico mezzo per fare questo mestiere, poi c’è chi cerca una scorciatoia attraverso mezzucci, ma durerà poco, mentre chi non usa escamotage e pian piano si fa le ossa, può giocarsela meglio anche in termini di longevità, per avere un futuro. In un’epoca che va troppo veloce, forse, il segreto è rallentare per cercare di durare più a lungo possibile».

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Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

Di Nico Donvito

Appassionato di scrittura, consumatore seriale di musica italiana e spettatore interessato di qualsiasi forma di intrattenimento. Innamorato della vita e della propria città (Milano), ma al tempo stesso viaggiatore incallito e fantasista per vocazione.

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2 pensiero su “La Zero: “La fantasia e la creatività rappresentano una forma di salvezza” – INTERVISTA”

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